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Humanae vitae, una revisione che lacera la Chiesa

La posta in gioco sull'Humanae Vitae è molto alta. Una sua sostanziale revisione segnerebbe un punto di non ritorno e una notevole lacerazione nel tessuto ecclesiale, ciò anche se la cosa dovesse passare per vie pastorali e non direttamente dottrinali. E la complessità redazionale di un documento pontificio viene strumentalmente adoperata dal quotidiano dei Vescovi Avvenire per negarne il significato autenticamente magisteriale.

Sulla Humanae vitae è in atto nella Chiesa una lotta aperta, anche se non dichiarata ufficialmente e da tutti formalmente negata. La lotta tra chi vuole conservare il suo insegnamento così come è e chi invece lo vuole riconsiderare e, quindi, cambiare. La lotta era già implicita nel doppio Sinodo sulla famiglia degli anni 2014 e 2015. Anzi, era già contenuta nella conferenza che il cardinale Kasper tenne ai Cardinali nel febbraio 2014 in preparazione al Sinodo. Il legame strettissimo tra Humanae vitae e Veritatis splendor amplia i termini del conflitto in atto, che non riguarda solo il magistero di Paolo VI sull’amore coniugale ma anche quello di Giovanni Paolo II.

È anche una lotta che riguarda il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, di recente ristrutturato e ribattezzato da Papa Francesco. Da un lato c’è Mons. Gilfredo Marengo, che da tempo cerca di smarcarsi dalla linea storica dell’Istituto e che di recente ha abbracciato il nuovo approccio alla dottrina e alla morale con il libro “Chiesa senza storia, storia senza Chiesa” (Studium 2018). Dall’altro ci sono altri professori dell’Istituto che hanno fatto pubblicare il libro sugli apporti del Cardinale di Cracovia Karol Woytjla alla Humanae vitae (Cantagalli 2017). Essi puntano sulla irriformabilità degli insegnamenti della Humanae vitae, confermata anche da Woytjla nel libro suddetto.

Un insegnamento petrino, per essere considerato infallibile e quindi irriformabile non necessita esclusivamente di essere promulgato nella forma solenne. Può essere anche un insegnamento espresso nella forma ordinaria se ribadisce un insegnamento costante della Chiesa. La linea Marengo è appoggiata, tra gli altri, dalla potente Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, ove Maurizio Chiodi e Andrea Bozzolo spingono per la riformabilità dell’insegnamento, anzi per il ripensamento complessivo della morale coniugale alla luce di Amoris Laetitia (LEGGI QUI LA REPLICA DI BOZZOLO). Il Papa tace sull’argomento, ma da molti segni si può derivare con sufficiente solidità che è per il cambiamento, che sarà condotto – se sarà condotto -  secondo lo stile di “aprire processi” più che di “occupare spazi”. Però aprire processi finisce sempre con l’occupare spazi.

È certo che la posta in gioco è molto alta. Una sostanziale revisione della Humanae vitae segnerebbe un punto di non ritorno e una notevole lacerazione nel tessuto ecclesiale, ciò anche se la cosa dovesse passare per vie pastorali e non direttamente dottrinali.

Se vogliamo ridurre la questione al suo nucleo centrale, depurandola da personalismi e tattiche di gruppi ecclesiastici che gestiscono opposti interessi, bisogna dire che sono in lotta due paradigmi teologici che potremmo chiamare l’uno metafisico e l’altro ermeneutico. Non è da oggi che sono in lotta, ma oggi la situazione si sta rovesciando a vantaggio del paradigma ermeneutico, mentre fino a ieri aveva tenuto, se pure con grande fatica, quello metafisico.

Il paradigma metafisico fa riferimento ad un ordine del creato dalla cui struttura finalistica emana un legge morale naturale che la legge divina non nega, dato che anche la natura deriva da Dio e ne porta il sigillo, ma accoglie, conferma e sviluppa. Paolo VI nella Humanae vitae non teme di dire che è assurdo pensare di potere ottenere la salvezza soprannaturale senza rispettare anche la legge morale naturale. La indissolubilità del matrimonio nasce dalla complementarietà dell’uomo e della donna secondo un ordine ricevuto come vocazione e non secondo un patto mutevole, disponibile, reversibile. L’amore coniugale si inserisce in un ordine ontologico, scolpito nell’essere dell’uomo e della donna, a valore unitivo e procreativo che nessuno può manomettere e che la legge nuova conferma e purifica.

Ma una volta assunto il paradigma ermeneutico tutto il quadro cambia. Le relazioni umane sono storia ed esistenza e non rispondono ad un modello naturale. Esse sono quindi frutto di interpretazione, complesse, mutevoli e reversibili. La legge nuova avrebbe liberato la legge antica dal suo fissismo e l’avrebbe sottomessa all’unico criterio della carità. Anche le relazioni coniugali, quindi, cambiano con  i tempi, perché non c’era il “registratore” ai tempi di Gesù, ossia il Messaggio non è espressivo di un ordine e di una regola a cui uniformarsi, ma è espressione dello spirito che vivifica tutti i tempi e li orienta verso il nuovo.

Le relazioni, improntate all’esistenza, e non più alla natura, cambiano e con esse anche la relazione coniugale che dalla verità della norma oggettiva passerebbe alla carità della coscienza soggettiva, superando tutte le fissazioni e assolutizzazioni della visione metafisica delle cose. Non ci sono più relazioni regolari e irregolari, perché non c’è più una regola, c’è la complessità dell’esistenza che richiede apertura e discernimento, disponibilità ad uscire dalla rigidità della natura e della dottrina, viste ormai come astratte camicie di forza per una vita continuamente riplasmabile e reinterpretabile.

Il procedere “aprendo processi” pratici più che formulando nozioni nuove corrisponde a questo paradigma ermeneutico ed è esso stesso una sua affermazione. Il fare senza dire, il procedere senza dichiarare, provocare con domande suscitando dubbi piuttosto che fare affermazioni nuove, aprire varchi nella prassi pastorale sostenendo che la dottrina rimane intatta … tutti atteggiamenti tipici della lotta in corso ed espressivi del nuovo paradigma ermeneutico rispetto al paradigma metafisico. Il prevalere della logica del “si ma” e delle eccezioni in nota che valgono più delle regole è tipico di un approccio nuovo alla realtà e all’impianto morale che ne deriva.

Nei giorni scorsi è stato pubblicato un nuovo libro (“La nascita di un’enciclica. Humanae vitae alla luce degli Archivi Vaticani” (Libreria Editrice Vatican) di Gilfredo Marengo, il quale lamenta la sovraesposizione che la Humanae vitae ha avuto ai suoi tempi ed ancora ha nella vita della Chiesa, quasi un discrimine tra due identità ecclesiali contrapposte. Sovraesposizione che contrasterebbe con le difficoltà processuali della sua redazione. Egli vorrebbe così ridimensionare il significato dell’enciclica che però, posta nel punto di discrimine tra i due paradigmi metafisico ed ermeneutico, non può essere ridimensionata affatto, ma considerata centrale oggi più di ieri.

Avvenire”, commentando il nuovo libro di Marengo sulla Humanae vitae, se la prende con “chi continua a indicarla come pronunciamento infallibile e irriformabile” (compreso anche il cardinale Wojtyla, quindi). La complessità redazionale di un documento pontificio viene strumentalmente adoperata dal quotidiano dei Vescovi per negarne il significato autenticamente magisteriale. “Avvenire” utilizza il processo della genesi della Humanae vitae per intendere come “processo” lo stesso suo insegnamento: come processualmente è stata redatta altrettanto processualmente può essere cambiata. È confermata la tattica del paradigma ermeneutico...aprire processi per occupare spazi.