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Gli apostoli in tv: godibile, ma è una soap opera

«A.D. La Bibbia continua» è una serie di telefilm in dodici puntate che va in onda su Tv2000, la televisione dei vescovi. In pratica si tratta della sceneggiatura degli Atti degli Apostoli, anche se parte dal processo e la morte di Gesù. La serie è americana, trasmessa nel 2015 dalla statunitense NBC. Ideata da R. Downey e M. Burnett, che sia americana lo si vede subito: san Giovanni apostolo è negro, e c’è pure un altro nero tra gli apostoli. E Maria Maddalena è mulatta (ma potrebbe essere anche portoricana, almeno dall’aspetto fisico).

Ciò è dovuto al fatto che negli Usa lo show system deve fare i conti con i «diritti delle minoranze», e la minoranza per eccellenza colà sono gli afroamericani (che prima dell’avvento del politicamente corretto si chiamavano negri). Nessuna legge lo impone, ma è un self-code, un codice autoinflitto che costringe a salti mortali quale quello appena descritto, e anche di più: nelle trasposizioni cinematografiche del fumetto Thor, il dio scandinavo guardiano del Ponte dell’Arcobaleno che conduce ad Asgard (la dimora delle divinità nordiche), Heimdal, è impersonato da un attore nero, appena vikinghizzato da lenti a contatto chiare.

Nella serie sugli Apostoli le star conclamate sono rare, e ormai in declino: Joanna Whalley (ex Kilmer) fa Claudia, moglie di Pilato; la Madonna è impersonata da una sfioritissima Greta Scacchi. Solo queste due sono conosciute dal pubblico italiano. Ora, in diverse scene compare un angelo in armatura e spada: è lui che sposta la pietra dalla tomba di Cristo e poi libera gli Apostoli dalla prigione. Ebbene, anche l’angelo è nero. Sarà una reminiscenza della vecchia canzone Angelitos negros, riproposta negli anni Sessanta da Fausto Leali. Molte le incongruenze per chi  si aspetta una trasposizione fedele, ma ciò è senz’altro dovuto all’esigenza di drammatizzazione. Per esempio, compare la figlia di Pietro, e si chiama Maia.

Ora, secondo la tradizione Pietro aveva davvero una figlia, però si chiamava Petronilla ed è venerata da sempre come santa (anche se non tutti lo sanno). Vabbe’, forse agli sceneggiatori non è venuto in mente di consultare il prontuario dei Santi. Ma anche l’invenzione scenica dell’accampamento dei cristiani, vera e propria tendopoli, fuori Gerusalemme su un campo messo a disposizione da Zaccheo stride un po’ con quel che si sa: i primi seguaci degli Apostoli vivevano in città, non in un luogo a parte e tutti assieme. Nel film la trovata serve a far intervenire Saulo (prima che diventasse san Paolo) alla testa di guardie armate per perseguitare il gruppo di eretici nazareni. Ebbene, Saulo-Paolo è un attore bello, aitante, alto e zazzeruto. Peccato che in tutte le raffigurazioni che ci sono pervenute Paolo compaia bassino, bruttino e semicalvo.

Qualche dubbio lo suscita Stefano, il protomartire, che è sempre rabbioso, in una scena, addirittura, pare avercela anche con la nuova fede. Boh. Dopo la discesa dello Spirito Santo, a Pentecoste, sembra che gli Apostoli non abbiano ricevuto niente, nel senso che si comportano come chiunque (chiunque, cioè, non abbia i doni dello Spirito). Sproporzionato, poi, è il ruolo delle donne, che nell’Israele vero contavano poco o niente. Il film, invece, ci presenta la moglie di Caifa con un ruolo forse superiore a quello del marito, il quale è un brav’uomo, devoto e in buona fede. Arriva a minacciare di morte il suocero Hanna, cui invece doveva la carica ed era la vera potenza dietro le quinte del Sinedrio. Insomma, per tagliare corto, si ha l’impressione di assistere a una soap, più che a una ricostruzione ancorché romanzata. Un prodotto, in fin dei conti, sanza infamia e sanza lode. Mediamente godibile, sì, ma, per dirla tutta, non è Mel Gibson. Peccato.