• LGBT

Da quando c'è Trump, niente più trans nell'esercito

Venerdì 23 marzo l'amministrazione Trump ha posto fine alla lunga questione sull'ammissibilità dei transgender nelle forze armate. Salvo poche eccezioni, che riguardano persone già arruolate da tempo che hanno cambiato sesso successivamente, trans e persone con disforia di genere sono esenti dal servizio militare.

Militare con i colori dei trans

Gli tirano addosso di tutto, Cambridge Analytica (per colpirlo di sponda attraverso Steven K. Bannon), le playmate e in sottofondo il presunto, presuntissimo “Russiagate”, che rode come un tarlo ma che non sta andando da nessuna parte, per convincerlo e per convincerci che è davvero l’uomo sbagliato al posto sbagliato nel momento sbagliato, unfit to lead per definizione. Ma lui, il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump, appena può procede come un treno.

Venerdì 23 marzo ha messo fine alla stucchevole questione dei transgender nelle forze armate. La storia è lunga e articolata. Comincia quando l’Amministrazione retta da Barack Obama assesta uno dei suoi ultimi colpi. Il 30 giugno 2016, infatti, l’allora ministro della Difesa, Ashton B. Carter, annuncia il decadimento immediato del divieto che impedisce ai trans di accedere alle forze armate attraverso un iter correttivo che sarebbe stato completato il 1° luglio 2017.

L’8 novembre 2016 viene però eletto Trump, l’Amministrazione cambia personale e segno, e il nuovo ministro della Difesa, James N. Mattis, sposta la data di scadenza finale più in là. Per studiare meglio costi e benefici, si dà sei mesi, fissando la nuova deadline al 1° gennaio 2018, Intanto Trump rende nota la propria contrarietà alla misura a suo tempo voluta dall’Amministrazione Obama, benché non riesca - qui e su altri versanti della questione LGBT - a ottenere esattamente ciò che si prefigge, e la stampa e gli avvocati dei “diritti civili” si scatenano contro di lui. Partono pure cause giudiziarie di militari LGBT contro la Casa Bianca.

Dapprima Trump mostra la propria contrarietà informalmente, annunciando verbalmente il 26 luglio 2017 la revoca della direttiva Carter, poi il 25 agosto trasmette al ministro della Difesa Mattis (cui rispondono esercito, aviazione e marina) e al ministro della Sicurezza interna, Kirstjen M. Nielsen (cui risponde la Guardia costiera), un memorandum intitolato Military Service by Transgender Individuals. Nel sistema americano, un memorandum presidenziale non è un semplice pro memoria, ma una direttiva ufficiale del presidente all’esecutivo che ha vigore di legge. Quello del 25 agosto sospende quando stabilito dalla direttiva Carter, mantenendo in vigore il bando fino a che «[...] il ministro della Difesa, dopo essersi consultato con il ministro della Sicurezza interna, non fornisca raccomandazioni contrarie che io trovi convincenti». Stabilisce inoltre che entro il 21 febbraio 2018 i due ministeri interessati producano un piano di azione definitivo per regolare la materia e che, a partire dal 23 marzo successivo, cessi l’uso delle risorse dei due ministeri «[...] per finanziare procedure chirurgiche atte a cambiare il sesso del personale militare». Già, perché anche questo la direttiva Carter consentiva: che un soldato potesse cambiare di sesso nelle strutture militari a spese dei contribuenti.

Quindi il 14 settembre 2017 Mattis istruisce i capi dipartimento a lui sottoposti sul comportamento da tenere in ottemperanza alla direttiva presidenziale, riservandosi di emettere poi regole definitive e tutelando dal licenziamento arbitrario i trans già arruolati fino a che la questione non sia definita allo scadere dei termini fissati dal presidente. Dunque, il 22 febbraio 2018, come richiesto appunto dal memorandum di Trump del 25 agosto, Mattis e la Nielsen hanno presentato lo studio finale sulla questione. Il vero punto di svolta è questo documento, che tra l’altro afferma chiaramente:

«• Le persone transgender che abbiano una storia o una diagnosi di disforia di genere sono escluse dal servizio militare, eccetto che per le seguenti circostanze limitate: (1) se abbiano mantenuto stabilmente il proprio sesso biologico per i 36 mesi consecutivi precedenti l’arruolamento; (2) il personale cui è stato diagnosticato una disforia di genere dopo l’arruolamento può restare in servizio se non chiede di cambiare gender e se rimane impiegabile entro i normali standard professionali; e (3) il personale cui è stata diagnosticata la disforia di genere tra il momento in cui è stato dato corso alla decisione dell’Amministrazione precedente e l’entrata in vigore della presente nuova direttiva può continuare a prestare servizio nei comparti del sesso che preferisce e ricevere il trattamento medico necessario alla disforia di genere.

• Le persone transgender che necessitano di cambiare sesso o che hanno praticato il cambio di sesso sono escluse dal servizio militare.

• Le persone transgender senza una storia o una diagnosi di disforia di genere che siano altrimenti qualificate per il servizio, possono prestarlo, come tutto il resto del personale, nei comparti del proprio sesso biologico».

Il 23 marzo, quindi, allo scadere del termine precedentemente fissato per mettere fine all’assurdo uso di risorse ministeriali per finanziare il cambio di sesso dei trans nelle strutture militari, Trump non ha fatto altro che abrogare il memorandum transitorio del 25 agosto e prendere atto, con un nuovo memorandum, di quanto scrivono i ministri Mattis e Nielsen a conclusione di uno studio di una cinquantina di pagine sulla fattibilità reale e concreta della direttiva Carter: «Le persone transgender che abbiano una storia o una diagnosi di disforia di genere sono escluse dal servizio militare» eccezione fatta per i casi contemplati. La disforia è un’alterazione dell’umore in senso depressivo, accompagnato da irritabilità e da nervosismo: si può affidare la sicurezza a persone così, che vivono questi disturbi nella delicata sfera della sessualità e che per di più pesano sui bilanci dovendo essere costantemente curate?

La battaglia contro l’ideologia di genere ha in Trump un nemico deciso, ma le azioni positive in questo senso sono sempre state un po’ il tallone d’Achille della sua Amministrazione. Questo perché dentro la Casa Bianca l’ideologia LGBT gode di amici importanti: tra i più notevoli, la figlia del presidente Ivanka e il genero Jared Kushner, che sono pure stati i più decisi avversari dei primi passi mossi da Trump, sin da luglio, per fermare la direttiva Carter. Il fatto che adesso Trump torni di nuovo sulla questione, ottenendo il risultato voluto attenendosi al parere di due ministeri chiave per il tema, potrebbe suggerire che il potere di veto esercitato da Ivanka e da Kushner su di lui è se non altro un po’ appannato. Dopo il licenziamento del Segretario di Stato Rex Tillerson e del consigliere per la sicurezza nazionale Herbert Raymond McMaster, più vicini a Kushner che a Trump, ciò significa che nella battaglia interna alla Casa Bianca fra conservatori e “globalisti” adesso stanno avendo la meglio i primi, con cui è schierato lo stesso Trump, ma che in più di una occasione ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco. Forse il punto di svolta è stato il licenziamento, in agosto, del fidato Bannon. Una vittoria dell’ala “globalista”, quella, che però ha evidentemente scatenato la controffensiva di Trump.