• NAPOLI

Coro da stadio in Chiesa. Un passo oltre le schitarrate

Ha destato sorpresa la notizia (e il video) di quel parroco di Napoli che ha intonato un coro da stadio fra battiti di mani di chierici, ministranti e fedeli “piamente” riuniti in preghiera. Sorpresa poi fino a un certo punto, essendo la liturgia ormai abituata ai ritmi della musica leggera non c’era che da aspettare quelli da stadio

La parrocchia del coro da stadio, a Napoli

Ha destato sorpresa la notizia (e il video) di quel parroco di Napoli che ha intonato un coro da stadio fra battiti di mani di chierici, ministranti e fedeli “piamente” riuniti in preghiera. Sorpresa poi fino a un certo punto, essendo la liturgia ormai abituata ai ritmi della musica leggera non c’era che da aspettare quelli da stadio. Ovviamente i fedeli, che dovrebbero essere formati e non deformati, vanno appresso perché oramai il senso di quello che è sacro si è perduto, è stato sciolto, diluito, reso evanescente.

Il parroco, ci avverte la stampa (e ci mostra il video) ha cambiato le ultime parole in questo coro da stadio: “sarò con te e tu non devi mollare, abbiamo un sogno nel cuore: Napoli torna campione”. I giornali hanno detto con pudore che il parroco ha cambiato alcune parole “per finalità religiose”. Ma che strano! In fondo ci si trovava solo in una Chiesa con ministri in abiti liturgici, non è strano che si cantino cose con finalità religiose? Ma il bello è che il sacerdote, sempre a ritmo di battito di mano, si è poi voltato verso il tabernacolo, ad orientem, realizzando il paradosso di compiere un gesto giudicato oggi come tradizionalista per una finalità che di tradizionale non ha nulla. 

“Sarò con te e io non posso mollare, ho una speranza nel cuore, sorgi ancora Signore”. Ecco in che modo è stato trasformato il coro da stadio. Ma mettiamoci nei panni dei poveri fedeli. Cosa è per loro un coro da stadio? È un canto con cui incitano una squadra per vincere una partita. Chi stava incitando il buon parroco? Gesù? I fedeli? Lui stesso? Dal contesto sembrava che i fedeli uniti al parroco stessero incitando Gesù...ma a fare cosa? Non ha fatto già abbastanza? Perché non basta cambiare alcune paroline “per finalità religiose” per cambiare l’associazione psicologica che noi facciamo con certi tipi di musica. Ecco perché, anche dopo decenni di musica indegna nelle chiese, i pubblicitari ancora capiscono che quando devono evocare un clima ecclesiastico fanno risuonare l’organo o il canto gregoriano o la polifonia, non le schitarrate.

E per essere sicuro che l’associazione con il coro da stadio non andasse persa, il parroco ha concluso il coro con “olè, olè”. A quando nei seminari dei corsi di musica sacra seri, basati sull’influenza psicologica che la musica ha sulle persone e relativi danni e sui sani insegnamenti della Chiesa?