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Hillary vince, ma Sanders punta a un golpe di partito

La candidata Democrat Hillary Clinton vince in California e raggiunge il quorum dei superdelegati. Ma adesso la aspetta la Convention di partito dove Sanders spera di capovolgere le sorti delle primarie. Improbabile, ma serve all'esponente della sinistra lib per alzare la posta in vista delle presidenziali. 

Hillary Clinton

Hillary Clinton ha superato anche l’ultimo scoglio: sarà lei la candidata presidenziale del Partito Democratico che l’8 novembre contenderà la Casa Bianca al Repubblicano Donald J. Trump. Si è trattata però di una mera formalità, perché da tempo il rivale Bernie Sanders è matematicamente sconfitto. L’aspetto sostanziale del voto del 7 giugno è stato dunque l’immagine, giacché facilmente l’immagine può essere trasformata in politica.

Per un Democratico, infatti, perdere o vincere in California è quasi tutto, il resto è legato a come e a quanto egli vince. La California è infatti uno Stato liberal. Non è vero, ma la percezione comune è questa, e le percezioni sanno come condizionare i risultati elettorali. La California liberal, cioè, è sicuramente liberal, ma esiste anche una California conservatrice, forse meno appariscente, ma non meno determinante. Basti pensare al referendum indetto nel 2008 per emendare la Costituzione di quello Stato in modo da impedire il “matrimonio” omosessuale: non solo il mito della California esclusivamente liberal avrebbe impedito anche solo di potersi presentare agli elettori con una consultazione di quel tipo, ma avrebbe escluso categoricamente che il fronte anti-LGBT vincesse come invece ha fatto, e proprio il giorno in cui il presidente liberal Barack Obama conquistava la Casa Bianca (nel 2010 ci ha poi pensato un tribunale federale a scippare la democrazia ai californiani giudicando speciosamente incostituzionale l’esito del referendum). 

La California era dunque decisiva, sia per la Clinton sia per Sanders. Per Sanders vincere lì avrebbe infatti significato guadagnare il supporto del “popolo” contro le “burocrazie”, o quantomeno illudere il mondo di averlo fatto. La Clinton voleva invece evitare proprio questo, così da non dover concedere politicamente all’avversario più di quanto già dovrà cedere; e alla vigilia i suoi timori erano legati non tanto alla forza del rivale quanto alla propria, nel timore che una parte magari determinante del proprio elettorato disertasse urne giudicate inutili vista appunto l’impossibilità matematica di Hillary di essere detronizzata dalla nomination. 

Ebbene, il 7 giugno si è votato in 6 Stati e la Clinton ha schiacciato Sanders solo in New Jersey (63,3% contro 36,7). Sanders l’ha surclassata in North Dakota (64,2% contro 25,6) e in Montana l’ha battuta con margine più ristretto (51,1% contro 44,6). In New Mexico e South Dakota la Clinton ha vinto di misura (51,5% contro 48,5 e 51 contro 49). Al lato pratico significa una vittoria netta a testa e tre risultati aritmeticamente a favore di Hillary ma di fatto politicamente uguali, ovvero pari e patta.

Il vantaggio vero la Clinton lo ha ottenuto insomma solo nel sesto Stato, la proverbiale California, dove ha battuto Sanders con il 56% contro il 43,1. Vale a dire non certo travolgendolo. Se dunque la California (la California liberal) è il Graal dei Democratici liberal, significa che la Clinton ha scongiurato il pericolo di dover concedere politicamente troppo a Sanders senza però riuscire a evitare di dovergli concedere molto. 

La forca caudina sarà la Convenziona nazionale del Partito Democratico che si svolgerà a Filadelfia dal 25 al 28 luglio. Perché, invocando ciò che il Partito Repubblicano è riuscito in extremis a esorcizzare facendo un mezzo seppuku (il ritiro di Ted Cruz e di John Kasich per cedere il campo a Trump), Sanders spera in una Convenzione aperta, quella cioè dove decide autonomamente l’assemblea dei delegati eletti svincolati però dalle fedeltà di voto stabilite dalle primarie. Di per sé equivale a un pugno in faccia agli elettori, ed è per questo che i Repubblicani, pur inghiottendo il rospo Trump, hanno deciso di scansarla, ma nel caso del Partito Democratico sarebbe un attentato alla democrazia bello e buono, oltre che un assurdo.

Alla Convenzione aperta i Repubblicani sarebbero arrivati nel caso Trump, pur ottenendo la maggioranza dei delegati con le primarie, non avesse raggiunto il quorum necessario a ottenere la nomination: in questo caso, la Convenzione aperta sarebbe stata l’unica via di uscita, perfettamente legittima per quanto antipatica, dall’impasse. Ma nel caso Democratico, dove la Clinton il 7 giugno ha superato la soglia dei delegati necessari alla nomination (a fronte del rivale che da tempo non ha più alcuna chance anche immaginando di vincere tutto), quello invocato da Sanders è di fatto un golpe

Per cercare di legittimarlo Sanders si appiglia a un codicillo: i superdelegati, cioè i boiardi di partito che tra i Democratici sono un esercito e che servono appunto a pilotare le primarie là dove il “comitato centrale” del partito vuole (quelli Repubblicani sono molto meno, incidono dunque molto meno, sono solo i responsabili locali del partito e di per sé non sono nemmeno “superdelegati”). Sanders punta sul fatto che alla Convenzione i “superdelegati” hanno la facoltà di mutare orientamento. Tecnicamente è possibile, ma concretamente è improbabile.

I “superdelegati” Dem sono 712: la Clinton si è già assicurata il favore di 571 di loro, mentre Sanders ne conta solo 48. Il fatto che si siano già in stragrande maggioranza espressi per la Clinton è un segnale chiaro sia all’elettorato sia a Sanders. Lo sforzo dello stesso Obama per “unificare il partito” è un altro endorsement pesante alla Clinton. Aggrapparsi dunque al miraggio della Convenzione aperta serve a Sanders solamente per prendere altro tempo e alzare la posta. Getterà la spugna soltanto quando avrà ottenuto dal partito e dalla rivale le concessioni politiche e magari i posti di governo che giudicherà sufficienti. 

La Clinton è insomma afflitta da “renzismo”. Il tribuno Sanders, ancora convinto che “il popolo” conti, chiede contropartite alla Sinistra in affanno degli ex figli dei fiori diventati manager, tecnocrati e apparatchik agitando come una minaccia il voto dell’8 novembre e lo spettro dell’altro tribuno Trump. Anche Hillary avrà insomma il suo referendum, e cinque mesi per gli apparentamenti.