• OMOERESIA AI RAGGI X

Equivoci e forzature: il peggior gesuitismo di Martin

La relazione di James Martin a Dublino è veramente del peggior gesuitismo e addirittura oggettivamente diabolica. Inoltre non ha nulla da spartire con sant’Ignazio di Loyola. Per quattro motivi che evidenziano gli equivoci gravi nei quali il gesuita "omoeretico" è incappato al Meeting della famiglia. Vediamo perché. 
-GAY PROFESSION: I DATI DI UN DRAMMA di Andrzej Kobyliński

James Martin

Credo di essere tra i pochi domenicani che hanno letto con attenzione gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola († 1556), di averne tratto ammirazione nonché utili insegnamenti e addirittura di aver sottolineato il testo con matite di diversi colori. Non mi ritengo dunque affetto da “sindrome antigesuitica”, ma proprio per questo so che esiste una perversione di certi elementi che generano poi la caricatura del gesuita in senso peggiorativo.

Questo per dire che la relazione di James Martin a DublinoCome possono le parrocchie accogliere le persone LGBT?” è veramente del peggior gesuitismo e addirittura oggettivamente diabolica e, mi permetto di aggiungere, non ha nulla da spartire con sant’Ignazio di Loyola. “Oggettivamente diabolica” perché dice cose belle, giuste e pastoralmente praticabili, ma con studiata noncuranza pone qualche affermazione di principio e di metodo che scardina tutto e trasforma affermazioni che in se stesse potrebbero essere intese in senso positivo in affermazioni negative o per lo meno equivoche sia a livello teorico che pastorale.

Presupposta l’analisi Roberto Marchesini, vorrei collocarmi a un livello più pratico individuando alcuni grimaldelli attraverso i quali Martin apre le porte e scardina l’edificio.

PRIMO EQUIVOCO: la Chiesa (cattolica?) ha trattato male e tratta male le persone LGBT. Ecco un’affermazione sintetica: «Negli ultimi anni ho sentito storie aberranti di persone LGBT cattoliche che sono stati respinte dalle parrocchie». Naturalmente Martin porta qualche esempio, ma appunto “qualche” esempio. Ora, una affermazione così deve essere sostenuta da tanti esempi, molti di più di quelli portati, altrimenti siamo nella generalizzazione.

Oltre al numero maggiore di esempi da addurre, si tace sul comportamento di tantissimi preti che non discriminano le persone omosessuali, le trattano bene, indicano loro una via di salvezza nel sacramento della confessione e, quand’anche non le assolvano, non interrompono un buon rapporto pastorale e orante con loro. E poi vi sono iniziative diocesane. Giustizia vuole che si tenga conto di tutti costoro e non solo di qualche comportamento eccedente.

Inoltre non si può valutare il passato con le acquisizioni culturali del presente. Nel passato, certo anche a seguito della dottrina della Chiesa, il comportamento omosessuale era marginalizzato anche dalla società: le ipotesi sulla morte di Tchaikovsky († 1893) avvelenatosi su richiesta per mantenere la buona reputazione di un giovane amante, anche se non documentabili del tutto, testimoniano delle reazioni di allora circa l’omosessualità. La Chiesa viveva in questo mondo e non reagiva né più né meno della società. Anzi, nel caso di abilità tecnica non si andava troppo per il sottile e anche gli ecclesiastici si servivano del pittore Giovanni Antonio de’ Bazzi soprannominato... il Sodoma († 1549), nonché di altri sommi e chiacchierati come un Leonardo da Vinci († 1519). 

Oppure di un Michelangelo Buonarroti († 1564), che affrescò la Cappella Sistina tra le proteste di diversi cardinali per quei nudi maschili troppo esibiti - e si sospettava il perché - e senza che il Papa Paolo III intervenisse. Il suo cerimoniere Biagio da Cesena († 1544), infatti, dopo aver litigato con Michelangelo per tutti quei nudi, si trovò - e si trova - dipinto lui stesso nudo, con le orecchie da asino e avvolto da un serpente che, insinuando la testa sotto l’inguine, gli mordeva il membro virile! Dunque andiamoci adagio prima di affermare che la Chiesa ha sempre trattato male le persone omosessuali o non ha apprezzato le loro doti in questo caso tecniche.

SECONDO EQUIVOCO: le persone LGBT «fanno parte della Chiesa tanto quanto papa Francesco, il loro vescovo o il loro parroco. Non si tratta di farli diventare cattolici: lo sono già». Certo che sono battezzate e il carattere rimane. Ma l’appartenenza alla Chiesa non è solo misurabile con un sì o un no: esiste anche una intensità del sì. E le persone omosessuali “attive” sono in una condizione di peccato oggettivo che, a meno di ritenerle tutte ingenue e cretine, nella normalità dei casi è anche un peccato soggettivo. E questo peccato non appartiene alla Chiesa e, considerata la persona nel suo insieme, rende più debole l’appartenenza alla Chiesa. Non si può ascoltare la Parola, cercare Dio, avvicinarsi a Gesù Cristo ecc., come sostiene Martin, restando attaccati a questi comportamenti. Si può invece e si deve supporre che papa Francesco, il vescovo, il parroco, non siano abitualmente in condizione di peccato grave, per cui la frase citata all’inizio del paragrafo, nella concretezza della vita cristiana risulta inammissibile. A meno di sostenere che gli atti omosessuali non sono peccato.

TERZO E FONDAMENTALE EQUIVOCO: «Non riducete i gay e le lesbiche alla vocazione alla castità che riguarda tutti noi cristiani. Le persone LGBT sono più della loro vita sessuale, ma alcuni sentono parlare solo di quella». Se così fosse, viene da pensare che le insistenze sulla castità rivolte a queste persone dalla pastorale di un tempo e di oggi derivano da pastori che non hanno il senso pastorale o addirittura risultano essere dei maniaci sessuali. La verità è più semplice: essendo diversi i peccati e i peccatori, a ogni peccatore si chiede di convertirsi dal peccato concreto in cui è immerso e non da tutti gli altri. Non si può partire unicamente da ciò che è buono e valido nella loro vita perché è appunto “quel peccato” che rischia di compromettere quanto c’è di buono arrestandone o deviandone la maturazione.

Si obietterà: santo cielo, è mai possibile che tutti i peccati si riducano al sesso e su questo sempre si debba insistere? No, ci sono peccati ben più gravi come l’omicidio, il cuore duro verso il prossimo, la superbia della vita, la bestemmia ecc. Ma quello del sesso è il peccato più facile e più diffuso ed è il grimaldello attraverso il quale si apre la porta di una vita difforme al progetto di Dio su di noi; il resto verrà dopo. Sant’Atanasio, nella Vita di Antonio - sono reduce da un trasferimento e ho i libri ancora in scatola e non posso citare con esattezza, ma assicuro che così è - fa parlare il demonio che si lamenta di non aver sconfitto Antonio attraverso le armi che sono “sotto l’ombelico”, armi con le quali ha sconfitto tantissimi giovani. Dunque è “normale” l’insistenza sulla castità e ancora oggi sant’Atanasio lo conferma.

Ma non solo. Un pastore deve sin dall’inizio fare un “coming out pastorale”, cioè chiarire a chi gli sta davanti quale è il senso dell’accoglienza, precisando: “Caro/a, la via della salvezza alla quale Gesù Cristo ti chiama passa attraverso la castità, cioè l’astensione da atti omosessuali. Certo, potrai ricadere per fragilità e verrai a confessarti con il proposito di ricominciare. Gesù Cristo è contento della battaglia che stai iniziando e ti darà l’aiuto. Soprattutto, proibendoti questi atti, Dio non vuole limitare la tua felicità, ma condurti alla felicità vera». 

Dunque il consiglio di Martin «Non riducete i gay e le lesbiche alla vocazione alla castità» va rigorosamente ribaltato con la frase appena formulata.

Se si crea questo contesto (ribaltato), allora tante positività che appaiono nella relazione di Martin possono essere accolte in senso giusto e proficuo: i valori delle persone omosessuali, la loro ricerca di Dio, una capacità maggiore di perdonare, doti tecniche al servizio della comunità ecc. Valga per tutte questa considerazione di Martin: «Dio le ama, e dovremmo amarle anche noi, e non di un amore avaro, obtorto collo, pieno di giudizi e di condizioni, solo con una parte del cuore: intendo di amore vero. E cosa significa amore vero? La stessa cosa che significa per chiunque: conoscerle nella complessità della loro vita, festeggiare con loro i momenti belli, soffrire con loro le amarezze, come farebbe un amico. E dirò di più: amarle come Gesù amava gli emarginati: follemente ed eccentricamente». Così come suonano, sono parole pienamente accettabili, ma nel contesto del coming out pastorale sulla castità. Se invece la proposta e l’esigenza della castità non è chiarita, in realtà non amiamo cristianamente le persone omosessuali e annunciamo loro un falso amore di Dio... e Dio ne chiederà conto.

QUARTO EQUIVOCO: qualche allegro stravolgimento della Scrittura. Martin conclude con un’icona evangelica: l’incontro di Gesù con Zaccheo in Lc 19,1-10 pensando «a Zaccheo come a un simbolo delle persone LGBT cattoliche». E qui iniziano una serie di allegorie, alcune delle quali stanno in piedi, mentre altre sono una frana.

Bene sottolineare che Zaccheo cercava di vedere Gesù e Gesù, saltando le persone normali e costituite in autorità, si rivolge a lui che era a suo modo marginale. A dire il vero, se il paragone calza nella seconda parte per la Chiesa, quanto alla prima parte tutti gli omosessuali che “fanno rumore” desiderano vedere Gesù? Ci sono forti dubbi...

Osserva giustamente Martin che «per Zaccheo, convertirsi significa dare ai poveri», perché è il contrario del suo peccato e così facendo non solo vi rimedia, ma esprime la verità della conversione. Applicato a chi pratica l’omosessualità, ci aspetteremmo un proposito di castità.

E invece «Zaccheo scende dall’albero; il testo greco ha un’espressione molto forte, statheis: mantenne la sua posizione»: che cosa significa se non che non ebbe l’intenzione di cambiare? E da qui è ovvio transitare alla considerazione che Gesù non gli propose di certo «terapie di conversione».

Infine Martin interpreta il tutto con una considerazione d’insieme che non ha nessun riscontro nel brano evangelico: «Il modello di Giovanni Battista (...) prevedeva che prima ci si convertisse, poi che si venisse accolti nella comunità. Per Gesù, prima viene la comunità, poi la conversione. L’accoglienza e il rispetto sono prioritari». No, è il contrario e ne fa fede il cammino penitenziale nonché l’attuale sacramento della Penitenza: proprio per essere accolti nella comunità nella quale c’è la salvezza si veniva e si viene perdonati dai peccati e, in antico “assolti” dalla penitenza in quanto le opere di penitenza compiute manifestavano la verità della conversione e dell’appartenenza alla Chiesa.

Insomma, pur non essendo gesuita ho provato a fare un discernimento sulle parole di un gesuita - operazione quasi surreale! - nel senso indicato dall’Apostolo: «Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono» (1Ts 5,21), fermo restando che «se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo» (Fil 3,15).