• LA VIGNETTA SOTTO ACCUSA

C'era una volta il Foglio antiabortista e anticonformista

La vignetta del Foglio sulla legge dell'Alabama: cattivo gusto per accodarsi al mainstream. Proprio sul giornale che fece della battaglia all'aborto la sua ragione politica. Quella legge non depenalizza lo stupro e l'incesto, ma vuole evitare che siano il grimaldello per introdurre aborti sempre più facili perché quasi mai quei reati vengono denunciati. Come dimostra il caso argentino del medico condannato. 

La vignetta pubblicata dal Foglio di venerdì nella rubrica Il Figlio è la perfetta eterogenesi dei fini del giornale fondato da Giuliano Ferrara, nato per essere una voce fuori dal coro e approdato ora ad un più comodo conformismo. Un conformismo che sa di vigliaccata perché quando la satira abbandona il pungiglione per imbracciare la mazza chiodata significa che non c’è più – per dirla con Pirandello – l’avvertimento del contrario, ma l’adeguamento pedissequo all’ideologia.

Così è stato venerdì quando è comparsa una vignetta riferita alla recente legge dell’Alabama che vieta gli aborti anche nei casi di incesto e stupro. Raffigura un cow boy con il cappuccio del Ku Klux Clan a cavallo che canta ad una bambina in ginocchio la nota canzone “Oh Susanna”, però storpiata. L’uomo giustifica lo stupro della figlia a seguito della legge. Dovrebbe fare ridere, invece fa piangere perché nel tentativo di denunciare una legge che non si condivide si dimentica che quello degli aborti per stupro e incesto è un cavallo di Troia vecchio come il cucco che viene usato ancora oggi come grimaldello per introdurre negli Stati che ancora non ce l’hanno una legge più permissiva sull’aborto.

La legge dell’Alabama non ha depenalizzato gli stupri e gli incesti. Fosse stato così allora la vignetta avrebbe assunto tutt’altro sapore e forse avrebbe strappato anche un sorriso amaro e sarcastico. No, la legge dell’Alabama vuole impedire che chiunque possa abortire – come accade spesso – adducendo come motivo uno stupro, che quasi mai non solo viene dimostrato, ma nemmeno denunciato all’autorità giudiziaria.

Da un giornale come il Foglio ci si sarebbe aspettati semmai una qualche domanda in più: il dramma è lo stupro o la gravidanza? Lo abbiamo raccontato proprio ieri a proposito della condanna del medico argentino che si è rifiutato di praticare un aborto su una ragazza di 19 anni. A denunciarlo non è stata la ragazza, che ora è viva e ha dato in adozione il bambino, ma una deputata della Provincia di Rio Negro. Il fatto però è che quella ragazza era entrata in ospedale con un principio di aborto a seguito di una pratica clandestina e solo successivamente ha dichiarato di aver subito uno stupro.

Nessuno le ha mai chiesto una denuncia per quello stupro. E il medico, trovatasela davanti in pericolo di vita e senza neppure una denuncia formale, ha ritenuto che la sua parola non fosse sufficiente per eliminare una vita umana. Ha così salvato due vite e ora dopo un processo è stato condannato e rischia l’interdizione.

Ecco qual è il rischio, sempre più concreto: che chiunque dica di essere stata stuprata possa procurarsi un aborto senza però la dolorosa, ma necessaria, giustizia che accerti quello stupro o quanto meno lo denunci. Il caso di Lastra mette in evidenza proprio questo rischio e l’Alabama, nel togliere queste causali non ha fatto altro che andare a ritroso di una storia che è iniziata proprio con la scusa dello stupro, che è la feritoia attraverso cui legittimare l’aborto.

Il Foglio di Giuliano Ferrara queste cose le sapeva quando l’elefantino lanciò la sua avventura della lista Aborto? No grazie. Fu un tentativo folle, ma drammaticamente libero e bello di tradurre in un’esperienza politica il monito di Santa Madre Teresa di Calcutta: Finché ci saranno aborti non ci sarà mai la pace. Ferrara convinse tanti cattolici che con sincerità e un po’ di incoscienza si buttarono a capofitto in un’iniziativa che non aveva nulla della saggezza politica, ma aveva tutto di una forte testimonianza su un’urgenza contemporanea: far cessare gli aborti.

Non sappiamo che cosa Ferrara abbia pensato nel vedere quella vignetta pubblicata sulla sua creatura. E forse non è sufficiente in questo caso giustificarsi sulla linea editoriale che ogni direttore può modificare perché per il Foglio questa legge ferrea non è applicabile dato che il Foglio è per sua natura libero da schemi e pastoie. L’Elefantino che conoscevamo noi fino a qualche anno fa avrebbe preso a roncolate il vignettista. Quello di oggi, che sembra accodarsi con grande semplicità al mainstream che fino a pochi anni fa picconava, forse approverà.