• IL MANIFESTO

Femminicidio, giornalisti politicamente corretti

Un lancio dell’agenzia Ansa del 27 settembre ci informa che la Commissione Pari Opportunità della Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana) ha varato il «Manifesto di Venezia», che sarebbe il «manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’informazione». Non facile capire che cosa si intenda esattamente, a meno che non ci sia un refuso e manchi «della», cioè: per il rispetto «della» parità di genere. Segue «campagna di sensibilizzazione» e raccolta di firme. Con tutte le adesioni raccolte sarà presentato a Venezia in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne il 25 novembre.

Questo l’incipit: «Noi, giornaliste e giornalisti». Eh, i tempi sono cambiati, prima bastava dire «giornalisti» e tutti capivano che della categoria faceva parte anche Oriana Fallaci. Oggi la parità impone la specificazione. Ma, chissà perché, le giornaliste sono sempre indicate prima dei giornalisti, la loro menzione ha la precedenza. Riflesso cavalleresco duro a morire? Ma proseguiamo con la lettura: «Ci impegniamo per una informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali e giuridiche». Ma perché, uno si domanda, prima non lo facevano? E quali sarebbero, poi, le «implicazioni  culturali»? Quando daranno notizia di uno stupro perpetrato, che so, da un africano spiegheranno per quale motivo lo ha fatto, sottintendendo che, fosse stato un italiano, le motivazioni culturali sarebbero state diverse? A che pro, poi? Per dare un suggerimento al giudice? E «giuridiche»?

Se uno ammazza la moglie spiegheranno che si tratta di reato previsto dal Codice penale? Prosegue il Manifesto: «La descrizione della realtà nel suo complesso, al di fuori di stereotipi e pregiudizi, è il primo passo per un profondo cambiamento culturale della società e per il raggiungimento di una reale parità». Perché, c’è qualche stereotipo e pregiudizio che ancora sopravvive? I tempi di Franca Viola sono passati da un pezzo, e al delitto d’onore non crede più nessuno da sessant’anni. Ma quel che intriga è il «profondo cambiamento culturale della società» che si persegue.

La mentalità è già cambiata, ma forse non se ne sono accorti. O forse non lo reputano bastante, il cambiamento avvenuto. Dove si vuole arrivare? Boh. Il fatto è che certi cambiamenti sociali e culturali sono più veloci delle giornaliste e dei giornalisti. Il resto lo riassume l’Ansa: «No all’uso di termini fuorvianti come “amore”, “raptus”, “gelosia” per crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento. No alle strumentalizzazioni con la distinzione di “violenze di serie A e di serie B” in relazione a chi sia la vittima e chi il carnefice». Mamma mia, e chi l’ha scritto, ‘sto Manifesto, la Boldrini? Perché, infatti, sarebbe «fuorviante» parlare di «raptus» in un delitto d’impulso e non premeditato? Queste distinzioni spettano alla magistratura, non ai giornalisti, altrimenti si chiama linciaggio a mezzo stampa, e preventivo pure.

Se uno (o una, non dimentichiamolo) uccide per gelosia, è corretta informazione parlare di «volontà di annientamento»? E questi, dice l’Ansa, sono solo «alcuni degli impegni che assumono i firmatari del Manifesto». Chissà come sono gli altri. A occhio, un Manifesto politicamente corretto, piuttosto femminista nei concetti. Se ne sentiva il bisogno? Il fatto è che questa storia del «femminicidio» (con tanto di Tg che li numerano in un box apposito in alto a destra dello schermo) implica che se una donna uccide un uomo è un normale delitto, se un uomo uccide una donna è molto più grave. Insomma, il «sesso debole» cacciato dalla porta (parità di genere) rientra dalla finestra. Ma per favore.