a cura di Riccardo Cascioli
  • VATICANO

Il catastrofismo dell'Osservatore Romano

L'Osservatore Romano ha recentemente dato conto dello svolgimento (5-6 luglio) della Conferenza internazionale Saving our Common Home and the Future of Life on Earth (Salvare la nostra casa comune e il futuro della vita sulla terra), organizzata dal Dicastero per la promozione dello sviluppo umano integrale per i tre anni dalla pubblicazione dell'enciclica “Laudato si'”. La cronaca si sofferma in particolare sui “lavori che hanno definito, nella seconda giornata, obiettivi e passi immediati per un'azione civile”. Pare opportuna qualche nota a margine di talune affermazioni contenute nell'articolo.

1) “Già rispettare, come necessario, gli obiettivi definiti nella Cop21 e negli accordi di Parigi porterebbe a un innalzamento globale della temperatura con effetti devastanti per ampie aree della terra. L’innalzamento limite per salvare gli ultimi della terra è, invece, il solo umanamente accettabile ed è di 1,5°.”

 Limitare le emissioni di CO2 per trattenere l'innalzamento della temperatura globale terrestre entro 1,5°? Come hanno scritto recentemente il climatologo Patrick Michaels e il meteorologo Ryan Maue, “la temperatura globale della superficie terrestre non è aumentata significativamente dal 2000, al netto di un El Niño, quello del 2015-16, più forte del consueto [vedi qui]... le temperature superficiali si stanno comportando come se 18 anni fa avessimo posto freno alle emissioni di anidride carbonica responsabili dell'accresciuto effetto serra. Ma non l'abbiamo fatto. Perché le persone in tutto il mondo dovrebbero pagare costi drastici per tagliare le emissioni quando la temperatura globale si comporta come se quei tagli fossero già stati fatti?” Insomma: non è in atto alcun riscaldamento globale; la CO2 atmosferica non è in alcun modo il fattore che sta governando l'andamento della temperatura globale terrestre, che è stabile da 18 anni malgrado in questi anni le emissioni antropiche di anidride carbonica e la sua concentrazione atmosferica siano aumentate costantemente (vedi qui e qui). 

2) “Uno sciamano della Groenlandia spiega che sparisce un mondo, lo strato di ghiaccio che è la sua terra è passato da una profondità di 5 chilometri a una di 2 in sessant’anni e al posto del ghiaccio sorgono migliaia di nuovi fiumi, la cui portata raggiunge ormai un milione di litri al secondo.”

I ghiacci della Groenlandia sono spacciati? La realtà è tutt'altra.
Secondo la NASA, dal 2002 al 2016 la Groenlandia ha perso ogni anno una massa di ghiaccio di circa 286 miliardi di tonnellate (ossia di 286 Gt); secondo uno studio del 2015 di Kjeldsen et alii, dal 1901 al 1983 la perdita annua fu di circa 75 Gt e di 73,8 Gt dal 1983 al 2000; nel 2017 la massa è rimasta stabile (vedi qui). Facendo i calcoli con questi dati (e ammettendo che nel 2001 la perdita sia stata la stessa indicata per il periodo 2002-2016), si conclude che dal 1901 al 2017 la massa di ghiaccio persa è di circa 12.056 Gt. Secondo lo studio di Bamber et alii, la Groenlandia è coperta da circa 2.930.000 km3 di ghiacci. 1 km3 di acqua ha una massa di 1 miliardo di tonnellate, mentre  1 km3 di ghiaccio ha una massa di 0,9167 miliardi di tonnellate. Quindi la massa di ghiaccio della Groenlandia è di circa 2.658.931 miliardi di tonnellate (Gt). Poiché 12.056 Gt è lo 0,449% di 2.658.931 Gt, si conclude che dal 1901 al 2017 la Groenlandia ha conservato ben il 99,551% della sua massa di ghiaccio. E si conclude pure, conseguentemente, che è del tutto infondato ogni allarme su una (presunta) rapida, ingentissima e disastrosa perdita di ghiacci nella grande isola artica. Ghiacci che, in questa stagione estiva, non se la passano male: come si può notare osservando questo grafico, a giugno e luglio la massa è nettamente superiore a quella media del periodo 1981-2010, e si mantiene al di sopra di tale media da settembre 2017.

3) “Un ground zero del cambiamento climatico, raccontato anche dagli abitanti delle isole del Pacifico, che hanno abbandonato buona parte dei loro villaggi a causa dell’innalzamento dei mari di un metro e che sanno ormai che in pochi anni la loro terra scomparirà del tutto.”

Che le isole del Pacifico siano sempre più erose e sommerse da un incalzante e impetuoso innalzamento del livello del mare (ovviamente dovuto al riscaldamento globale antropogenico), costringendo gli abitanti a migrare per sopravvivere, è uno dei luoghi comuni più ripetuti, ma non per questo meno fasulli.
Tra il 1992 e il 1994 (e nel 2001 negli Stati federati di Micronesia) sono entrate in funzione 11 stazioni di monitoraggio del livello del mare e del meteo, precisamente nelle Isole Cook, Marshall e Salomone, e ancora nelle Fiji, a Kiribati, Nauru, Niue, Palau, Samoa, Tonga, Tuvalu, Vanuatu e in Papua Nuova Guinea. Il grafico che mostra l'andamento del livello del mare (aggiornato a maggio 2018) è qui (a pag. 28). L'unico fatto di primaria evidenza è l'influsso esercitato da El Niño: come si può constatare, in corrispondenza di quello del 1997-98 e del 2014-15 (e, in misura notevolmente minore, del 2009-10) il livello del mare s'è sensibilmente abbassato. Quanto all'entità delle variazioni registrate in circa 25 anni di monitoraggio, osservando qui la tabella di pag. 8 si apprende che il mare è cresciuto tra i 4 e i 6 mm all'anno, ossia dai 10 ai 15 centimetri complessivi (a Samoa la variazione è stata di 8,6 mm ossia di circa 22 cm in tutto). Ebbene: si considerino questi dati alla luce di quanto emerge da uno studio del 2015, il quale mostra che, dal 1971 al 2013, di 29 isole dell'arcipelago di Funafuti (che fa parte di Tuvalu) nessuna è andata perduta, 21 hanno fatto segnare una crescita di dimensioni e solo 8 una diminuzione. In 42 anni l'area totale è aumentata del 3,8%, nonostante il livello del mare si sia alzato di circa 5 mm all'anno, per un totale approssimativo di 21 centimetri. Analoghi risultati in una ricerca del 2010. Si consideri inoltre quanto rivela un altro studio, pubblicato nel febbraio 2018: nell'arcipelago di Tuvalu, composto in tutto da 101 isole, durante gli ultimi quarant'anni il livello del mare è cresciuto di circa 4 mm annui (circa 16 cm complessivi), ma 73 isole sono cresciute di dimensioni (+ 80,7 ettari totali), solo 27 sono diminuite (-7,24 ettari totali) e solo 1 isolotto è stato completamente eroso. In totale l'area guadagnata è del 2,9%.

I dati presentati mostrano che il problema per la popolazione non risiede nel global warming o nell'innalzamento del livello del mare: al quale, per la loro peculiare natura corallina, queste isole si sono mostrate capaci di resistere ed adattarsi, come chiarificano gli studi menzionati. Certamente il comportamento del mare non è insignificante per gli abitanti di isole che sorgono pochissimi metri (se non centimetri) sul livello del mare stesso, ma il vero problema per la popolazione è lo sfruttamento delle risorse ambientali (l'argomento è complesso, e non può essere analiticamente esaminato in queste sede; per un primo inquadramento si può vedere qui). Insomma: una questione ambientale, e non climatica, che è illusorio pretendere di affrontare efficacemente come se fosse climatica. Ossia: sperperando denaro in programmi di abbattimento delle emissioni di CO2 e/o corrispondendo alle popolazioni locali indennizzi per fantomatici danni da global warming, soldi destinati a peggiorare la situazione se chi li riceve rimarrà convinto che il problema è climatico ed esogeno (i paesi ricchi che emettono CO2, il mare inesorabilmente montante), e non di uso delle risorse ambientali da parte degli indigeni stessi. (Alessandro Martinetti)