• TERRORISMO

Dagli imam ai rifugiati: ecco che cosa fare

Contrastare, arginare e prevenire il terrorismo di matrice islamica conosce piani differenti di lavoro e di intervento, fra loro collegati. Esige in via prioritaria la costruzione di una coalizione multilaterale in grado di affrontare l’Is nei luoghi nei quali si è insediato. Nell’attesa di qualcosa che non dipende dalla volontà di una singola nazione, e che non tollera divisioni, si può nel frattempo rendere più efficace il lavoro all’interno degli Stati. 

Imam in moschea

Contrastare, arginare e prevenire il terrorismo di matrice islamica conosce piani differenti di lavoro e di intervento, fra loro collegati. Esige in via prioritaria la costruzione di una coalizione multilaterale in grado di affrontare l’Is nei luoghi nei quali si è insediato. Nell’attesa di qualcosa che non dipende dalla volontà di una singola nazione, e che non tollera fughe in avanti e altrettanto precipitose dissociazioni, si può nel frattempo incrementare il lavoro all’interno degli Stati. L’Italia è attrezzata con le proprie leggi e con un qualificato sistema di sicurezza, costruito dopo l’11 settembre 2001 e soprattutto dopo gli attentanti di Londra e di Sharm-el-Sheik del 2005, che le permette di disporre di un quadro normativo esemplare rispetto ad altri Stati occidentali. 

Ciò su cui intensificare gli sforzi è un’azione di governo della sicurezza che elimini lacune organizzative e fornisca agli operatori ulteriori indispensabili strumenti. Inclusi quelli che possono apparire marginali: per esempio, fra gli uomini dei servizi, i poliziotti e i carabinieri, una conoscenza più estesa della lingua araba. Non si può fare affidamento sugli interpreti di lingua madre, che sono sono sempre di meno e sempre più minacciati; senza pensare che un conto è un colloquio ascoltato e compreso da un professionista della sicurezza, un conto è che le frasi siano percepite e decriptate da una persona estranea e spesso straniera, la cui esegesi spesso genera equivoci. 

A fianco di ciò, vanno moltiplicati i corsi di formazione sul retroterra ideologico e sulle modalità di attacco dei possibili attentatori: anche questi costano. Su questo versante non si possono fare risparmi: ciò che appare un costo è in realtà un investimento; sarebbe interessante una buona volta capire perché non si attinge a quel Fondo unico giustizia, la cui disponibilità attuale si aggira quanto al cash attorno ai 3,5 miliardi di euro, incredibilmente non utilizzati. Vanno colmate le lacune formate negli ultimi anni in alcuni pezzi cruciali del sistema: in primis quelli che tengono sotto controllo la rete, e quindi i messaggi di reclutamento, indottrinamento e incitamento che viaggiano attraverso di essa; non aiuta il recente ridimensionamento della Polizia postale, particolarmente attrezzata su questo piano. Per proseguire con i presidi di polizia alle frontiere e sui mezzi di trasporto, che hanno subito tagli sensibili. Per non dire del pagamento di trasferte e straordinari: se l’osservazione di soggetti pericolosi non può passare dagli orari d’ufficio, il lavoro oltre l’ordinario va remunerato, e nei tempi giusti. 

Allargando lo sguardo, è obbligatorio rendere efficiente e funzionale il sistema di esame delle domande di asilo, cui è connesso quello della espulsione effettiva di chi non ha il riconoscimento dello status di rifugiato. La gran parte dei richiedenti asilo sono ospitati in strutture ricettive private: questa parcellizzazione, oltre ad avere costi pesanti, non permette un controllo completo delle presenze, gli allontanamenti volontari da tali strutture non sono pochi. I tempi per l’esame delle domande sono dilatati: le Commissioni territoriali a ciò delegate sono raddoppiate rispetto a prima dell’emergenza (passando da 20 a 40), ma le richieste sono - a seconda degli anni - diventate da 5 a 10 volte di più rispetto al passato. Manca - ed è la lacuna più seria - una guida politica che monitori e controlli a periodicità ravvicinata il lavoro delle Commissioni: non per censurare i ritardi, ma per comprenderne le cause e - se per es. dipendono da carenza di mezzi o di personale - per provare a rimuoverle. 

Le ricadute sono gravi, anche in termini di sicurezza: si è molto polemizzato sull’ipotesi che terroristi si infiltrino in Italia imbarcandosi sugli scafi che trasportano i rifugiati. Sul punto non ci sono riscontri investigativi diffusi: in compenso, non si riflette sul rischio che un giovane di vent’anni che ha presentato domanda si asilo e che trascorre per mesi le sue giornate nell’ozio, in attesa della decisione della Commissione, sia avvicinato, convinto e “reclutato” da gruppi terroristici presenti in Italia. Va al tempo stesso introdotto uno strumento irrazionalmente assente nel nostro ordinamento: la lista dei “Paesi sicuri”, cioè l’elenco degli Stati che non vanno ritenuti luoghi di persecuzione o fonte di protezione umanitaria, sì che l’accertata provenienza da uno di essi precluda e renda inammissibile la domanda. La scelta di non dotarsi di quest’elenco costringe le Commissioni a istruire le relative domande, con un notevole spreco di tempo, quando non ve ne è alcun presupposto. 

Per finire sul punto, chi si vede respingere la domanda di asilo normalmente non viene allontanato: questo aumenta l’insicurezza e ricade a svantaggio di tutti. Gli ultimi dati informano di un 40% circa di domande di asilo accolte; gli altri dovrebbero essere espulsi, per disposizioni europee prima che nazionali. Invece il sistema di espulsione degli irregolari funziona lentamente e per piccoli numeri, quindi non funziona. Da ultimo: non si sconfigge il terrorismo senza un collegamento organico con le comunità islamiche presenti in Italia non connotate da tendenze ultrafondamentaliste. Un lavoro in tal senso era iniziato con profitto qualche anno fa al Viminale, con il Comitato per l’islam italiano, ma - a partire dal governo Monti - non è stato proseguito, per ragioni che restano misteriose. Va ripreso e rilanciato, non all’insegna dello scambio di buone intenzioni, bensì – come è avvenuto fino al 2011 – all’insegna della individuazione concordata di buone prassi: dalla regolamentazione dei luoghi di culto allo statuto delle associazioni islamiche, dalla trasparenza nella predicazione degli iman alla segnalazione e marginalizzazione degli esagitati, puntando su una base etica e giuridica realmente condivisa nell’interesse di tutti.