• SESSUALITA'

Ideologia gender, l'abuso sui minori che nessuno denuncia

Educazione gender

Bentornati il football e l’aria frizzante dell’autunno, anche se essere tifosi di certe squadre (come i miei San Francisco 49ers) richiederà anche quest’anno un atto di fede soprannaturale. Per Bennet Omalu, però, il “dottore dei traumi” (è stato soprannominato così per il ruolo di primo piano che ha avuto nello studio della questione), questo è un periodo dell’anno triste. Medico legale capo della contea di San Joaquin, in California, ha recentemente detto che se si lasciano i ragazzi giocare a football andrà a finire che prima o poi interverrà un qualche procuratore distrettuale. Il football, infatti, afferma Omalu, «è abuso sui minori bello e buono».

Con tanti abusi veri da combattere, un’affermazione fuori luogo come questa suona decisamente come una stecca, anche se in verità qualcosa da dire contro l’idea che dei ragazzi giovanissimi si prendano a testate c’è. Ma il fatto è che qualcuno questa bizzarra crociata contro il football la prende seriamente. Quasi seriamente quanto la crociata per la normalizzazione della “fluidità del gender”.

Mi è appena capito d’imbattermi nel fascicolo datato Estate 2017 dello Stanford Medicine News, il cui servizio principale s’intitola Young and Transgender: Caring for Kids Making the Transition, “Giovani e transgender: la cura dei ragazzi che fanno il passaggio”. Nel testo si esaltano gli sforzi che una endocrinologa pediatrica profonde per “aiutare” questi ragazzi... mediante l’impiego di bloccanti della pubertà e di altre cose così. Dunque adesso bloccare la pubertà significa dare assistenza sanitaria? «Trattare gli adolescenti transgender con ormoni», dice l’endocrinologa, «significa affermarne l’identità». Cioè metterli sotto i ferri è solo un modo diverso di dire che maturando normalmente il loro corpo cresce sbagliato.

Non ce l’ho specificamente con lo Stanford Medicine News. Oggi l’appiattimento sull’agenda transgender è infatti una epidemia. Per esempio, l’edizione più recente del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders ha rimpiazzato la vecchia diagnosi di “disordine dell’identità di genere” con l’espressione “disforia” di genere. Dato che – et voilà – non c’è più alcun “disordine” da trattare psichiatricamente, la scelta giusta diventa necessariamente la mutilazione (mediante ormoni e chirurgia).

Dal canto proprio, avendo evidentemente perso il senno, l’American Psychiatric Association (APA) afferma tranquillamente che non è vero che le transizioni transgender derivino da illusioni o da incapacità di giudizio, laddove per illusione s’intende «una falsa credenza o un giudizio sbagliato affermati con convinzione nonostante prove incontrovertibili del contrario».

Per arrivare a una conclusione così si deve però ignorare la realtà oggettiva, oppure dichiarare di volerla subordinare a una qualsiasi delle definizioni che i pazienti intendono offrire della “propria” realtà. I pazienti sono cioè chi dicono di essere se sono loro a dire così. Ma una volta imboccata questa strada, nulla potrà più essere giudicato delirio; viene cioè invalidato l’intero concetto di disordine psichiatrico. Forse che l’APA stia involontariamente cercando di farsi le scarpe da sola?

È tristissimo vedere come tanti professionisti intelligenti e altamente qualificati si mostrino proni a una menzogna così palese. Forse alcuni credono davvero ai dogmi del gender divenuti improvvisamente “ufficiali” benché irrazionali. A mio avviso, però, la maggior parte di loro non ci crede. Non sul serio. Ma è gente che ha facce da salvare e posti di lavori da conservare. E che perciò si adegua.

Avere ottenuto un tale conformismo di stile sovietico in assenza di un politburo è un’impresa notevole. Senza dubbio un fiore all’occhiello della postmodernità. Non peraltro che i legislatori della California (giusto per fare un altro esempio) non stiano cercando di agire esattamente come un politburo nella misura in cui puntano a multare e a incarcerare il personale sanitario che non si rivolge ai pazienti utilizzando i pronomi che ognuno di loro si è scelto da solo, vale a dire il pronome sbagliato.

Il trionfo di una simile disonestà intellettuale è già abbastanza in sé e per sé; degradare gli altri costringendoli ad accettare qualcosa che si sa essere una menzogna è il marchio tipico del totalitarismo. Peggio ancora: “aiutare la transizione degli adolescenti”, diversamente da quanto accade quando li si incoraggia a giocare a football o a praticare altri sport, costituisce un vero e proprio abuso sui minori.

Lo sostiene la dottoressa Michelle Cretella, presidente dell’American College of Pediatricians, che ha il coraggio di non fare giri di parole. A quanto pare, invece, molti suoi colleghi no; in realtà, sono più numerosi i “professionisti” pronti a garantire un patina di legittimità medica a quell’impossibilità totale di coloro che tentano la “transizione”. Però con così tanti presunti campioni della scienza in circolazione non dovrebbe essere necessario alcun coraggio eccezionale per dire che i “sentimenti” non possono annullare il verdetto dei cromosomi maschili e femminili contenuti in ogni singola cellula del corpo.

Ora, per alcuni dire le cose come stanno è “moralistico”. Ma è invece proprio lo sforzo fatto per imporre l’accettazione del transgenderismo a violare il credo antimoralistico. Finché si continuerà a poter emettere giudizi di valore, la maggior parte delle persone continuerà, persino oggi, a pensare che i professionisti autorizzati (cioè quelli rei di abusi) sono molto, molto più colpevoli degli adolescenti disorientati in cerca di compassione e di guida sicura. Chi si sottopone a procedure “trans” ottiene esiti non buoni. Lo mostrano i dati. I “guaritori” ‒ assieme alle scuole, ai media, alle aziende e così via ‒ che pretendono che l’anormalità sia normale sono per definizione colpevoli di abuso.

Fa niente se corre un parallelismo inquietante fra l’aggressione che il transgenderismo consuma ai danni della sana anatomia e la pratica universalmente condannata della mutilazione genitale femminile. La “transizione” viene insomma venduta come un trionfo della scienza e del progresso, pur con l’intesa che qualche transizione non va invece tollerata affatto. Mi riferisco, ovviamente, alla possibilità che qualcuno voglia scrollarsi di dosso l’omosessualità a favore dell’eterosessualità. Che questo sia vietato – in alcuni contesti messo letteralmente fuori legge – manda a monte il gioco: il fatto che, malgrado la classica retorica del contrario, le scelte personali vengano inibite in modo così impressionante rivela che quel che davvero si vuole è imporre una scelta, non esaltare la “scelta” stessa.

Lo scopo che oggi si sta perseguendo è null’altro che l’oblio dell’ordine e dell’etica insegnati dalla tradizione giudeo-cristiana. Gira tutto attorno al tentativo di conquistare il potere di ridefinire le regole; d’invertire ciò che è buono e ciò che è cattivo. Il nome del gioco è disintegrazione totale.

Gli abusi non sono soltanto un effetto secondario occasionale e accidentale di una rivoluzione più ampia di cui la fluidità del gender è solo l’ultima salva di cannone. La fluidità del gender è il cuore della questione.

 

Traduzione di Marco Respinti

 

* Matthew Hanley è Senior Fellow al National Catholic Bioethics Center di Filadelfia. Con il medico Jokin de Irala, nel 2009 ha pubblicato Affirming Love, Avoiding AIDS: What Africa Can Teach the West (National Catholic Bioethics Center, Filadelfia, 2009) che l’Associazione della stampa cattolica degli Stati Uniti ha di recente premiato tra i libri migliori. L’articolo qui tradotto è stato pubblicato il 20 settembre 2017 sul quotidiano online The Catholic Thing, diretto a Washington da Robert Royal, con il titolo Gender Ideology as Abuse.