• VERITÀ E CARITÀ

Gesù, la «luce gentile» che guarisce la nostra cecità

Il grande convertito inglese e beato John Henry Newman, rivolgendosi al Signore, Lo pregava così: «Tu guida i miei passi, luce gentile». La luce rende ogni realtà vera, di fronte alla quale non è più possibile barare. E forse per questo molti vogliono spegnere la luce di Cristo, che fino all’ultimo tenta però con divina gentilezza di aiutare l’uomo a vedere la verità e accettare il Suo amore.

Caro direttore,

il primo febbraio ho partecipato, nel Duomo di Milano, alla solenne celebrazione in occasione della festa della Presentazione del Signore al tempio. A parte la positività che si prova ogni volta che ci si immerge nella liturgia cattolica, questa volta, in particolare, mi hanno colpito le parole del cardinale e beato John Henry Newman che hanno costituito il testo di un canto eseguito durante i riti di comunione. Newman, rivolgendosi al Signore, così Lo prega: “Tu guida i miei passi, luce gentile”. Il grande convertito inglese, cioè, si rivolge al Signore Gesù definendolo “luce gentile”. Non avevo mai pensato al connubio tra queste due parole, ma Newman le usa insieme per sottolineare un aspetto fondamentale della presenza incarnata del Signore. Ho capito così quella insolita espressione.

Il Signore, innanzitutto, è luce, come hanno sottolineato soprattutto i primi cristiani e tanta tradizione letteraria e orante nella storia bimillenaria della Chiesa. È luce perché permette finalmente a noi poveri ciechi di cominciare a vedere, e quando si vede ogni cosa viene rimessa al suo posto e riprende il suo vero colore e il suo significato. Non a caso, credo, Gesù ha sanato tanti ciechi. Noi presuntuosi pensiamo di poter vedere anche senza il Signore, ma è pura illusione, che spesso porta a disastrose conseguenze. La luce rende ogni realtà vera, di fronte alla quale non è più possibile barare. La luce ci aiuta a essere leali con la realtà. E forse per questo, molti vogliono spegnere la luce di Cristo. Sappiamo che si tratta di uno sforzo inutile, ma intanto la mancanza di luce spesso rende drammaticamente più difficile la vita di tutti.

Ma questa luce è “gentile”, perché essa desidera aiutare in ogni modo l’uomo a vedere. La luce del Signore è gentile perché si rivolge alla sovranità della nostra terribile libertà e quindi cerca in ogni modo di farci vedere con gli occhi giusti. Usa gentilezza nei confronti della nostra colpevole cecità. La gentilezza dell’Amore vince la nostra cecità. Nel Signore vanno assolutamente insieme la luce della verità e la tenera gentilezza della carità.

Mi pare che le singolari parole di Newman costituiscano un utile richiamo per noi cristiani “moderni”, che spesso tendiamo a non vivere insieme i due aspetti, se non addirittura a separarli ideologicamente. A volte, sembra quasi che per essere gentili (cioè caritatevoli) dobbiamo attenuare la luce (cioè la verità) e che per essere veri siamo costretti a essere meno caritatevoli. Luce e gentilezza, invece, devono sempre stare assieme, anche perché senza luce sarebbe inutile essere gentili e senza gentilezza l’indicazione della luce sarebbe più inefficace. Ci sono persone in cui questa unità è clamorosamente presente e sono i Santi, come ne abbiamo visti anche nei nostri tempi tribolati: ad esempio, San Giovanni Paolo II e Santa Teresa di Calcutta.

Personalmente, in attesa che Santa Madre Chiesa si pronunci, sono sicuro di aver visto tale caratura umana e cristiana nel Servo di Dio don Luigi Giussani, che ha dato la vita per narrarci con la luce della verità la carità di Cristo. In questa unità, la parola gentilezza viene spogliata di ogni tentazione sentimentale. La luce può essere gentile proprio perché è luce che fa chiarezza e non altro.