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Il neo primo ministro: "Voglio l'Europa di nuovo cristiana"

Non è solo un cristiano ma ha anche origini ebraiche, un identikit che fece dei membri della sua famiglia l’incarnazione perfetta dei nemici del regime totalitario sotto cui vivevano. Cresciuto da una madre profondamente religiosa e da un padre (Kornel Morawiecki) dissidente nella Polonia comunista, Mateusz Morawiecki, 49 anni, ex ministro delle finanze, settimana scorsa è diventato il nuovo primo ministro polacco. Lasciando di stucco per le dichiarazioni rilasciate durante la sua prima intervista. 

“Vogliamo cambiare l’Europa”, ha detto il leader del partito Diritto e Giustizia, che lo ha scelto per sostituire Beata Szydlo, premier dal 2015, spiegandosi così: “Il mio sogno è quello di aiutare a renderla nuovamente cristiana, dal momento che, purtroppo, in molti luoghi le persone non cantano più le canzoni cristiane di Natale, mentre le chiese sono vuote o trasformate in musei e che tutto questo è davvero triste”.

Morawiecki, facendo riferimento al suo programma pro family e di sostegno demografico, ha poi spiegato che la Polonia, “una grande nazione, diventerà ancora più grande”, aggiungendo senza alcun timore di voler rifiutare qualsiasi pressione, economica e politica, da parte dell’Unione Europea per convincere il suo paese ad accettare un numero di immigrati superiore alla soglia sostenibile: “Non permetteremo questi tipi di ricatti”. Infine, parlando dell’importanza della preghiera, ha confessato di appoggiarsi a Dio, “che mi dia abbastanza forza per servire bene la Polonia”.

Sicuramente la sua famiglia, dove, con il supporto della madre, il padre era disposto a dare la vita per combattere la menzogna, vivendo di pane e libri, modestamente e in condizioni di persecuzione, devono aver segnato l'infanzia e l'adolescenza di un ragazzino abituato a doversi nascondere dalla polizia.

Il giornalista Romuald Lazarowicz, suo amico fin da bambino, ha spiegato questo leader ricordando che con suo padre fece parte del sindacato d’opposizione Solidarność e che sua zia finì in campo di concentramento. Non solo, perché abituato a rischiare la vita per un ideale di verità, fin da adolescente veniva “tenuto sotto stretta sorveglianza” e fu ripetutamente “picchiato dalla polizia comunista e interrogato”. Un giorno fu persino “rapito e costretto a scavarsi la sua tomba”, anche se fortunatamente si trattò di un’intimidazione del regime. Addirittura rischiò di essere incarcerato a pochi mesi dal diploma liceale, ma fu aiutato da alcuni medici dissidenti che lo nascosero in ospedale fino al giorno prima di riceverlo. Quando a 21 anni vide il regime cadere, decise di completare gli studi negli Stati Uniti, dove si laureò.

Tutto questo, non senza un intento, ha continuato Lazarowicz: “Il suo obiettivo è far risorgere la Polonia dal suo passato comunista, renderla più prospera”. Nonostante ciò, alcuni leader pro life hanno giudicato il suo operato come ministro delle finanze non abbastanza pro life. Bisognerà quindi vedere se Morawiecki terrà fede fino in fondo alle intenzioni recentemente dichiarate, ma quel che è certo è che lui, come tutta la Polonia, più consapevole di che cosa sia una dittatura e avendola già combattuta, sia capce di riconoscerla e sia pronto anche a combatterla. 

Secondo caratteristiche che lo accomunano ad altri leader, cristiani e non, di Stati europei (Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia) che avendo già vissuto sulla loro pelle i metodi e gli effetti devastanti delle dittature, hanno la consapevolezza della drammatica perdita dell’identità europea, colonizzata da una cultra anti cristiana (laicismo), anti identitaria (immigrazione) e ferocemente avversa alla famiglia (aborto, divorzio, ideologia gender). E perciò sono pronti a combattere per difendere il proprio paese.