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Halloween in chiesa, che ipocrisia sulle profanazioni

Ha destato scandalo la profanazione della chiesa di Napoli, violata per una festa di Halloween. Ma è solo un'aggravante: profanazioni avvengono anche col placet dei vescovi. Come quella proprio nella cattedrale partenopea, trasformata in pizzeria, e che nessuno osò criticare. 

Questa volta la diocesi è intervenuta, ma più per il clamore suscitato dai giornali che per la volontà di impedire usi sacrileghi nelle chiese, perché i primi a promuovere iniziative profane nelle chiese sono proprio i vescovi. A Napoli nei giorni scorsi ha fatto scandalo la notizia di una chiesa, san Gennaro all’Olmo, prestata dalla Fondazione che ne dovrebbe gestire gli usi, per una festa di Halloween. Macabra quanto basta. Le foto che un fedele ha inviato ai giornali sono abbastanza esplicite: ci sono donne scosciate e vestite da diavolesse sedute sull’altare maggiore dove un tempo si celebrava la messa. Viene in mente una celebre frase del Santo curato d’Ars: “Togliete Cristo dalle chiese e i diavoli balleranno sugli altari”. Detto, fatto.

A San Gennaro all’Olmo è successo di tutto nella notte di Halloween: confessionali occupati per selfie ammiccanti, parodie di impiccagioni, selfie di satanelli accanto alla statua di San Gennaro. Tutto è raccontato con dovizia di particolari nelle cronache locali, che, almeno stavolta, sono riuscite a interessare anche la stampa nazionale costringendo l’Arcidiocesi di Napoli a ritirare la concessione che a suo tempo aveva dato alla Fondazione Vico per la gestione della chiesa.

Chiesa che ovviamente è chiusa al culto e che dunque, secondo una logica ormai che va per la maggiore, nell’immaginario anche ecclesiale può essere utilizzata per qualunque cosa.

La Fondazione infatti ha pensato bene di affittare per la serata di Halloween la chiesa ad un’agenzia che si occupa di feste. Si chiama Valerio’s Party & friends e sulla sua pagina Facebook dice di essere “l’unione di 3 amici (Valerio Paolo e Luca) con la stessa passione di organizzare eventi in luoghi esclusivi”. Dalle foto pubblicate, si vedono dei gran posti della Napoli bene per allietare la serata di giovani e meno giovani non certo dei bassifondi. In quanto all’esclusività della location, bè, sicuramente l’idea di un party blasfemo in quella che è ancora a tutti gli effetti una chiesa, era un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

Ma non avevano fatto i conti con un fedele napoletano, già responsabile delle Confraternite locali, Giacomo Onorato che ha inviato all’arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe un dossier con le foto dello scandalo. Non prima però di avvertire i giornali locali che hanno fatto il loro lavoro in poche ore. Risultato: le foto della festa sono sparite dalla pagina Facebook dei guagliuncelli Valerio & co e la Fondazione Vico ha visto ritirarsi la concessione che la Diocesi aveva rilasciato per la gestione della chiesa.

Da parte sua il responsabile dell’ente si era giustificato dicendo che aveva avuto notizia dall’organizzazione che si sarebbe svolta una serata di commemorazione dei ragazzi del ’99. Forse aveva sbagliato secolo perché quelli che si sono visti danzare allegramente sugli altari e sui confessionali non erano i nostri giovani militi mandati al fronte, ma con loro avevano in comune sempre il ’99 come anno di nascita. Solo che del secolo successivo. 

Invece i ragazzi di cui si dovevano celebrare le gesta erano i martiri sì del ’99, ma dei moti settecenteschi. Ecco spiegato il perché dell’impiccagione. Insomma, una rievocazione patriottica in una chiesa. Come spiega al telefono con la Nuova BQ lo stesso Valerio: “Si trattava di uno spettacolo teatrale – ha detto – richiestoci dalla Fondazione Vico. Solo che le cose sono degenerate e alla fine ci siamo trovati dentro la chiesa di tutto. Anche malintenzionati”. La giustificazione di Valerio è quasi grottesca nella sua ingenuità. Nega infatti che si sia trattato di una festa di Halloween, ma ammette che l’iniziativa è stata chiamata “Napoli macabra”. Che si aspettava? I serafini e il coro delle voci bianche? Ma è chiaro che il problema non è tanto come si sono mossi gli organizzatori di questa pantomima, ma il vertice che ha concesso una chiesa ad una Fondazione perché la tenesse aperta con iniziative culturali per non farle prendere la polvere.

A forza di affittare a questo e a quello, se il criterio è quello di incassare i soldi dell’affitto per garantirne la gestione, allora è normale aspettarsi prima o poi la classica scivolata sulla buccia di banana.

E qui veniamo al punto che neppure sua eminenza il cardinal Sepe può ignorare. A cominciare dall’effetto che la cosa ha generato. Nel corso della serata sono stati violati altari, statue di santi e confessionali. C’è qualcuno che ha pensato di prevedere messe di riparazione per restaurare un minimo di ius divinum in quel tempio o si pensa di potersela cavare togliendo alla Fondazione la gestione? C’è ancora a Napoli la consapevolezza che le chiese, tutte le chiese, anche quelle nelle quali al momento non si svolge regolarmente il culto divino, sono, prim’ancora che un patrimonio storico artistico, un luogo metafisico che neppure la rimozione del tabernacolo con il santissimo può cancellare?

Sembra di no, stando almeno ad altre gesta, che hanno provocato meno scandalo nei fedeli, ma che nell’effetto finale non sono diverse da quelle andate in scena all’Olmo.  

La deriva satanica infatti è un’aggravante di un modo di profanare le chiese che anche ai più alti livelli ecclesiastici non si disdegna di mettere in campo. E qui, si badi, profanare non vuole essere un’offesa per nessuno, ma soltanto il rimarcare che se in una chiesa si toglie il culto, ogni tipo di attività, anche la più meritoria rappresenta un uso profano, del popolo e non di Dio.

Vale la stessa cosa infatti per come è utilizzata la chiesa dello Spirito Santo sempre sul golfo: di proprietà del comune, affidata alla diocesi per il culto e all’occorrenza anche teatro di mostre, ultima delle quali quella multimediale di Klimt, con tanto di nudi in bella mostra.

Ma, volendo arrivare ai vertici,  non si può non ricordare la pizzata che si è svolta in Cattedrale nei mesi scorsi e che la Nuova BQ nel corso della sua campagna #salviamolechiese aveva documentato, criticandola. Tavole imbandite e persino il cardinale col grembiule a servire sartù e mozzarelle per dare ristoro ai poveri. Ora, non si capisce perché in Cattedrale si possano organizzare cene e in San Gennaro all’Olmo sia vietato organizzare una festa di qualunque tenore? Il criterio è solo quello di classe, un po’ pauperistico, ma anche cialtrone dei destinatari? Di qua i residenti nei quartieri spagnoli, di là i vomeresi?

Sarebbe troppo facile. Invece sono entrambe le “proposte” derive di un unico oltraggio al sacro che in quei luoghi chiamati chiese si dovrebbe onorare e servire. Proprio perché luogo altro, non profano, non destinato ai divertimenti e ai bisogni carnali del popolo, come sono appunto tanto il mangiare quanto il ballare. Ma alla liturgia, che è azione di Dio e non dell’uomo.

Se si accetta di utilizzare una chiesa per scopi profani, poi non ci si può scandalizzare per come viene usata. E’ un disinteresse, quello dei vescovi, che già avevamo documentato a suo tempo e che ci aveva fatto constatare con una certa delusione che delle decine e decine di casi che abbiamo portato all’attenzione dei fedeli, non ci sia mai stato un solo vescovo intenzionato a stigmatizzare questi usi. Eh sì che di destinazioni la Nuova BQ ne aveva documentate: banchetti, campi da tennis, mostre, concerti, funamboli, clown e persino il set di un calendario di una pornostar. A quanto ne sappiamo in nessuno di questi casi si è mai pensato a riparare con una messa né a criticare l’uso e impedire queste derive.

Questa sceneggiata napoletana è figlia dunque del pressapochismo e dell’insensibilità dei vescovi rispetto al problema. Come dimostrano le parole del cardinal Gianfranco Ravasi, citato in un articolo del Corriere a corredo della notizia in vista del convegno organizzato dal Pontificio Consiglio per la Cultura di cui è prefetto e che è dedicato proprio al riuso degli spazi sacri una volta dismessi (su questo argomento torneremo nei prossimi giorni): “Una chiesa non dovrebbe mai perdere la sacralità: e invece mi è capitato di entrare in chiese riadattate a salotti o trasformate in saloni da pranzo».

Detta proprio da lui, che tenne a battesimo l’oscena parata di star in quel di New York con indosso i paramenti sacri del Vaticano appartenuti ai Papi, risulta quanto meno ironico.