a cura di Stefano Fontana
  • LA LACUNA

Dottrina sociale, ciò che il vescovo non fa più

È opinione diffusa che le difficoltà della Chiesa oggi siano prodotte soprattutto dalle difficoltà dell’episcopato. Sul piano dottrinale è piuttosto difficile negare questa evidenza, date le molte sciocchezze che vescovi e conferenze episcopali vanno dicendo. La cosa assume un particolare rilievo, però, nel campo della Dottrina sociale della Chiesa, dal quale sembra che i vescovi siano fuggiti. Le omissioni e le confusioni fatte in questo campo richiederebbero un lungo elenco. Più importante è però ribadire che per la missione del vescovo, insegnare la Dottrina sociale della Chiesa e sorvegliare sulla sua applicazione è un preciso dovere.

I paragrafi 79 e 80 del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa affermano che la Dottrina sociale della Chiesa è “della Chiesa” proprio in quanto “opera del Magistero”. Il magistero implicato è prima di tutto quello petrino, ma spetta ai vescovi un compito decisivo: specificare, tradurre e attualizzare l’insegnamento sociale della Chiesa.

Questo importante ruolo del vescovo dipende dal fatto, come dice il numero 539 del Compendio, che egli è anche il primo responsabile dell’evangelizzazione del sociale nella sua diocesi: “Con particolare riferimento alla realtà locale, il vescovo ha la responsabilità di promuovere l’insegnamento e la diffusione della Dottrina sociale”.

Nel Direttorio di Pastorale sociale “Evangelizzare il sociale, pubblicato dai Vescovi italiani nel 1992, si parlava in modo specifico anche del ruolo dei Vescovi. Al n. 73 si legge che “Primo responsabile dell'evangelizzazione del sociale nella Chiesa particolare è il vescovo. L'evangelizzazione del sociale, di cui è capace la Chiesa che egli presiede, dipende molto dall'azione pastorale da lui stesso impostata, dal suo progetto pastorale e dall'impulso dato alla pastorale sociale”.

Questa insistenza sul ruolo del Vescovo per l’evangelizzazione del sociale trova fondamento nel decreto Christus Dominus del Vaticano II e nel famoso (e controverso) numero 4 dell’enciclica Octogesima Adveniens di Paolo VI (1971) laddove si dice che non bisogna chiedere alla Chiesa risposte per ogni problema sociale, in quando devono essere le Conferenze episcopali, dopo aver analizzato la situazione, a  dare insegnamenti e direttive d’azione. Il ruolo dei vescovi e della Chiesa locale veniva quindi enfatizzato.

Se però andiamo al sodo, è facile riscontrare che prima del Concilio i vescovi erano molto più preparati in questo campo di quelli di adesso ed erano più consapevoli del loro ruolo nell’evangelizzazione del sociale. Si potrebbe anche dire, di conseguenza,  che, nonostante la retorica postconciliare di una nuova stagione per il laicato, anche i laici di allora lo erano di più di quelli di adesso.

Di fronte a questo ruolo del vescovo in materia di Dottrina sociale, così strettamente connesso con il suo munus docendi derivato dall’ordinazione episcopale, si rimane molto delusi quando si tocca con mano la preparazione dei vescovi in questo campo, il livello della loro sensibilità per questi aspetti del loro episcopato, il languore (o la completa assenza) delle iniziative diocesane di formazione alla Dottrina sociale della Chiesa. Ancora di più si rimane delusi considerando che il vescovo dovrebbe anche sorvegliare sull’applicazione della Dottrina sociale. Cosa che quasi nessuno di essi fa.