• CORTE SUPREMA

Dopo nove mesi, il "Ban" di Trump vede la luce

Il decreto di Donald Trump che chiude temporaneamente le frontiere degli Usa a sei paesi a rischio, entra in vigore. Lo ha deciso la Corte Suprema, dopo una lunga battaglia giudiziaria sulla costituzionalità del provvedimento.

Manifestazione contro il "muslim ban"

Il presidente Donald J. Trump ha ragione. Rientra nelle prerogative della Casa Bianca chiudere temporaneamente le frontiere del Paese per motivi di sicurezza, e non è un abuso chiuderle ai cittadini di Stati che destano apprensioni particolari sul fronte del terrorismo. È dunque legittimo sospendere per 90 giorni gl’ingressi negli Stati Uniti da Sudan, Yemen, Iraq, Iran, Libia, Siria e Somalia (una lista di Paesi bisognosi di più attenzione che a suo tempo fu Barack Obama a stilare); è legittimo sospendere per 120 giorni quelli di profughi da qualsiasi Paese; ed è legittimo sospendere a tempo indeterminato quelli di rifugiati dalla Siria allo scopo di adeguare le procedure di sicurezza. Lo dice la Corte Suprema federale; anzi, lo ribadisce.

Martedì 12 settembre, infatti, il massimo tribunale degli Stati Uniti ha reso definitivo quanto deciso in via provvisoria il 26 giugno, confermando dunque la decisione di rimettere il vigore l’Ordine Esecutivo 13780, Protecting The Nation From Foreign Terrorist Entry Into The United States, del 6 marzo, che sostituisce l’Ordine Esecutivo 13769, titolato allo stesso modo ed emesso il 27 gennaio. La riscrittura del decreto presidenziale si era resa necessaria per esplicitare un punto tanto implicito quanto chiaro (i lavoratori e gli studenti stranieri muniti di regolari permessi sono esclusi dal provvedimento di bando temporaneo), ma di fronte al quale si era scatenata violenta l’accusa.

L’intervento della Corte Suprema il 26 giugno era del resto stato motivato dai ricorsi presentati dalla Casa Bianca. La versione originale del provvedimento era infatti stata congelata dapprima il 3 febbraio dal giudice federale di Seattle James L. Robart del Distretto occidentale dello Stato di Washington, poi il 9 febbraio dalla Corte d’appello del Nono Circuito. La versione riveduta era invece stata bloccata il 15 marzo dal Tribunale federale distrettuale delle Hawaii.

Adesso l’ordine esecutivo del presidente è quindi tornato attivo. C’è però un altro fatto di capitale importanza, ed è che a sancire la legittimità del decreto della Casa Bianca sia stata la Corte Suprema, questa Corte Suprema. Nel massimo tribunale del Paese, infatti, l’ago della bilancia politica continua a pendere a sinistra: quattro sono i giudici di orientamento conservatore (il presidente John G. Roberts, Samuel Alito, Clarence Thomas e Neil Gorsuch) e quattro quelli d’inclinazione progressista (Ruth Bader Ginsburg, Stephen Breyer, Sonia Sotomayor, Elena Kagan) cui praticamente sempre si aggiunge il “laico” Anthony M. Kennedy.

Rispondendo a una richiesta urgente del ministero della Giustizia, lunedì 11 settembre Kennedy ha ordinato una sospensione temporanea del permesso di entrare negli Stati Uniti garantito, sempre dalla Corte d’appello del Nono Circuito (è infatti a lui che competono le procedure d’urgenza riguardanti quel tribunale), a chi avesse già ottenuto assicurazioni formali da uno degli organismi preposti al ricollocamento degl’immigrati, e questo in deroga parziale alla decisione con cui il 26 giugno la Corte Suprema riammise temporaneamente l’Ordine Esecutivo 13769.

La Corte d’appello del Nono Circuito lo aveva fatto pronunciandosi sul ricorso presentato sempre dal Tribunale federale distrettuale delle Hawaii proprio contro la decisione del 26 giugnoe stabilendo che la deroga parziale a quanto allora stabilito, quindi la possibilità di consentire l’ingresso nel Paese ai profughi titolati allo U.S. Refugee Admissions Program, sarebbe divenuta esecutiva martedì 12.

Nel prendere la propria decisione, motivata da un irrisolto conflitto d’interpretazioni di quanto stabilito dalla Corte Suprema appunto il 26 giugno, Kennedy ha ordinato la presentazione di una risposta di chiarimenti ulteriori entro le 12,00 dello stesso 12 settembre. Ma il 12 settembre è intervenuta la Corte Suprema stessa, trasformando il rinvio temporaneo di Kennedy in sospensione sine die, dunque reintroducendo l’Ordine Esecutivo 13769 che per un po’ chiuderà le frontiere statunitensi.

È stato Kennedy, insomma, il giudice che consuetamente beffa i conservatori, a beffare i liberal. Perché? Perché per quanto ondivago e spesso schierato a sinistra, Kennedy (che per di più è cattolico) ha una coscienza, e la sua coscienza gli ha impedito di unirsi al coro di quanti, in malafede, dicono e ripetono che il provvedimento di Trump viola il diritto alla libertà religiosa sancito dalla Costituzione federale, discrimina preconcettualmente i musulmani e chiude il Paese a riccio. Non è vero, e di questo è convinto prima l’ondivago Kennedy, dunque l’intera Corte Suprema che finalmente fa quello che deve fare: vegliare sulla costituzionalità di leggi e decreti senza piegare i propri atti alla politica.

Certo, è troppo tardi per bloccare gli eventuali terroristi oggetto degli allerta che in gennaio spinsero Trump a chiudere momentaneamente le frontiere all’immigrazione da certi Paesi, ma non lo è per sancire che il principio su cui si regge l’Ordine Esecutivo 13769 è sacrosanto (al di là di qualsiasi legittima opinione sulla sua efficacia pratica).

Sono decenni che la Corte Suprema degli Stati Uniti è soltanto la larva di se stessa, permeabile e prona ai diktat ideologici. Forse oggi è l’alba di un nuovo giorno, e senza nemmeno che per raddrizzare il tiro sia stata necessaria una maggioranza politica. È bastata la coscienza retta. I termini del provvedimento Trump stanno però per scadere e potrebbe essere tutto da rifare. La Corte Suprema sentirà dunque direttamente le parti in causa il 10 ottobre.