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Hillary è malata? Il pubblico ha diritto di saperlo

Hillary Clinton si è ammalata di polmonite in piena campagna elettorale. Ma sono fondati i dubbi che sia qualcosa di ancora più grave. Nel caso non riesca a svolgere le mansioni di presidente, chi le subentrerebbe? Cosa prevede la legge? Soprattutto: il popolo ha diritto di conoscere un fatto privato come la salute della candidata presidente. Lo diceva a suo tempo anche Bill Clinton.

Hillary Clinton, colpi di tosse durante un comizio

Lo svenimento di Hillary Clinton alle celebrazioni per il 15° anniversario dell’Undici Settembre domenica a New York, filmato e diffuso su Twitter da Zdenek Gazda, un cinquantenne originario dell’allora Cecoslovacchia e oggi abitante nel New Jersey, ha giustamente catturato l’attenzione dei media.

Come ha ufficialmente detto Lisa Bardack, la dottoressa del Mount Kisco Medical Group di New York che dal 2001 segue personalmente la Clinton, Hillary ha la polmonite (diagnosticata venerdì 9 settembre) e prima ha sofferto allergie di stagione. Ecco spiegati gl’insistenti colpi di tosse a Cleveland, in Ohio, il 5 settembre, ma pure la lunga serie di analoghi episodi che qualcuno ha persino raccolto in un dossier. Per il resto Hillary è «in eccellente condizione fisica e idonea a servire come presidente degli Stati Uniti». Per la polmonite è dunque ovviamente in cura, ma la cosa influenzerà gli ultimi due mesi di campagna elettorale?

Di fatto sì. La Clinton ha già dovuto rallentare i ritmi frenetici della campagna elettorale e forse sarà costretta ad annullarli del tutto. Il che significa che il rivale Donald J. Trump godrà di un’occasione clamorosa e inattesa per tentare di rovesciare i pronostici che adesso lo vedono perdente l’8 novembre. Oppure accadrà l’esatto opposto, qualora l’emotività dell’elettorato producesse una sorta di “effetto Berlinguer”: nel 1984 la commozione generale seguita all’improvvisa morte per ictus del segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer (1922-1984) l’11 giugno portò il PCI a compiere lo storico sorpasso elettorale della Democrazia Cristiana nelle consultazioni europee del 17 giugno. 

Ma è ipotizzabile anche un altro scenario qualora la polmonite fosse solo la copertura di un morbo progressivo e degenerativo ben più grave. Nel dicembre 2012, del resto, all’epoca in cui era Segretario di Stato e la Commissione Esteri della Camera dei deputati la indagava per accertarne l’operato in occasione dell’attentato jihadista che l’11 settembre precedente a Bengasi, in Libia, uccise l’ambasciatore americano J. Christophr Stevens (1960-2012) e il funzionario del Servizio informativo degli Stati Uniti Sean Smith (1978-2012), Hillary svenne in casa a causa della disidratazione causatale da un virus intestinale e picchiò la testa subendo una commozione cerebrale che in una vena della testa le lasciò un trombo, un grumo di sangue capace d’interrompere l’afflusso di sangue al cervello inducendo emorragie cerebrali o colpi (li si contrasta assumendo farmaci anticoagulanti e prevenendo la disidratazione). Ora, le illazioni sul tema si sprecano, ma, al di là di ogni complottismo semplicione e sempliciotto, l’occasione è opportuna per chiedersi cosa accadrebbe se un candidato alla Casa Bianca come la Clinton fosse davvero seriamente malata e quindi costretto a ritirarsi prima del voto presidenziale.

L’articolo 3 dello statuto del Partito Democratico degli Stati Uniti prevede che sia il Comitato nazionale dirigente del partito a designare a maggioranza un nuovo candidato presidenziale (ma il candidato alla vicepresidente resterebbe lo stesso). Lo stesso avverrebbe anche qualora il Comitato decidesse di mettere fine alla corsa presidenziale di un determinato candidato per ragioni di salute, giuridiche, politiche o etiche. Ma se il ritiro avvenisse invece fra la data delle elezioni (l’Election Day, il martedì successivo al primo lunedì di novembre) e la data d’insediamento ufficiale (il 20 gennaio successivo all’Election Day), ovvero a presidente eletto ma non ancora entrato in carica? Gli scenari possibili sono due.

Premesso che il presidente e il vicepresidente federali vengono formalmente eletti il lunedì successivo al secondo mercoledì di dicembre dal collegio elettorale designato dal voto popolare nell’Election Day, se il candidato eletto rinunciasse prima di quella data spetterebbe proprio al collegio elettorale scegliere a maggioranza un nuovo presidente. Se invece la rinuncia del presidente eletto avvenisse dopo il lunedì successivo al secondo mercoledì di dicembre ma prima dell’insediamento ufficiale, sarebbe il vicepresidente eletto a subentrare (XX Emendamento alla Costituzione federale), esattamente come accadrebbe se per un qualsiasi motivo (dimissioni, impeachment, morte) il presidente in carica dovesse dimettersi o venire meno nel corso del proprio mandato. 

A questo punto, però, la domanda vera diventa un’altra. Se un candidato presidenziale sapesse di essere malato seriamente, tanto gravemente da compromettere la propria azione di governo qualora venisse eletto e magari persino da essere costretto alle dimissioni prima della scadenza naturale del mandato, sarebbe moralmente tenuto a darne notizia pubblica rinunciando al confronto elettorale?

È la domanda che negli Stati Uniti si stanno facendo tutti. Perché se è ovvio che anche i candidati alla Casa Bianca e i presidenti eletti si ammalano come tutti gli altri, e se è evidente che anche per loro esiste un sacrosanto diritto alla privacy (nel primarie del 1992 Bill Clinton fu costretto a rendere pubblico il proprio stato di salute: stava benissimo, ma il mondo seppe che soffriva di emorroidi…), è altrettanto vero che il senso di responsabilità dovrebbe prevalere. Anche il privato degli uomini pubblici deve restare tale; ma quando un personaggio svolge un ruolo pubblico, cosa del suo privato ha diritto a restare davvero soltanto tale? Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Nel momento in cui la relazione extraconiugale di Bill Clinton divenne pubblica, era possibile considerarla solo una questione privata?

Da domenica il nuovo argomento elettorale è dunque questo: polmonite o non polmonite, se vi fossero ragionevoli motivi di salute per dubitare della capacità di governo di Hillary Clinton alla guida del Paese più importante del mondo, gli elettori lo dovrebbero sapere prima di votare. Anzi, dovrebbe essere Hillary a compiere coscienziosamente un passo indietro. Come diceva Bill Clinton, suo marito, nel 1996, «il pubblico ha il diritto di conoscere le condizioni di salute del presidente».