• MODENA

Gender nella scuola cattolica Tutto ok per il parroco

Nemmeno le scuole paritarie cattoliche si possono dire immuni dalle infiltrazioni dell'ideologia gender, come dimostra il caso dell’istituto «Madonna Pellegrina» di Modena. Qui, sia nella scuola dell'infanzia che nella primaria, vengono tenuti da diversi anni progetti di educazione all’affettività e all’identità di genere. Il parroco minimizza, ma la curatrice del progetto è amica della preside tanto che il gender è rientrato nel piano di offerta formativa.

Che l’ideologia gender sia presente nelle scuole statali è, purtroppo, un fatto così diffuso che quasi non fa più notizia. Ma nemmeno le scuole paritarie cattoliche si possono dire immuni dalle infiltrazioni, come dimostra il caso dell’istituto «Madonna Pellegrina» di Modena. In questa scuola vengono tenuti da diversi anni - dal 2008-2009, stando a ciò che si può constatare sul sito - dei progetti di educazione all’affettività e all’identità di genere, rivolti ai bambini della scuola dell’infanzia ed elementare.

Ci soffermiamo in particolare sul progetto Io & tu, che si svolge servendosi della «formazione, consulenza e supervisione» di Letizia Lambertini, un’antropologa specializzata in gender studies (studi di genere), come lei stessa si presenta su Linkedin. Anche su quest’ultima piattaforma si può vedere che nel periodo 2009-2018 ha collaborato con la scuola Madonna Pellegrina occupandosi di: «Introduzione ai gender studies, come programmare in gender perspective, metodologia in ottica di genere, attività da svolgere in classe, documentazione». Segnaliamo che l’espressione «studi di genere» è un termine soft per celare la carica ideologica. La Lambertini è apprezzatissima dalla preside dell’istituto paritario modenese, Maria Piacentini, che in uno dei documenti di presentazione di Io & tu scrive: «… la frequentazione al tema dell’identità di genere mi è stata data (donata) dalla lunghissima amicizia con Letizia Lambertini, di cui ho potuto seguire ed apprezzare il lavoro fin dagli inizi».

IDENTITA' DI GENERE CAPOSALDO DELLA SCUOLA

L’identità di genere figura addirittura tra i capisaldi della scuola, come si può leggere nel Piano triennale di offerta formativa (PTOF) per il 2016-2019, dove compare al secondo posto, subito dopo l’educazione religiosa. E qui ci vorrebbe un bel punto interrogativo. Chi ha un minimo di familiarità con la storia del concetto di «identità di genere», infatti, sa che essa è inconciliabile con l’insegnamento cattolico. Inconciliabile con la nostra natura. L’identità di genere è un costrutto culturale che slega l’identità sessuale dal sesso biologico (dunque dal nostro essere maschi o femmine), in nome di una fluidità potenzialmente senza limiti, secondo cui ognuno può «scegliere» a quale genere appartenere, ignorando così i significati del proprio corpo: esattamente da questa idea nasce un acronimo come «Lgbt» (a cui si vanno via via aggiungendo nuove lettere, in ragione della fluidità illimitata di cui sopra).

L’identità di genere è quindi un concetto tipico di coloro che hanno gettato le basi dell’ideologia gender, una teoria diabolica che papa Francesco ha paragonato a una «colonizzazione ideologica» sulla pelle dei bambini, per distruggere il matrimonio e la famiglia. Nel progetto Io & tu, non a caso, vengono citati come riferimenti l’antropologa statunitense Margaret Mead (1901-1978), tra le prime a occuparsi di studi di genere nella prospettiva tendente a negare o quantomeno diluire il dato biologico, e il sessuologo neozelandese John Money (1921-2006), cioè lo pseudo-scienziato che negli anni Sessanta convinse due genitori a crescere il loro bambino (a cui era stato tagliato il pene per una maldestra operazione di circoncisione) come se fosse una bambina. Il bambino si chiamava Bruce Peter Reimer, venne cresciuto come «Brenda», ma non si identificò mai nel sesso femminile: morì suicida nel 2004, ma prima volle raccontare la sua storia perché nessuno patisse più il suo dramma.

Non sorprende che John Money, direttamente responsabile del dramma di Reimer, venga presentato come un luminare dalla cultura laicista (di cui la Lambertini è espressione), ma che questo avvenga in una scuola cattolica è allarmante. Abbiamo contattato il parroco e legale rappresentante della scuola, don Matteo Cavani, che è partecipe del progetto sull’identità di genere e ha detto di essere a conoscenza della storia di Money e Reimer, ma nel corso di tutta la telefonata ha teso a minimizzare, contestando pure che citare il sessuologo neozelandese significasse prenderlo a riferimento: beh, se si cita qualcuno per confutarlo è un conto e va bene, ma se lo si cita per sostenere le proprie argomentazioni - come avviene con Money nella presentazione di Io & tu, impregnata di vari concetti per decostruire il maschile e il femminile - significa per l’appunto che è un tuo riferimento. Inconciliabile, ripetiamo, con l’insegnamento della Chiesa cattolica.

Don Matteo minimizza anche sulle altre collaborazioni della Lambertini. Vediamole. Nel 2015-2018 l’antropologa risulta curatrice della formazione degli insegnanti per Teatro Arcobaleno, evidentemente una realtà Lgbt, con diversi progetti coordinati direttamente da lei (vedi la programmazione per la stagione 2018-2019). Teatro Arcobaleno sponsorizza per esempio Questo libro è gay di James «Juno» Dawson, un uomo che si sente donna: un «transgender», come lo chiama la neolingua. Chi c’è dietro Teatro Arcobaleno? Si tratta di un progetto di varie associazioni, tra cui ci limitiamo a ricordare le due in cima alla lista: Gender Bender e Cassero Lgbt Center, laddove la prima realtà è in pratica una diretta emanazione della seconda. Il Cassero Lgbt è noto per i suoi corsi sul bondage, una pratica-perversione sessuale estrema, e perché nella Quaresima di tre anni fa organizzò l’evento blasfemo Venerdì credici, in cui uomini seminudi, con tanto di croci e corone di spine, mimavano atti sodomiti con il chiaro intento di offendere Nostro Signore e tutti i cristiani.

Anche se non ci risulta che la Lambertini abbia cooperato con lo spettacolo blasfemo e i corsi sul bondage, è chiaro che come formatrice degli insegnanti ha un ruolo di spicco all’interno di Teatro Arcobaleno, appunto una creatura delle suddette associazioni che disprezzano il cristianesimo. Dunque, come si fa a minimizzare? E poi basta leggere quello che scrive per un’altra rete Lgbt, Attraverso lo specchio, di cui è “supervisora”: «Per alcune Associazioni della Rete il femminismo è l’esperienza storica dalla quale derivano la loro militanza. Per altre Associazioni della Rete tale esperienza deriva dal movimento omosessuale. […] Il cambiamento che queste Associazioni hanno come obiettivo è quello di “trasformare il genere”. L’educazione al genere è un’educazione a trasgredire i modelli dominanti…». E ancora: «Il rifiuto di una “natura” del maschile e di una “natura” del femminile è condiviso da tutte le Associazioni della Rete». Tralasciamo il paragrafo dove si parla di trasgressione, avventurosità, eresia.

La decostruzione di maschile e femminile, unita alla sessualizzazione precoce nonché al lavorio che instilla sottilmente avversione per il matrimonio e la famiglia, è un tratto costante di un’ideologia del genere.

2^ PARTE: "La famiglia è una gabbia". I fedeli scrivono al vescovo