• PINEROLO E AVELLINO

Il disagio tabù di fronte ai prelati “desacralizzati”

Il vescovo che imbraccia la chitarra e "spaccia" Vedrai, vedrai per una preghiera e quello che invece di benedire il popolo si fa imporre lui le mani. Buona fede per entrambi, certo. Ma a noi resta un po' di disagio. Dovremmo abbandonare la concezione "sacrale" di pastore? 

Il vescovo di Avellino canta Vedrai, vedrai

È con un poco di ritrosia che mi sono risolto a scrivere di questi due episodi, che mi sono stati segnalati da alcuni lettori, e che riguardano due vescovi, nel Nord e nel Sud del Paese. Episodi certamente dettati da buoni sentimenti e buone intenzioni, ma che mi hanno lasciato, nel momento in cui ne sono venuto a conoscenza, con un senso di disagio. Forse sbaglio io, forse ho una visione e concezione troppo “sacrale”, chiamiamola così della figura del vescovo, successore degli apostoli, uno dei dodici (anche se adesso sono diventati migliaia). Come dicevo, forse mi sbaglio, forse sono io il problema. In questo caso non tenetene conto.

Il primo episodio riguarda il vescovo di Avellino, Arturo Aiello, che nella festa di San Francesco, nella parrocchia di Santa Maria delle Grazie all’ambone ha imbracciato la chitarra e si è esibito in "Vedrai vedrai" di Luigi Tenco. Prima parlando della crisi della città di Avellino aveva lanciato una provocazione: "Ci vorrebbe il Viagra per questa città". Ha citato Marx, a proposito di immigrati: "Per loro il pane e le rose". Aiello ha richiama l'impegno della città all'accoglienza degli immigrati e ha ricordato che la canzone  di Tenco era  dedicata non ad una donna qualsiasi ma alla madre. “Tecnica sopraffina alla chitarra ed espressività: alla fine standing ovation”, ha commentato un giornale locale. Il vescovo ha così spiegato: “E’ una preghiera, un grido di speranza, per quelli fra di voi che sono in crisi, sono stanchi del marito, della moglie, dei figli, dei genitori, è un grido di speranza,  non dobbiamo fermarci; quanto più buia è la notte tanto più chiaro sarà il mattino…e la notte passerà. Vi richiamo il motto del vostro vescovo: custos, quid de nocte? (Sentinella, a che punto è la notte?) La notte passerà”.

L’altra scena ha per protagonista mons. Derio Olivero, che da Fossano è stato elevato alla carica episcopale di Pinerolo. Nella fotografia lo vediamo mentre in ginocchio riceve la benedizione del popolo. Sono ignorante, lo ammetto, ma più che benedire un vescovo mi aspetto che sia lui, che ha ricevuto l’imposizione delle mani al termine di una lunga catena di imposizioni che risale tanto indietro nel tempo della Chiesa, mi benedica. Pecore – appunto magari ignoranti come chi scrive – e Pastore.

Don Derio era certo molto amato, a Fossano, tanto che i suoi fedeli hanno voluto salutarlo con una gesto, che anche se bene intenzionato, mi ha lasciato un po’ così. Leggete la cronaca di un sito locale.

“…..Sono tanti i ricordi che passano di bocca in bocca, di post in post, in questi giorni: dalle Messe vocazionali, senza un posto libero nemmeno in piedi, alle prediche con i riferimenti al Milan; dai campi di Strepeis, al pullman per andare a vedere gli U2, da Caravaggio alla mezz’ora di bellezza. Derio lascia Fossano. Di questo la comunità si sta rendendo conto, ma dall’altro lato è auspicabile che il suo insegnamento rimanga nella partecipazione alla vita della città, alla costruzione di una comunità più solida, più equa, più bella.

Proprio di bellezza, fulcro di tanti discorsi del nostro Monsignore, è l’immagine che resta nel cuore pensando alla veglia di preghiera di venerdì 29 settembre in cattedrale. Per giorni sono passati di whatsapp in whatsapp messaggi con un invito chiaro: “venerdì alle 20,45 ci sarà la veglia in cattedrale per pregare per il nuovo vescovo di Pinerolo. Ecco una brillante idea: dato che Derio dice sempre “mi levo il cappello di fronte a chi fa qualcosa per gli altri”, ci portiamo tutti un cappello e a un certo punto parte uno chapeau tutto per lui. Acqua in bocca con il Mons”. Missione compiuta. Decine di persone, in una cattedrale gremita all’inverosimile indossavano, venerdì, un cappello e se lo sono tolti all’unisono. Un gesto simbolico con un enorme potenza in termini di bellezza e riconoscenza”.