• LA LECTIO DI GRYGIEL/1

Europa, evento spirituale di amore e cultura

"Non si può costruire una nuova identità dell'Europa se non si riconosce che è un evento spirituale". La lectio magistralis sull'Europa di Stanisław Grygiel alla Giornata della dottrina sociale della Chiesa. Dalla domanda greca sul bene e il bello alla Rosa del Piccolo principe: linee guida per sconfiggere il Principe di Machiavelli che domina il Vecchio continente con i soldi. Ma teme le epifanie della verità dell’uomo: amicizie, matrimoni e le famiglie che possano limitare il suo potere.

Pubblichiamo la prima parte della lectio magistralis del professor Stanisław Grygiel "L’Europa è un evento spirituale", pronunciata sabato 6 aprile a Milano nel corso della II Giornata della dottrina sociale, evento promosso dalla Nuova BQ e dall'Osservatorio per la dottrina sociale cardinale Van Thuan. La relazione dell'arcivescovo Crepaldi, che ha aperto la giornata, potete trovarla qui

È necessario insistere nel ricordare a quelli che cercano di costruire una nuova identità dell’Europa che essa è molto di più di una penisola geograficamente definita oppure un prodotto di economisti e di politici che operano sulla base di trattati e di procedure. L’Europa è un evento spirituale. Fu concepita nella coraggiosa domanda greca sul bene e sul bello della verità e della giustizia e nell’ancor più coraggioso affidamento degli ebrei a Dio, chiamato dai profeti a scendere sulla terra. Da quando invece il fatto che Egli era venuto ad abitare in mezzo gli uomini divise la storia in due epoche, una delle quali fu chiamata da san Giovanni Evangelista epoca delle tenebre e l’altra epoca della luce, l’Europa avviene nelle persone orientate alla sorgente di questa luce, cioè all’Amore per il quale, nel quale e con il quale Dio crea l’universo e la storia che è l’uomo.

L’Amore, che è risposta alla domanda sul senso della vita umana nell’universo, ci ad-viene nel dialogo della memoria con il Passato, cioè nella Tradizione, e nel dialogo con il Futuro, cioè nella speranza. Nel dialogo con l’Amore che è il Principio e la Fine “dell’universo e della storia” (cfr. Redemptor hominis, 1) nasce la visione profetica degli eventi spirituali quali la persona, il matrimonio, la famiglia, la nazione ed anche la Chiesa. La mancanza di tale visione provoca la loro dissoluzione e la morte spirituale (cfr. Pr 29, 18). L’identità degli eventi spirituali non risulta infatti dalle operazioni della ragione (ratio) illuminata dai numeri che vi sono presenti (Cartesio)[1], ma avviene nel dialogo della Trascendenza che seduce e porta l’uomo nel paese dell’Alterità, come Zeus travestito da toro bianco rapisce Europa, la figlia del re di Tiro e Sidone. L’Europa avviene nel nostro ammirare l’Alterità Divina e nella speranza che questa Alterità si stia avvicinando, da Essa ridestata in noi.

Sedotto dalla Trascendenza che gli si rivela in un altro uomo, l’uomo affonda le radici nella Sua Divinità. AdorandoLa, egli entra nel lavoro degli altri uomini nel campo dell’umanità che in tutti si estende. Lo coltiva assieme agli altri come si coltiva la terra, perché come questa terra anch’esso porti un raccolto abbondante. La promessa del raccolto stringe alleanza con la speranza, che dà all’agricoltore la forza interiore, ma che lo trascende ed è indispensabile per la difesa della terra da lui coltivata. È in questo modo che l’uomo crea la cultura. Non bisogna dimenticare che la parola “cultura” ha una provenienza agricola (colo, colere, cultum, significa coltivare la terra). I confini dell’Europa passano allora attraverso la volontà e il cuore degli uomini che sono pronti a dare la vita per ciò a cui lavorano e che attendono come gli agricoltori che coltivano la terra loro affidata, che non si lascia né valutare, né negoziare. La cultura fondata sulla speranza, sulla fede e sull’amore svela la dignità che è stata loro donata e alla cui altezza devono laboriosamente elevarsi, se non vogliono perderla. La libertà di questi tre doni li rende dignità, che passa soltanto per questa terra, senza identificarsi con cosa alcuna su di essa.

Sulla terra staccata dal cielo, il luogo dovuto alla cultura, cioè al coltivare l’umanità, è occupato da ciò che io chiamo produttura. La produttura non conosce il dono con cui l’Amore chiama in modo obbligante l’uomo all’amore laborioso e responsabile. Gli uomini alienati dalla produttura dimenticano di essere chiamati alla libertà che si realizza in un continuo rispondere con l’amore all’amore. Nella produttura ogni uomo ed anche ogni cosa possono funzionare come se fossero ciascuno per proprio conto un assoluto solitario. Gli assoluti di questo genere gettano gli uomini in pasto ai “vitelli d’oro” che si puntellano sulle ideologie totalitarie. Il cinismo paralizzante dei servi dei “vitelli d’oro” si manifestò nelle parole rivolte nel 2017 a Roma dall’allora presidente francese François Hollande al Primo Ministro della Polonia Beata Szydło: “Voi avete i princìpi ma noi abbiamo i soldi!”. In altri termini, “Voi vi curate della cultura, ma siamo noi ad avere in mano la produttura. Non poniamo domande sulla verità, perciò possiamo fare ciò che ci piace!”.

Nel bimestrale “The American Interest è apparso un saggio molto interessante sotto il titolo: Two Princes. Il suo Autore non solo ci introduce nei meandri della politica moderna, ma ci mostra anche la via che conduce fuori del loro labirinto[2]. Analizza due modi di fondare lo Stato e di mantenerlo in vita. Il primo di questi è la politica del Principe di Nicolò Machiavelli, l’altro, diametralmente opposto, è, se così posso dire, la politica del Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Il Piccolo Principe è preoccupato per la Rosa che è più vicina al suo cuore e che dimora su un lontano pianeta. Grazie all’amore che ad essa lo unisce risponde alla domanda della volpe: “Addomesticami!”[3]. Come direbbe Socrate, la qualità della sua “vita privata” decide della qualità della vita sociale, poiché la vita sociale nasce nella persona appartenente alla Rosa che dimora su quel lontano pianeta.

Il Principe di Macchiavelli crea invece lo Stato piuttosto che la società. Lo crea quindi sulla base non dei legami dell’amore e della coscienza morale, ma sulla ragione calcolante che tratta tutte le rose come se non fossero altro che oggetti da usare e da buttare. Il Principe ha paura, e l’ha a ragione, che le epifanie della verità dell’uomo, come le amicizie, i matrimoni, le famiglie, possano limitare il suo potere. Il Principe ha paura della soggettività dei cittadini. Ha paura di Dio che con la voce della coscienza morale chiama l’uomo a non uscire dalla via d’amore che lo conduce alla verità cercata e allo stesso tempo attesa.

La presenza della Rosa dà alla vita del Piccolo Principe senso e valore. Lo rende libero responsabilmente. Nei legami del suo amore responsabile nascono la nazione e la società idonee alla lotta contro la morale disonesta del Principe di Macchiavelli. La casa del Piccolo Principe (oikos), dove la legge (nómos) nasce dall’amore per la terra (nomós) coltivata per il bene comune che è la sua Rosa, è costituita di ciò che è chiamato oiko-nomia. In essa il Datore della terra (nomós) e delle leggi (nómos) legate con la terra mantiene e salva la vita sia spirituale che biologica dell’uomo. In questa economia non c’è posto per i pretendenti di Penelope, che rendono la casa di Odisseo una taverna del piacere e gridano a Telemaco, che sta per partire alla ricerca del padre: “Scemo! Andiamo a mangiare e bere!”[4]. Il Datore della terra e delle sue leggi si oppone a quelli che, non legati dall’amore per la Rosa, erigono la loro praxis alla dignità di “centro dell’universo e della storia” (Redemptor hominis, 1) e con ciò esiliano persino se stessi dalla terra natia condannandosi alla vita nella miseria propria dei senzatetto, privi della terra e delle sue leggi.

Il Principe non ama le comunità delle persone, poiché non riesce a dominarle, e non riesce a farlo perché non è possibile confutare la verità che si rivela nella reciproca presenza delle persone l’una all’altra e nella loro unione a Dio. Ricordo che alla domanda: Quid sit veritas?, che cosa è la verità?, l’antico anagramma risponde: (Veritas) est vir qui adest, verità è la persona presente a un’altra persona. Questa sempre contemporanea verità, che si rivela nella persona presente a un’altra persona, costituisce per loro un reciproco compito, munus. Vivendo con questo compito, cum munere, esse creano una comunione delle persone, com-munio personarum, nella quale trovano la difesa contro l’ingiustizia. L’ingiustizia accade là dove l’uomo non risponde alla chiamata degli altri: “Addomesticaci!”, né gli altri rispondono alla stessa chiamata che lui a loro rivolge. La persona rende giustizia a un’altra persona rispondendo con l’amore all’amore. La solitudine, effetto della mancanza di fede nell’altro uomo e di amore per lui, costituisce lo spazio dell’ingiustizia il cui fantasma si delinea nella domanda che Cristo pone al termine della parabola sul giudice ingiusto: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18, 8).

L’Europa non diventerà tale domanda sulla verità se non rinascerà come una comunità delle persone, delle amicizie, dei matrimoni, delle famiglie e delle nazioni. Resterà un artificiale insieme di classi-Stato dei vari lacchè che si combatteranno per avere il sopravvento gli uni sugli altri. I valletti alienati non entrano nel lavoro degli altri. Non vivono nel dialogo con il Passato e con il Futuro presenti nella Rosa che dimora su un altro pianeta. Di conseguenza, essi non sono soggetti, si può fare di loro tutto ciò che si vuole. Per poter funzionare i valletti non hanno bisogno che di decreti formali e di procedure che dipendono dai valletti di loro più forti. Tutti questi più o meno potenti staffieri possono essere incatenati a qualsiasi cosa, poiché loro stessi non si sono incatenati al verum, al bonum e al pulchrum, cioè alla verità, al bene e al bello. Hölderlin metteva in guardia contro il qualunquismo delle leggi e delle procedure statuite dalla gente di questo genere:
Le leggi sono buone, tuttavia,
come i denti dei draghi tagliano
e ammazzano la vita
quando le irrigidisce l’infuriato
Villano oppure il re
”.[5] 

CONTINUA - 1 

 


[1] Ruggero Bacone disse: Qui mathesim scit, potest omnia scire.

[2] Cfr. Jakub Grygiel, Two Princes, in: “The American Interest”, 6. X. 2014.

[3] Cfr. Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, VII, VIII, XXI.

[4] Cfr. Omero, “Odissea”, II.

[5]   “Denn gut sind Satzungen aber

     Wie Drachenzähne, schneiden się

      Und tödten das Leben, wenn in Zorne sie schärft

      Ein Geringer oder ein König.”   (F. Hőlderlin, “Hymne an die Madonne. Projekt”, in: “Analecta Hölderliana,”, Band   

      3, hrsg. Anke Bennholdt, s. 180).