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I vescovi africani ai giovani: «Non emigrate»

«Voi siete il tesoro dell’Africa. Non fatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri paesi alla ricerca di impieghi inesistenti in Europa e in America guardatevi dagli inganni delle nuove forme di distruzione della cultura di vita, dei valori morali e spirituali». Appello dei vescovi africani ai giovani.

Monsignor Djomo

C’è una prospettiva che di solito manca nella riflessione sugli attuali flussi migratori dall’Africa. Cresce la preoccupazione di come fare a mantenere centinaia di migliaia di persone che vanno nutrite, alloggiate, vestite da capo a piedi, se necessario curate; e che, per di più, si aspettano e reclamano televisori, reti wifi, mezzi di trasporto, sistemazione in centri urbani e, qualcuno, una occupazione all’altezza del proprio titolo di studio: perché molti vantano diplomi di scuola secondaria e persino universitari.

Qualcuno incomincia anche a domandarsi se sarà possibile assimilare una simile massa di persone culturalmente così diverse da noi e tra di loro. Ma nel complesso prevale l’idea che sia un dovere morale accoglierli nel presupposto che si tratti sempre di persone salvate da morte certa per fame e violenza e che ospitarli sia indiscutibilmente bene per loro, utile, positivo: anche se sarebbe meglio “aiutarli a casa loro”, cosa che peraltro molti intendono solo nel senso che costerebbe di meno e semplificherebbe le cose. 

Non si pensa innanzi tutto che il traffico di emigranti è un commercio fiorente, miliardario, anche perché, come per tutte le attività economiche, chi ci lavora non si limita ad aspettare che arrivino i clienti, ma li va a cercare, li alletta, crea nella gente lo stimolo e il desiderio di partire. Come? Prospettando e promettendo meraviglie. A chi? Soprattutto ai giovani: in maggioranza maschi, ma non solo, per lo più scolarizzati e residenti in centri urbani dove loro o i loro genitori sono emigrati lasciandosi alle spalle campi, pascoli, villaggi e miseria. 

Ma l’esodo di centinaia di migliaia di giovani – ed ecco la prospettiva che manca – produce danni economici, sociali, culturali enormi, irreparabili ai paesi di origine, privandoli di parte della più importante risorsa di ogni comunità e di ogni nazione: il suo capitale umano. Peggio ancora se quei giovani vengono convinti a emigrare in un paese in difficoltà come l’Italia dove quasi il 6% delle famiglie vive in condizioni di povertà assoluta, per un totale di oltre quattro milioni di persone, dove il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12,7%, il 44,2% quella giovanile, dove sono ormai oltre 100.000 i cittadini che ogni anno emigrano (quasi metà di età compresa tra i 20 e i 40 anni): e dove quindi il destino di molti giovani immigrati è di essere sì provvisti di tutto, ma restando inattivi, assistiti in permanenza da cooperative, Ong e altri enti. Può apparire una discreta opzione, almeno nei primi tempi, quella di vivere senza lavorare e chissà che effetto fanno agli amici e ai parenti rimasti in patria i selfie che li mostrano con sneakers di marca, berretti con visiera, felpe con logo, smartphone e bicicletta.

Neanche l’eventualità che riescano a mandare del denaro a casa va considerata un successo. Si stimano in quasi 40 miliardi di dollari le rimesse degli africani all’estero. Ma in gran parte vanno a integrare i redditi dei parenti rimasti a casa: e sono spese in acquisti, in consumi, creando altre situazioni di dipendenza.  

Si può immaginare il rammarico di chi lucidamente guarda al futuro di quei giovani e dei loro paesi. «Voi siete il tesoro dell’Africa. La Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi», ha detto rivolgendosi ai giovani Monsignor Nicolas Djomo, Presidente della Conferenza episcopale della Repubblica Democratica del Congo, nel discorso di apertura dell’Incontro della Gioventù cattolica panafricana che dal 21 al 25 agosto ha riunito a Kinshasa 120 delegati provenienti da 11 stati africani. «Non fatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri paesi alla ricerca di impieghi inesistenti in Europa e in America – ha proseguito – guardatevi dagli inganni delle nuove forme di distruzione della cultura di vita, dei valori morali e spirituali. Utilizzate i vostri talenti e le altre risorse a vostra disposizione per rinnovare e trasformare il nostro continente e per la promozione di giustizia, pace e riconciliazione durature in Africa».

L’incontro è stato organizzato dal Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar. In un messaggio a nome del Segretario Generale dell’organismo, Padre Joseph Komakoma ha illustrato le prossime attività in cui le Chiese africane si propongono di coinvolgere i giovani. Tra le altre, le celebrazioni dell’Anno Africano della Riconciliazione, iniziato il 29 luglio 2015; la creazione di un’organo continentale dei movimenti d’azione cattolica dei giovani e dei bambini; forse anche organizzazione di una Giornata Mondiale della Gioventù Africana.

Ribadendo le parole di Monsignor Djomo, padre Komakoma ha ricordato a sua volta che «i giovani sono la parte più importante della popolazione sulla quale la Chiesa conta in modo prioritario per l’evangelizzazione e la promozione della pace, della giustizia, della riconciliazione e dello sviluppo del continente».

Emigrare non sempre è indice di intraprendenza e determinazione. Può invece equivalere a una resa. Più coraggioso e giusto può essere provare a costruire una società migliore, invece di cercare soluzioni individuali ai propri problemi lontano da casa.