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Cina, donatori (in)volontari di organi

La Cina, da mezzo secolo, espianta gli organi dei condannati a morte. E continua a farlo, come documenta l'ultimo rapporto della Laogai Research Foundation. Solo nell'ultimo anno Pechino potrebbe sospendere questa pratica.

Laogai Research Foundation

Il TG2 in onda alle 20,30 del 7 aprile ha dedicato ben tre servizi ai trapianti illegali di organi umani, gestiti a livello mondiale da potenti organizzazioni criminali. La mappatura del fenomeno, affidata ad Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro Nazionale Trapianti del ministero italiano della Salute nonché presidente del Comitato Trapianti del Consiglio d’Europa (anche se il “sottopancia” del tiggì recitava invece «Comitato Trapianti della Commissione Europea»), ha genericamente parlato «di diversi Stati del Centroamerica, di alcuni Stati africani, di alcuni Stati dell’Asia, soprattutto dell’Estremo Oriente». Precisando poi un poco solo così: «Abbiamo notizie del Pakistan» e «abbiamo una situazione particolare in Iran». Nessuna menzione del caso più clamoroso, grave e documentato: la Cina neo-post-comunista, dove non vi è solo la responsabilità di “bande criminali” ma è appurata la regia del governo.

Tutto si conosce infatti benissimo almeno dal 2008, anno in cui è stato diffuso un dettagliato rapporto della Laogai Research Foundation (diretta a Washington dal noto dissidente Harry Wu), pubblicato anche in Italia ‒ sotto gli auspici sua sezione italiana, che ha sede a Roma ‒ con il titolo Cina. Traffici di morte. Il commercio degli organi dei condannati a morte (a cura di Maria Vittoria Cattanìa e Toni Brandi, Guerini & Associati, Milano), con annesso raccapricciante DVD. Ma non solo. Perché infatti il fenomeno prosegue, come ora testimonia un nuovo rapporto, aggiornato, sempre della Laogai Research Foundation: Involuntary Donors: A Comprehensive report on the Practice of Using Organs from Executed Prisoners for Transplant in China.

Datato febbraio 2014, il dossier spiega che in Cina (seconda dopo gli Stati Uniti nella graduatoria mondiale del settore) si continuano a praticare circa 10mila trapianti di organi umani l’anno, molti dei quali su cittadini stranieri invogliati dai tempi di attesa relativamente brevi delle operazioni. Ma nel Paese asiatico il sistema legale per la donazioni di organi funziona da poco, con risultati scarsi. Come soddisfare allora l’enorme richiesta “del mercato”? Con i “donatori involontari”, la principale fucina di materia prima essendo le migliaia di esecuzioni capitali che Pechino pratica ogni anno.

Questa pratica dura in Cina da circa mezzo secolo; il primo trapianto di organi, un rene, è del 1960. Nell’agosto 2009 il quotidiano di Stato in lingua inglese China Daily ammise che «più del 65% del donazioni di organi provengono dai detenuti dei bracci della morte». Dal marzo 2010 Pechino ha varato un programma pilota per la donazione legale di organi (tra l’altro così ammettendo che l’illegalità è sempre stata, e in pratica ancora è, la regola), ma nel marzo 2012 il viceministro cinese della salute, Jiefu Huang, scriveva su The Lancet, il più importante periodico medico del mondo, che «il 65% delle operazioni di trapianto effettuate in Cina utilizzano organi prelevati da persone decedute, più del 90% delle quali sono prigionieri giustiziati». Questo a fronte del fatto che, stando al ministero cinese della Salute e alla Croce Rossa del Paese, il famoso esperimento pilota di legalizzazione, concluso nel marzo 2013, ha prodotto solo 659 donatori di 1804 organi in 184 ospedali autorizzati. Sempre Huang, ha affermato che alla fine del 2012 ancora il 64% dei trapianti utilizzava organi provenienti da prigionieri giustiziati. Dal 1° settembre 2013 è stato allora varato un registro per gli organi donati, dal 2014 il governo si è impegnato a vigilare sui 169 ospedali dove si effettueranno trapianti, Pechino annuncia che dalla metà di quest’anno la Cina farà finalmente a meno degli organi prelevati dei giustiziati, ma la realtà odierna è che, al netto delle inefficienze del sistema e dei casi di corruzione, la differenza fra il numero dei trapianti effettuati annualmente in Cina e quello delle donazioni legali resta incommensurabile. Con il primo, però, che ricorda in modo inquietante il numero stimato delle esecuzioni capitali.

Evidentemente, infatti, l’espianto senza consenso di organi è immorale e illegale anche se praticato su condannati giustiziati, i quali prima di essere uccisi vengono sottoposti a visite mediche che ne accertino le buone condizioni di salute, sono soppressi con metodi che evitino il danneggiamento degli organi utili e sul luogo dell’esecuzione sono assistiti da équipe mediche e da ambulanze attrezzate che prontamente impediscano il degrado degli organi asportati. Ancora più immorale e illegale è certamente il commercio di detti organi. Ma ancora peggio sarebbe ‒ fatto da documentare, ma difficile sia da verificare sia da smentire ‒ se non il fabbisogno di organi da trapianto corrispondesse per caso a quello delle esecuzioni capitali, bensì il contrario e non per caso.

In Cina la pena capitale è prevista ‒ sottolinea il rapporto Involuntary Donors ‒ per ben 55 fattispecie di reato, fra cui proteste nonviolente e addirittura illeciti economici, in un contesto in cui il rule of law è ancora una barzelletta. Note ‒ rammenta il rapporto ‒ sono le ondate di repressione promosse dal Partito Comunista in anni recenti, 1983, 1996, 2001 e 2010: bene inteso, repressioni lanciate in quelle date ma ciascuna durata anni. Quella partita nel luglio 1983, per esempio, è durata fino all’inizio del 1987 e ha fatto registrare 24mila sentenze capitali, il 74% delle quali già eseguite.

Nel più recente rapporto di Amnesty International sulla pena di morte nel mondo, Death Sentences and Executions 2013, da poco pubblicato a Londra, si afferma che «dal 2009 Amnesty International ha cessato la pubblicazione delle stime sull’impiego della pena di morte in Cina, Paese in cui i dati su tale pratica sono considerati segreto di Stato». Saperne il motivo non sarebbe superfluo, ciononostante ‒ prosegue Amensty International ‒ «le informazioni disponibili indicano fortemente che la Cina pratica più esecuzioni di tutto il resto del mondo messo assieme». Per il 2013, con un «incremento di quasi il 15%» rispetto all’anno prima, Amnesty International dà conto di «778 […] condanne a morte eseguite » in 22 Paesi (uno in più del 2012), di cui «quasi l’80% […]» nei soli Iran, Iraq e Arabia Saudita». Manca completamente appunto la nebulosa cinese, che la sempre prudente e circospetta Amnesty International non esita però a valutare in «migliaia di persone» ogni anno. Proprio come migliaia all’anno restano i trapianti di organi prelevati senza consenso dai giustiziati. Esiste persino una voce di Wikipedia, ma la cosa continua a non fare notizia.