• EDITORIALE

Gender a scuola, il vero problema è il centralismo

L'articolo 16 del Ddl "Buona scuola" è il cavallo di Troia per fare entrare nella scuola i temi cari alle associazioni Lgbt. Ma alla base di tutto è la responsabilità dell'educazione che lo Stato ha scippato alle famiglie, malgrado ciò che è scritto nella Costituzione. E la "buona scuola" non supera questo modello statalista.

Scuola gender

Sta facendo discutere il voto di fiducia in Senato, a favore del Ddl "Buona scuola", da parte degli schieramenti politici di area cattolica (clicca qui e qui). Il comma che fa riferimento all'identità di genere, infatti, rappresenta un vero e proprio cavallo di Troia per far entrare, nella "città fortificata" (un vero e proprio colabrodo, in realtà....) della scuola statale, temi cari alle associazioni Lgbt.

In realtà sono stati realizzati già numerosi incontri nelle scuole a cura delle citate associazioni, stampati e distribuiti agli alunni libretti a dir poco orripilanti, e alcuni solerti insegnanti si sono presi la libertà (è questa la libertà di insegnamento??) di far sperimentare ai propri allievi - talvolta bambini della scuola materna - pratiche allucinanti pro-gender.

Tutto questo, però, è avvenuto all'interno di un quadro di riferimento normativo incerto ed equivoco, sostenuto più dalla spinta propulsiva delle ideologie di alcune potenti lobbies omosessuali e veicolata dai principali strumenti di comunicazione di massa, che da vere e proprie leggi nazionali. E chi si oppone a queste infauste mode ha avuto la possibilità e gli strumenti giuridici per contestarle.

Ora non sarà più così, e questo rappresenta un "vulnus" molto grave al nostro tessuto sociale, oltre ad una terribile responsabilità morale verso i più piccoli, vittime incolpevoli delle perversioni di una società che ha smarrito la bussola della ragione.

Non sarà sufficiente richiedere alle famiglie quel "consenso informato" su cui ha dato "rassicurazioni" il ministro Giannini. Non lo sarà, sia perché la scuola statale italiana è un Moloch incontrollabile, sia perché tantissime famiglie non sono in grado (per i più svariati motivi: delega in bianco alla scuola, carenza di basi culturali, difficoltà di entrare nel merito delle questioni, vera e propria assenza fisica dovuta alla disgregazione del nucleo familiare, etc..) di comprendere appieno quale sia la posta in gioco.

È assurda, a ben guardare, la logica del ministero sul consenso informato: "È possibile che entrino nella scuola e circolino liberamente nelle classi, fra i piedi dei nostri bambini, dei veri e propri serpenti a sonagli. Però chiediamo alle famiglie di firmare il tagliandino che sarà apposto in fondo alla comunicazione circolare che la scuola dovrà inviare a casa ...".

E qui si apre la finestra sulla questione vera che sta a monte di tutto: a chi appartiene il compito e la responsabilità dell'educazione delle giovani generazioni? Ha senso che lo Stato imponga i contenuti educativi (o dis-educativi...) alle scuole, e quindi alle famiglie, anziché limitarsi a fissare le norme generali e controllare la conformità delle scuole a queste ultime? Non è, questa, una riedizione dello Stato etico, tipico dei regimi totalitari? Non parla, la nostra Costituzione (art. 30), di "Diritto/dovere dei genitori di mantenere, educare e istruire i figli"?

Questo è il problema vero del nostro sistema di istruzione: il centralismo non solo gestionale, ma anche e soprattutto educativo. Centralismo nefasto, che la maggior parte dei paesi avanzati ha ripudiato e superato, sia perché economicamente sconveniente, sia perché è molto più efficace, ai fini dei risultati educativi e formativi (anche quelli misurati dagli organismi internazionali), la scuola dell'autonomia.

L'esperienza degli altri paesi e di tante nostre scuole paritarie ci testimonia che libertà di educazione e autonomia scolastica sono le chiavi di volta per una scuola che sia in grado di far crescere persone preparate culturalmente e umanamente solide; non  caricature fragili e incerte persino sulla propria identità sessuale....

È questa la più grande debolezza della "buona scuola" di renziana matrice: l'incapacità di superare con decisione e coraggio (anche se qualche apertura iniziale non manca) il modello centralistico e statalista del sistema di istruzione. Finché non si arriverà a questo, lo Stato - qualunque sia la matrice culturale del governo che lo gestisce - potrà imporre alle scuole qualsiasi aberrazione, come del resto la storia ci documenta abbondantemente.