• IN ITALIA E IN GRAN BRETAGNA

Cosa ha permesso la morte di Alfie? Italia, non sei lontana

Il governo italiano ha dato la cittadinanza ad Alfie Evans, per provare a sottrarlo alla legislazione inglese che ha messo a morte migliaia di disabili e anziani, ma l’anno scorso ha approvato la legge sulle Dat che normalizza l'omicidio per fame e per sete. Se non guardiamo veramente a quello che ha permesso la morte di Alfie, finiremo come la Gran Bretagna e vane saranno state le nostre proteste.

È vero, il governo italiano ha dato la cittadinanza ad Alfie Evans per provare a sottrarlo alla legislazione inglese che mette a morte i suoi cittadini disabili (anche se non sappiamo con certezza le reali condizioni di salute del bambino), ma o quando l’anno scorso il governo ha approvato la legge sulle Dat non si è reso davvero conto delle conseguenze gravi di tale atto, oppure questa decisione è schizofrenica.

L’Italia è stato il paese che principalmente, più della Gran Bretagna, si è occupato di Alfie sia dal punto di vista mediatico sia religioso, con un supporto poplare tale da smuovere la politica. Ma se nulla succede a caso bisognerà pur chiedersi cosa abbia da dirci la vita di Alfie e tutto quello che ha avuto il merito di far emergere, nel bene e nel male. Se non lo si fa, infatti, resteranno le grida e la rabbia verso una democrazia inglese solo apparente che ha detenuto per giorni un bambino inerme dispiegando massicciamente le sue forze di polizia, senza che ci si riesca ad accorgere di un grande monito di questa vicenda, ossia che in Italia potrebbe presto avvenire lo stesso.

Come abbiamo già spiegato, ciò che ha reso lentamente normale in Gran Bretagna la morte per fame e per sete, associandola alle cure palliative, fu il Liverpool Care Pathway (Lcp), le linee guida per la “buona morte” redatte negli anni Novanta dal Marie Curie Hospice di Liverpool e dal Royal Liverpool University Hospital, di cui era direttore medico e direttore clinico per le cure palliative il professor John Ellershaw, loro massimo promotore. Il professore difese l'Lcp fino alla fine, anche quando fu oggetto di pesanti critiche e quando le inchieste giornalistiche inglesi mostrarono la morte per fame e per sete di 200 mila persone l’anno, di cui 40 mila private di cibo e acqua ad insaputa dei loro parenti.

A difendere l'Lcp furono anche alcuni vescovi cattolici inglesi. Fra i favorevoli l’arcivescovo ausiliare della città in cui furono ideate e in cui è morto Alfie (Liverpool), Thomas Williams, allora capo del comitato consultivo del dipartimento della Salute inglese e presidente della pastorale della Salute della Conferenza episcopale inglese. Dopo gli le denunce dei parenti dei malati, nel 2013, moltissimi parlamentari, inclusi i liberaldemocratici, insistettero per l'abolizione del Lcp. Lord Carlile, durante un incontro sul tema in parlamento, fece notare sconvolto che l’uso di sedativi e lo stop di alimentazione e idratazione aveva portato alla morte moltissime persone in una media di 29 ore. Nonostante ciò, alcuni giorni dopo l’incontro in parlamento, Williams scrisse in una lettera al Tablet, certo che i cattolici che applicavano l'Lcp stavano «facendo la volontà di Dio».

Eppure ciò che aprì le porte a queste forme di eutanasia fu una sentenza totalmente contraria non solo alla legge naturale, ma anche a quella divina. Si tratta di un pronunciamento conseguente ad una tragedia avvenuta nel 1989, quando fuori dallo stadio di Hillsborough 96 tifosi del Liverpool Fc furono uccisi schiacciati dal sovraffollamento mal gestito. Molti altri furono i feriti fra cui uno, Anthony Bland, 18 anni, secondo i dottori in "stato vegetativo". Bland respirava autonomamente ma veniva nutrito e idratato attraverso l’ausilio di un sondino. Uno dei medici che lo curava chiese la rimozione dei sostegni vitali in accordo con la famiglia, così tre anni dopo l'incidente, l’Alta Corte di Londra decise di avallare l’omicidio in questo modo: «Il principio della santità della vita non è assoluto» e in questo caso «il principio della santità della vita umana deve essere subordinato al principio di autodeterminazione».

Esattamente come accadde il 9 luglio 2008 quando la "Sezione I Civile" della Corte d’Appello di Milano, nel caso di Eluna Englaro, ordinò la morte per fame e sete della donna così: «In situazioni ove sono in gioco il diritto alla salute o il diritto alla vita…il fondamento di ogni soluzione giuridica...colloca al primo posto la libertà di autodeterminazione». Peccato che Eluana, come Bland, non potesse esprimere la sua volontà da anni. Ma fu proprio la subordinazione del diritto alla vita all'autodeterminazione a far si che, dopo l'omicidio di Eluana (febbraio del 2009) la spinta per la legge sulle Dat sia continuata fino alla sua approvazione.

Perciò se l’avvallo a prassi di questo genere da parte dei vertici della Chiesa inglese è grave, non è da meno il silenzio delle gerarchie italiane che ha preceduto l’approvazione delle Dat (dicembre 2017) quando queste prevedono la sospensione dell’alimentazione, dell’idratazione e della ventilazione come cure palliative. La legge è stata fatta ovviamente passare come la fine del paternalismo dei medici, in nome del consenso informato e della buona morte, esattamente come avvenne in Gran Bretagna, dove Ellershaw presentò l’Lcp come uno strumento normativo che desse più importanza al rapporto medico-paziente e più margine decisionale a quest’ultimo.

Ora, se vogliamo continuare a credere a questa versione e che perciò la vicenda di Alfie Evans sia un’eccezione in una democrazia liberale, almeno qualche domanda deve sorgere di fronte alle migliaia di denunce contro l'Lcp, alle sentenze pro morte inglesi, e alle mamme che hanno raccontato alla NuovaBQ (qui e qui) la morte per fame e per sete dei loro figli in Gran Bretagna.

È davvero difficile guardare alla storia delle “Dat inglesi” e negare che queste norme, per cui ci si può “volontariamente” far morire soffocati o disidratati, servano a rendere prassi normale l’omicidio di Stato, meno consensuale che non. Perciò, per dimostrare coerenza e non schizofrenia, i politici italiani che hanno parlato in difesa di Alfie dovrebbero mettersi a proteggere tutti i deboli e senza voce come lui, chiedendo l’abolizione delle Dat.