• IL RICORDO

Il mio maestro Sgreccia, pioniere della bioetica

Il cardinale Sgreccia era un uomo molto intelligente e chiaro. Non c’era bisogno di chiedergli due volte ciò che intendesse dire. Queste sue caratteristiche, unite al coraggio e a un’impostazione filosofica tomista, ne hanno fatto un maestro per tutta una generazione di bioeticisti cattolici in Italia e nel mondo, insegnando loro ad argomentare su temi bioetici in modo razionale e oggettivo, in accordo con la dottrina della Chiesa.

Incontrai per la prima volta monsignor Elio Sgreccia nel 1988, durante i miei studi a Roma, nel “suo” Istituto di Bioetica presso la Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ero insieme a un gruppo di olandesi che voleva consultarlo sull’erezione di un centro di cure palliative in Olanda. Per il nostro carattere e le nostre convinzioni andammo subito d’accordo. Più avanti, nello stesso anno, seguii un suo corso di etica medica, che si rivelò fondamentale per la mia formazione in bioetica nella prospettiva della dottrina della Chiesa.

Il cardinale Sgreccia era un uomo molto intelligente, chiaro, deciso e determinato. Non c’era bisogno di chiedergli due volte ciò che intendesse dire. Queste caratteristiche - unite al suo coraggio e alla sua conoscenza ampia e profonda della filosofia, secondo un’impostazione innegabilmente tomista - lo facevano un insegnante particolarmente idoneo per una disciplina tanto contestata dalla cultura moderna come la bioetica cattolica. Le sue spiegazioni - sia dei fondamenti dell’etica medica, sia delle questioni particolari, della casuistica e della storia della materia - erano sempre chiarissime, ben documentate ed equilibrate.

Il suo capolavoro è stato la Pontificia Accademia per la Vita (Pav), fondata da San Giovanni Paolo II. Papa Wojtyla aveva affidato la formazione dell’Accademia al grande genetista francese Jérôme Lejeune, scopritore del difetto genetico che è alla base della sindrome di Down (Trisomia 21), morto però poco tempo dopo la sua nomina come primo presidente dell’Accademia. Da lì in avanti monsignor Sgreccia perfezionò la Pav in modo impressionante, tanto da consentirle di misurarsi a livello internazionale con altri istituti bioetici di grande prestigio. Lo stesso può dirsi per l’Istituto e, più tardi, per il Centro di Bioetica della Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma. Sotto la sua guida la Pav organizzò congressi e numerosi simposi, in cui venivano studiati con grande professionalità e profondità tutti i temi della bioetica.

Non si può non segnalare che monsignor Sgreccia dovette pure soffrire durante la sua (vice)presidenza dell’Accademia. Lui era un forte difensore del criterio della morte cerebrale totale (inclusa cioè quella del tronco cerebrale) come criterio per dichiarare la morte dell’essere umano. Un fatto doloroso per lui fu non semplicemente che alcuni membri dell’Accademia avessero opinioni diverse sulla questione - criticando i suoi argomenti, il che evidentemente era un loro diritto - bensì che lo attaccarono pure, accusandolo personalmente di avere intenzioni cattive. Monsignor Sgreccia, pur non dando a vedere esteriormente i suoi sentimenti, subì un dolore grave per questo. Tuttavia, non cadde nella tentazione di reagire allo stesso modo e rispose sempre con dignità, portando argomenti oggettivi.

Molti pensano che la fede cristiana, morale inclusa, non si fondi affatto su argomenti razionali e che la fede e la ragione si escludano a vicenda. Un giorno un filosofo olandese mi fece un’intervista sulla clonazione e riproduzione artificiale di esseri umani, in cui risposi alle domande con argomenti razionali, come avevo imparato tra l’altro da monsignor Sgreccia. Il filosofo-giornalista, stupefatto, mi disse: «Pensavo che lei avrebbe detto solo qualcosa del tipo “l’uomo non deve giocare a fare Dio”, ma lei usa argomenti razionali».

Monsignor Sgreccia ha insegnato a tutta una generazione di bioeticisti cattolici in Italia e in molti altri Paesi ad argomentare nel campo dell’etica medica in modo razionale e oggettivo, secondo la dottrina della Chiesa. Per questo, per la sua ricerca e per le sue pubblicazioni, è uno dei difensori più importanti del rispetto per la vita umana.

Negli ultimi anni l’ho incontrato regolarmente nei concistori del Collegio cardinalizio e durante i sinodi dei vescovi sulla famiglia. I suoi interventi in queste assemblee sono sempre stati intelligenti, equilibrati e saggi. Tutti i suoi alunni, me incluso, e anche i suoi collaboratori, con cui aveva rapporti cordiali, lo ricorderanno con molta simpatia. Con la morte del cardinale Sgreccia il mondo della bioetica ha perso un grandioso pioniere.

* Cardinale e arcivescovo di Utrecht