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"Il Miracolo" non fa miracoli, porta solo disperazione

La serie tv Il Miracolo ai raggi x: una Madonna lacrima sangue ma porta più morte che salvezza in chiunque si avvicini a lei. Ammaniti ha avuto una bella idea iniziale, ma di fronte al mistero non si è lasciato interrogare, abbandonandosi al nichilismo e al conformismo di una diabolica tragicità.
-SANGUE DI POLLO A CIVITAVECCHIA? PARTE LA QUERELA di Lorenzo Bertocchi

Se si voleva fare una serie tv che tenesse aperta la porta al mistero sarebbe bastato, per Niccolò Ammaniti, raccontare la cronaca della situazione politica italiana dal 4 marzo ad oggi. Lì di argomenti per mettersi di fronte all’ignoto e lasciarsi interrogare dai segni del trascendente ce ne sarebbero stati a iosa. Molti di più di quanti invece la serie Il Miracolo andata in onda su Sky in questi giorni abbia cercato di affrontare e malamente risolvere.

Perché al contrario delle banalità con le quali i critici hanno approcciato la serie evento dello scrittore e sceneggiatore romano, che probabilmente non hanno atteso le ultime due puntate prima di tirare le somme, il mistero è solo nel titolo “miracolistico” mentre nello svolgimento e soprattutto nel finale tutto si riduce ad un tragico e ineluttabile nichilismo, condito però da un conformismo da tema mal svolto.

Perché, in fondo, il tema c’era tutto. Una trama originale, va detto e articolata con intelligenza, senza dubbio. A cominciare dall’incipit: una statua della Madonna ritrovata nel covo di un boss ndranghetista che lacrima litri e litri di sangue e che nell’assoluto segreto di una piscina dismessa, i Ris e persino il presidente del Consiglio cercano di indagare e guardare con occhio aperto al mistero.

La presentazione del mistero dunque è credibile, ma non c’è apertura: si rimane come se questo fosse imperscrutabile e irrisolvibile con le categorie umane. Per forza, perché per questo servirebbe la Grazia, ma nei personaggi cesellati con precisione da Ammaniti la Grazia è completamente assente e con essa la conversione dei cuori, che sempre si accompagna agli avvenimenti miracolosi che la Chiesa indaga con ben altro approccio e soprattutto con ben altri mezzi e sicuramente più realismo. Perché di miracoli in questa fiction di sicuri ascolti, non ce ne sono. Tutto è terribilmente terreno nell’angoscia dei cuori in fatti che nonostante il sangue versato dalla Madonna, si svolgono o accadono ai personaggi come se si trattasse di un fato ineluttabile. Sofocle ne aveva già parlato senza dover per forza scomodare i Ris.

Ma si resta con l’amaro in bocca per un’operazione che avrebbe potuto avere un senso e invece non ce l’ha. O meglio, ce l’ha per quel che reconditamente questa prima stagione, chissà se ce ne sarà una seconda?, dice: che tutti coloro che hanno a che fare con questa Madonnina che lacrima sangue, finiscono male. Male in senso tragico, senza una redenzione, senza un passetto in più per oltrepassare quella sacra soglia che delimita lo sguardo oggettivo di fronte al mistero dal lasciarsi interrogare da esso aprendo alla Grazia porte sconosciute.

Che brutta fine fanno tutti. A cominciare dai protagonisti e qui, premettiamo, stiamo spoylerando, quindi se non avete visto tutte le puntate, non andate oltre.

Fabrizio Pietromarchi, interpretato da Guido Caprino. E’ il primo ministro italiano che si ritrova a gestire l'evento. Ateo, di sinistra, ma promotore del referendum Italexit per il quale si gioca tutta la carriera politica. Ha una moglie bella e allegra, nel senso di relazioni extraconiugali, e due figli che hanno una tata dell’est che prega il requiem aeternam in latino e poi frequenta una setta di un santone che per tenere vivo lo spirito di Dio rinchiude gli adepti a turno in una campana di vetro in cui cantare un'unica nota rettotono in stile tibetano. New Age allo stato puro. Lui di fronte a quel mistero si interroga, ma non si decide, cerca persino di pregare quando il figlio rischia di morire affogato, ma alla fine il piccolo muore. Allora rompe la statua della Madonna che ha smesso di lacrimare (per forza è falsa, era già stata sostituita dal generale dei Ris) e si dispera. Lei, la signora invece, dopo la morte del piccolo lascia il marito e si rifugia nella campana di vetro. Insomma: una tragedia.

Poi c’è Padre Marcello, interpretato da Tommaso Ragno. Un prete davvero impresentabile: schiavo del sesso, del gioco, dell’alcol, dilapida il patrimonio della parrocchia, ha una vita irregolare e una donna che era stata la sua fidanzata che gli ha dato un figlio, che però almeno è l’unica che gli vuole bene. Padre Marcello cambia vita quando il premier, suo amico, gli mostra la statua della Madonna per chiedergli un consiglio. L’uomo cade a terra, vede la luce, decide di svoltare. Nessuno scandalo per il suo passato, da quando Saulo è San Paolo. Così fa il proposito di redimersi, gira con una croce per le strade di Roma come un millenarista medievale, ma per lui la redenzione vera non arriverà. Una curia cattiva e un vescovo arcigno lo mandano a disintossicarsi in un "lager" per preti pedofili, allora scappa, poi cerca di rubare la statuetta per mostrarla urbi et orbi perché solo così finalmente il mondo ritroverà la fede: ha ricevuto infatti in sogno da una Madonna-Monica Bellucci avvolta in tentacoli da piovra, il mandato di liberarla: verrà ucciso dai soldati a guardia della statua senza uno straccio di senso.

La parte scientista è affidata ad Alba Rohrwacher. E’ Sandra, biologa che lavora con i Ris e le prova tutte per dare un volto a quel sangue umano misterioso. E’ lesbica e tormentata dal rapporto con la madre, la sua apertura al mistero si ferma con la morte della madre alla quale aveva dato da bere il sangue, manco fosse il Santo Graal e il rifiuto di una ex fiamma. Decide di andare a fare l’inseminazione artificiale in Spagna convinta che impiantando anche un campione di quel sangue avrà finalmente partorito l’uomo del futuro, che non esiste, una specie di Gesù in provetta. Nel ricordo del figlio morto prematuramente, guarda caso chiamato Eugenio e qui il riferimento eugenetico è qualche cosa di più che una coincidenza.

Ma anche altri personaggi di fronte alla statuetta cadono rovinosamente: a cominciare dal boss, che dopo essere stato arrestato si chiude in un mutismo assoluto e poi si ammazza in carcere, per finire con il generale dei Ris Giacomo Votta: alla fine sottrarrà la statuetta, che per un mistero nel mistero quando è messa nel congelatore smette di lacrimare (perché? Ma i miracoli non abbattono le leggi della fisica?), e se la tiene in casa nascosta tra i Sofficini in attesa che nuovi scenari politici gli consentano di ritirarla fuori. Sembrava il più disinteressato di tutti, alla fine è l’unico che, cinicamente, trae vantaggio dalla madonnina.

Sullo sfondo di una Chiesa assente, ma che quando c’è mostra un lato perverso e indifferente, si consuma una tragedia che, d’accordo non ha alcuna redenzione, ma nemmeno, almeno, una catarsi. Il peccato è sotto gli occhi, ma di fronte ad esso si è impotenti. Padre Marcello preconizza sciagure per Pietromarchi con molta più chiarezza della Sibilla cumana, ma invano; e anche la moglie del premier di fronte all'abisso del suo peccato non sembra fare un passo in più di quello consentito dal conformismo. Con una frase da pathos a quattro stelle come "mentre io mi facevo scopare nostro figlio affogava" non trova niente di meglio da fare che proseguire nello sfasciare la sua famiglia. Eppure con schiaffi del genere di solito, almeno cinematograficamente, si capitola per il bene. Ma niente.

Si può fare i complimenti ad Ammaniti per l’idea? Forse solo per quello, perché interrogarsi di fronte ad un fenomeno, quello delle apparizioni miracolose che scandisce la vita della Chiesa dai suoi albori, è lecito e per certi versi doveroso. Ma far passare il messaggio che questa Madonnina in fondo porti anche sfortuna a chiunque la incontri e tiri fuori il peggio dalle persone, è oggettivamente grottesco oltre che offensivo della sensibilità di milioni di fedeli, il rispetto dei quali non era certo la priorità della produzione.

Non sappiamo se Ammaniti, che si dichiara ateo, abbia davvero guardato questo fenomeno senza pregiudizi e con il rispetto dovuto, come ha dichiarato. Se così è stato il messaggio purtroppo non è passato: la sigla di apertura è Il mondo di Jimmi Fontana. Appunto, ci si ferma solo alla terra, con incursioni del divino che però hanno molto di sulfureo portando più morte che salvezza. L’ennesima occasione persa per raccontare al grande pubblico il Mistero, quello vero.