• INTERVISTA

«Decreto scuola, cancellata la famiglia»

La nuova legge sulla scuola tutela e finanzia solo la statale, discriminando quella paritaria. Le famiglie avranno meno libertà di scelta. Parla suor Anna Monia Alfieri, presidente Fidae Lombardia.

Degrado

«Un decreto che segna una via di non ritorno, un grave colpo alla famiglia, alla libertà di scelta educativa e alla responsabilità, licenziato da chi non ha ben presente i principi dello Stato di diritto che ha scelto di servire». Sono le parole di Suor Anna Monia Alfieri, Presidente della Fidae Lombardia, per commentare il Decreto scuola (104/2013) approvato dalla Camera con soli 195 voti favorevoli (su 7 contrari, 78 astenuti e 349 assenti) e passato anche al Senato lo scorso venerdì.

Un decreto in cui si parla di fondi stanziati per l’acquisto di libri, per il wireless, per il laboratorio, di sostegno agli studenti disabili e di altre numerose misure, ma solo per migliorare le scuole statali. Ad una attenta lettura, difatti, si nota che il provvedimento sembra dimenticare come il sistema scolastico italiano si fondi non solo sulla scuola statale ma anche su quella paritaria. Unico riferimento a quest’ultima riguarda la normativa sul divieto di fumo. Una scelta discriminante che, come ben spiega Suor Anna, contrasta nettamente con le previsioni di legge 62/2000 dove si sottolinea la parità delle scuole che appartengono al sistema nazionale di istruzione. La scuola si delinea, ancora una volta, come terreno facile dove imporre una serie di pressioni utili a favorire l’indottrinamento dello Stato. Abbiamo chiesto a Suor Anna di spiegarci quali sono le dimenticanze di questo provvedimento e a quali rischi va incontro il nostro Paese.

In che modo il Decreto Scuola discrimina le famiglie e lo stesso concetto di pluralismo educativo?
Questo decreto parla solo ed esclusivamente di scuola statale e non parla mai di famiglia che, secondo l’art. 30 della Costituzione, è quella che ha la responsabilità e la libertà della scelta educativa. La famiglia deve necessariamente avere la possibilità di esercitare questo diritto e di poter scegliere tra una rosa di possibilità, e quindi di scuole, che fanno parte del sistema scolastico nazionale e di istruzione e formazione integrati composti, appunto, dalla scuola pubblica statale e da quella paritaria. Questo è un diritto riconosciuto a livello giuridico in tutta Europa e nella stessa Italia. Già nel ’48, in Italia, si sostiene che la responsabilità di educare i figli spetta solo alle famiglie e viene meno nel momento in cui ci si rende conto che non sono in grado di esercitarla. Solo in quel caso lo Stato si può arrogare il diritto di decidere. Quello che accade oggi contrasta totalmente con tale principio. Il diritto di scelta delle famiglie non viene preso in considerazione e la sensazione di fondo che si ha è che la famiglia non si renda neanche conto di quanto gli viene negato. Non parlando di scuola paritaria, il governo sottolinea che l’unica scelta possibile è quella della scuola di Stato che, pur essendo eccellente, non rappresenta una scelta. Tutto ciò porta ad una innegabile autoreferenzialità e annulla qualsiasi tipo di confronto.

Per quale ragione, secondo lei, lo Stato pregiudica in maniera così determinante la scuola paritaria?
La scelta operata dallo Stato è una scelta di convenienza. Permettere alle famiglie di esercitare il proprio diritto è scomodo per numerose ragioni. È scomodo perché, oggi, si fa fatica ad individuare nella famiglia la cellula fondante della società, è scomodo per i sindacati perché vorrebbe dire dare valore a quei docenti che davvero lo meritano, ed è scomodo per tutti quelli che ci rimettono in questa politica dello spreco dove un allievo arriva a costare 8.000 euro ma soprattutto per chi non ha voglia di rimettersi a pensare una politica gestionale. Si tratta di scelte che fanno sicuramente bene alla res publica ma fanno perdere consensi.

Perché si ha così tanta paura che la famiglia scelga?
La scelta implica responsabilità e libertà. Ma quanto sono disposto a rispettare la libertà dell’altro? Garantire il pluralismo educativo vuol dire garantire la presenza di scuole pubbliche statali e paritarie in una concorrenza leale tra di loro con lo Stato che fa da controllore super partes. Oggi in l’Italia, unica eccezione in tutta Europa, lo Stato è controllore e gestore delle scuole statali. Io non credo che possa rinunciare a tutto ciò. È uno dei motivi per cui si fa anche così tanta fatica a far passare la valutazione su scuole e docenti, perché dovrebbe essere fatta da un esterno. Allora diciamo chiaramente che in Italia non si può scegliere perché l’unica possibilità è quella di andare in scuola statale. È ingiusto che chi paga le tasse per un servizio pubblico (che come tutti sanno viene garantito sia dalla scuola statale che da quella paritaria) si trovi anche a dover pagare una retta nel momento in cui sceglie la paritaria e a dover addirittura pagare anche il sostegno se ha un figlio disabile. Nonostante il decreto si interroghi sull’importanza di migliorare le condizioni di studio e il sostegno di tutti gli studenti disabili, le misure relative al potenziamento degli insegnanti di sostegno riguardano solo il sistema scolastico statale, dimenticando che nelle scuole paritarie sono presenti quasi 12.000 studenti con queste problematica. Una famiglia che paga già le tasse non dovrebbe pagare niente per mandare i propri figli in una scuola paritaria. Lo Stato dovrebbe permettere alle famiglie di scegliere e finanziare quelle scuole che nel lungo periodo si distingueranno per qualità e mission. Quelle che non funzionano moriranno e i docenti che non sono in grado di fare questo mestiere vanno a fare altro.

Il Decreto dimentica la famiglia, ma sottolinea l’importanza di una rieducazione e formazione di insegnanti e studenti sulle tematiche di genere e orientamento sessuale. Come può tutto questo essere più importante dei diritti negati alle famiglie e delle discriminazione nei confronti di tanti studenti che non potranno scegliere?
È una conseguenza di quanto sta accadendo. Quando viene meno il diritto della famiglia a decidere si arriva a pensare che vada bene tutto. Io sono una persona estremamente liberale e non ho preclusioni di alcun genere ma sono anche convinta che per assicurare una convivenza civile agli esseri umani devo essere in grado di chiamare il bianco bianco e il rosso rosso. Lo Stato ci dice come deve essere fatta la formazione. Quando, al contrario, la formazione domanda l’ascolto della realtà. Qui siamo arrivati al punto in cui io posso parlare del gender e dell’omofobia e non posso più parlare di quello che è naturale perché è discriminante. La discriminazione nasce dall’approccio alla realtà pregiudizievole e non critico. Se io non riesco più a riconoscere la memoria storica e ciò che è naturale andrà bene tutto e il contrario di tutto e arriveremo al far west. Questo disordine è preoccupante. Lo Stato non può non ricercare lo sviluppo armonico e riconoscere a se stesso una responsabilità formativa e informativa. Ma anche i cittadini italiani devono recuperare un senso civico e chiedersi cosa fanno per migliorare la situazione. Il loro silenzio, infatti, non fa che amplificare l’assurdo.

Lei ha certamente seguito il caso di un istituto cattolico di Torino, il Faà di Bruno, costretto ad annullare una serie di incontri per i genitori, anche privati, sui temi dell’ideologia di genere e dell’omofobia. Cosa possono fare le scuole cattoliche per contrastare fenomeni di questa portata? Possibile che non si abbia più il diritto di affermare che c’è un altro modo di analizzare questa tematica?
Ho letto una serie di comunicati stampa molto interessanti. Capisco che certe volte sia necessario avere il buon senso di comprendere quando i tempi sono maturi, ma non dobbiamo mai avere paura di dire chi siamo e cosa vogliamo. Come può un DL dire ai propri docenti di fare corsi di formazione e impedire ad una scuola di fare incontri sull’affettività in un realtà che è privata? Questa intolleranza non è altro che paura della libertà dell’altro. Esercitare la libertà è un rischio e gli unici modi per privare la gente di tale diritto sono quello conoscitivo diretto o quello implicito. L’Italia ha bisogno di persone con buone idee che abbiano il coraggio di uscire allo scoperto. La realtà va approcciata in maniera costruttiva e critica. E se c’è un prezzo da pagare preferisco pagarlo piuttosto che continuare con questo silenzio omertoso. Nessuno si pone il problema. Le famiglie non conoscono più i loro diritti. Mi sconvolge che non siano scese in piazza. Vuol dire che non se ne rendono neanche conto. Quello che possiamo e dobbiamo fare è sensibilizzarle in maniera forte per ristabilire uno sviluppo armonico della nazione.