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Gli appunti di Benedetto XVI "correggono" Amoris laetitia

Riproponendo l'enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis Splendor" come argine al "collasso" della morale cattolica, Benedetto XVI in realtà entra in contrasto con quanto descritto dall'esortazione apostolica "Amoris Laetitia".

Quando un testo viene reso pubblico, acquista una sua autonomia anche dal suo autore e deve essere considerato per se stesso. Anche le Note di Benedetto XVI sulla crisi della Chiesa a seguito dei fenomeni di pedofilia non sfuggono a questa regola. Esse dicono oggettivamente qualcosa: tacerne vorrebbe dire rinunciare a prendere atto dell’autonomia del testo il che, dal punto di vista delle regole dalla interpretazione, sarebbe un atteggiamento scorretto.

Ora, il testo di Benedetto ristabilisce senza ombra di dubbio il valore della teologia morale così come illustrata dall’enciclica Veritatis splendor di Giovanni Paolo II. Di più: attribuisce a quel documento il grande valore di aver contrastato il “collasso” della teologia morale iniziato negli anni Sessanta per tentare di trattenerne i danni. La conseguenza logica da tirare è chiara: se viene incrinato l’impianto della teologia morale della Veritatis splendor, il “collasso” della teologia morale cattolica è destinato a continuare.

Capita ora che, esaminando un altro testo, quello della Esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco, si debbano riscontrare – sempre per la fedeltà all’autonomia del testo – alcune non marginali discontinuità con la Veritatis splendor (VS). Una vasta letteratura si è interessata (e si interessa) al tema. Qui mi limito ad elencarle sinteticamente: la legge divina come “ideale” e non anche come prescrizione; nessun riferimento alla legge morale naturale a fronte dell’ampia trattazione del tema nella VS; l’inesistenza di precetti morali negativi assoluti mentre nella VS se ne sistema la dottrina; il ruolo della coscienza come co-produttiva della legge morale e non solo interpretativa o applicativa di essa come nella VS; la trasformazione delle attenuanti alla norma in eccezioni alla stessa; il peccato presentato come “fragilità” e la indistinzione tra peccato mortale e veniale; il dubbio che l’aiuto della grazia renda possibile seguire la legge morale divina nelle situazioni difficili; la concezione della misericordia divina che, secondo Veritatis splendor non significa mai adattamento del bene e del male alle circostanze mentre in Amoris laetitia permetterebbe l’accesso all’Eucarestia nonostante la perdurante situazione oggettiva di peccato.

A molti queste discontinuità non risultano. Però se fosse vero che in Amoris laetitia non c’è nessuna discontinuità dottrinale rispetto a Veritatis splendor, perché nella Chiesa si sarebbe messa in moto un’ampia iniziativa nientemeno che per per rifondare la teologia morale cattolica a partire da Amoris laetitia?  Perché i teologi si starebbero mobilitando per rivedere la teologia del matrimonio a partire da questa Esortazione? Perché molte istituzioni accademiche cattoliche, prima di tutte la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, si starebbero impegnando per realizzare la cosiddetta “conversione pastorale” della teologia morale richiesta da Amoris laetitia? E perché si continuerebbe a dire che Veritatis splendor deve essere letta a partire da Amoris laetitia e non viceversa? Se la discontinuità non ci fosse, le due encicliche sosterrebbero le medesime idee di fondo e non ci sarebbe bisogno di rileggere niente né tanto meno di rifondare.

Nel testo delle Note di Benedetto XVI si dice anche un’altra cosa di grande interesse: si fa dipendere l’inizio del “collasso” della teologia morale dalla rinuncia alla prospettiva giusnaturalista, ossia del diritto naturale, pensando di riuscire a fondare la teologia morale solo su basi bibliche (faccio notare di sfuggita che il biblicismo è anche condannato dalla Fides et ratio). Ora, non si può non constatare che in Amoris laetitia non si parla mai di legge morale naturale o di diritto naturale: tali espressioni sono completamente assenti. 

La Veritatis splendor, invece, approfondisce molto la nozione di legge naturale, sicché la differenza di impostazione tra i due documenti risulta lampante. Essa ribadisce che, in teoria, la ragione umana è in grado di conoscere la legge naturale anche da sola, anche se di fatto non riesce a farlo senza la rivelazione. L’ordine morale stabilito dalla legge naturale è in linea di principio accessibile alla ragione umana ma dato il presente stato di natura decaduta, la divina rivelazione è efficace anche per la conoscenza delle verità morali di ordine naturale.

Per non essere infedeli all’autonomia dei testi, credo si debba osservare che Amoris laetitia non tiene conto della prospettiva giusnaturalista, mentre Benedetto XVI, nelle sue Note, la considera fondamentale. Ed infatti per la teologia morale cattolica l’aggancio con la morale naturale è di fondamentale importanza in quanto segnala la continuità organica delle due dimensioni della natura e della soprannatura che sgorgano dal medesimo Logos Divino. La legge nuova della sequela di Cristo non contraddice ma assume e trasfigura la legge della ragione, sicché non è da considerarsi come un positivismo cristiano o come prescrizioni per gli appartenenti ad una setta. ma come verità destinata a tutti gli uomini e che interpella l’uomo in tutte le sue dimensioni. La misericordia della legge nuova nulla toglie alla giustizia della legge antica.