• IL CAOS SPAGNA

I vescovi e il timore di una Catalogna senza libertà

Migliaia di spagnoli in piazza a Madrid e Barcellona per manifestare a favore della Spagna unita. Il timore dei vescovi sulla Catalogna scheggia impazzita: il concetto di separatismo è lo stesso alla base della limitazione delle libertà che hanno subito molti prelati iberici. 

Quella di ieri è stata la giornata dell’altra Catalogna. O meglio la giornata della Hispanidad. Migliaia di spagnoli si sono riversati in Plaza de Colon a Madrid e in calle de Serrano per manifestare contro l’atto unilaterale della generalitat Catalana che con il referendum illegale di domenica ha di fatto provocato un preoccupante vulnus sul fronte separatista. 

Stessa manifestazione a Barcellona sotto il palazzo del presidente Carles Puidgemont, ma con numerosi cartelli e magliette bianche per chiedere il dialogo tra le parti. Le manifestazioni sono state organizzate dalla Fondazione per la Difesa della Nazione Spagnola. Dopo una settimana di proclami ad occupare le piazze è stata l’altra Catalogna, che ha parlato di difesa dell’unità spagnola, della Costituzione e del Diritto. 

Ieri è stata dunque la giornata del dialogo. Inteso come mediazione tra le parti e non è un caso che, a condividere le manifestazioni, alle quali hanno preso parte ed aderito più di 50 associazioni di cittadini, ci fosse anche la Chiesa spagnola, che in questi giorni è rimasta velatamente di basso profilo. 

Cope, la televisione della Conferenza Episcopale spagnola ha seguito l’evento raccontando la cronaca della giornata e sottolineato come sul pennone più alto della piazza svettasse una gigantesca bandiera spagnola. 

La partita che la conferenza dei vescovi sta giocando è però delicata. In Catalogna ci sono un vescovo e molti sacerdoti dichiaratamente separatisti. E’ il caso di Xavier Novell, vescovo di Solsona, che recandosi al seggio a votare per il referendum illegittimo, ha mostrato di condividere la battaglia del governo regionale, che però mostra apertamente la sua estrazione marxista e populista. A preoccupare i vescovi spagnoli è anche una nutrita schiera di sacerdoti che hanno manifestato il loro appoggio all’uscita dalla Spagna. Il caso della chiesa violata come seggio elettorale durante la messa nella diocesi di Tarragona, è emblematico perché ha costretto il vescovo diocesano ad intervenire, stigmatizzare l'episodio e imporre ai preti una sobria equidistanza dalle faccende della politica per accompagnare i fedeli non per orientarne le scelte. 

Ma il mondo cattolico come vive questa partita dai contorni incerti e fortemente polarizzata? Sostanzialmente dalla parte della unità, per ragioni di bene comune istituzionale, certo ma anche per motivi che hanno a che fare l'agibilità politica della Chiesa in un Paese che sta scivolando sempre più verso il laicismo totalitario. Tra gli attivisti più impegnati ieri infatti c’erano anche  i “Cristianos por la convivencia”, un gruppo di intellettuali catalani che sono scesi in campo per “preservare la Catalogna dentro la Spagna” attraverso un manifesto elaborato da José Sols, cattedratico dell’Università Ramon Llull che ha denunciato l’hispanofobia come “un male che alberga da tempo dentro la Catalogna”.

Attivissima anche HatzeOir la piattaforma vicina al mondo cattolico pro life e pro family che in questi mesi è stata vessata dalle istituzioni per la campagna del Bus della Libertà. Ma anche associazioni molto attive nella difesa dei cattolici dal laicismo ormai dominante in Spagna, come il Centro Juridico Tomas Moro e il giornale on line Actuall, sono scesi in campo a favore dell’unità della nazione. Segno che la separazione della Catalogna dalla Spagna è in un certo senso la naturale prosecuzione della dittatura del relativismo che sta facendo sprofondare la Spagna in un velato totalitarismo delle idee. 

Non è un caso che il vescovo di Alcalà Reig Plà abbia tuonato contro i separatisti proprio collegandosi alla difesa dei diritti per i quali oggi solo alcuni vescovi si trovano a difendere famiglia e vita: «I cattolici non possono accettare un’idea di libertà in negativo attraverso il cosiddetto “diritto a decidere” perché a forza di concedere sovranità a qualunque considerazione fisica sono stati giustificati l’aborto, l’eutanasia, l’aborto, gli anticoncezionali, l’eutanasia, la rottura con Dio e la Chiesa, la famiglia naturale, e la rottura con i cittadini, con la Patria e con improprio corpo. Tutto questo è inserito nella stessa logica di una libertà arbitraria che si trova al margine della verità e del bene», ha concluso Reig Plà citando il servizio al bene comune che ha fatto della Spagna «una Patria vincolata da ragioni storiche, famigliari, religiose e culturali propagate nei cinque continenti sotto il segno della croce». 

Un afflato patriottistico che non si vedeva a queste latitudini da tempo. 

Lo stesso con il quale il cardinale Arcivescovo di Valencia Antonio Cañizares ha definito “sovversivo” il referendum catalano. «Una sedizione, un tradimento, un golpe contro lo stato di diritto, una violazione della normalità costituzionale della nazione, della convivenza e della libertà di tutti gli spagnoli». Parole dure, che neppure il Re Felipe aveva utilizzato nei giorni scorsi e che inquadrano la preoccupazione dei vescovi come molto superiore alla contingenza catalana in sé e che fanno temere ai vescovi una balcanizzazione della Spagna dove le libertà avranno da rimetterci sempre più. Proprio Reig Plà e Cañizares sono, guarda caso, i vescovi più presi di mira con denunce e atti pubblici di affronto nei mesi scorsi dalle note lobby Lgbt. Proprio perché sembrano aver capito più di altri che in ballo non c’è il destino di una regione e la sua autonomia, ma il concetto stesso di libertà. Se questa non si fonda su una verità, non potrà mai essere tale. E a farne le spese saranno i più deboli politicamente, dunque i cattolici. 

Dialogo dunque, per riattivare quei meccanismi di convivenza con i quali superare lo scoglio e - come ha detto il vescovo di Guadì Gines Garcia Beltram - per rompere la spirale di odio e scontro”. Con un occhio alle libertà che prossimamente potrebbero essere messe in discussione se la Catalogna dovesse diventare una scheggia impazzita nella penisola iberica.