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«Il Papa è gay-friendly», parola di padre Martin

Parole e gesti di papa Francesco sono chiarissimi, c'è una nuova apertura nella Chiesa al mondo LGBT e lo si vede anche dalla nomina di vescovi gay-friendly. A dichiararlo è il gesuita padre James Martin, grande sostenitore dell'accettazione dell'omosessualità nella Chiesa.

Padre James Martin

È vero che c’è una forte spinta pro-omosessualità nella Chiesa cattolica, a dispetto di quello che dice il Catechismo, di un Magistero univoco sul tema, e – ci sembra giusto aggiungere – a dispetto dei gravi problemi legati a un’omosessualità pervasiva e aggressiva nella Chiesa, di cui i misfatti del cardinale McCarrick sono un esempio? E questa presenza si è rafforzata nei cinque anni e oltre del regno di papa Bergoglio?

Siamo disposti a scommettere che qualsiasi esponente della Bergoglio Press Gang, dal gruppo di duri e puri ex di Trenta Giorni fino alle acquisizioni più recenti, alzerebbero le sopracciglia sdegnati. Però attenti: l’affermazione viene da uno dei più noti attivisti pro-LGBT all’interno della Chiesa, padre James Martin sj.
Parlando sabato 3 novembre a un raduno della Famiglia Ignaziana, ha detto agli studenti che «le cose stanno cambiando» nella Chiesa per quanto riguarda l’omosessualità. 

«…Guardate solo a quello che è successo negli ultimi cinque anni da quando papa Francesco è stato eletto» ha detto Martin. «Per prima cosa, la risposta di papa Francesco sulle persone LGBT "Chi sono io per giudicare?". Le sue cinque parole più famose erano in risposta a una domanda sulle persone gay, giusto? È il primo papa a usare la parola ‘gay’, sapete, in un’affermazione», ha detto il gesuita "editor at large" della rivista ultra-progressista dei gesuiti USA, “America”.

Leggendo questa risposta, mi è tornato alla mente il commento fatto su Facebook da un omosessuale che ha scoperto la fede, e cerca di aiutare altre persone che hanno la stessa attrazione verso una vita di coerenza cristiana e castità. Mentre infuriava sul Sinodo la discussione relativa all’acronimo LGBT, su chi l’aveva infilato di soppiatto nell’Instrumentum Laboris, e su chi cercava di spingerlo fino al documento finale, questo amico scriveva su Facebook:

«”’Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”. Esiste una Chiesa cattolica "prima" che fosse pronunciata questa frase e una Chiesa cattolica "dopo" che la frase è stata pronunciata. Da quel momento è cambiato tutto al di là del "voleva dire" o "non voleva dire". Le persone hanno capito che la "lobby gay" non va bene, ma "se una persona è gay" va bene. Qualcuno sostiene che il Papa intendesse dire "persone con attrazioni per lo stesso sesso" e ha usato il termine "gay" solo per brevità. Ormai tutti usiamo la parola "gay" come sinonimo di omosessuale anche se descrivono due realtà che sono su piani diversi. La "cultura gay" ha inventato il termine "gay" per descrivere lo stile di vita gay. "Sono gay" non significa "sono omosessuale" e basta, significa "aderisco alla cultura gay, Lgbt". Le parole sono importanti perché cambiano le coscienze. Infatti tutti oggi usiamo indifferentemente le parole "gay" e "omosessuale”. Ma la Chiesa cattolica non lo aveva mai fatto finora, se ne era ben guardata. La Chiesa non aveva mai definito “gay” una persona omosessuale perché sapeva che adeguarsi al linguaggio significa adeguarsi al messaggio. Perché meravigliarsi dell’inserimento dell’acronimo LGBT in un documento ufficiale quando la “G” è già stata sdoganata dal Papa? Ovviamente la “L” (“se una persona è lesbica”) e le altre lettere vengono di conseguenza…se una persona è trans… e così abbiamo sdoganato anche il transessualismo.  E quindi il messaggio che è arrivato è “Se una persona è LGBT e cerca il Signore e ha una buona volontà, chi sono io per giudicarla?”».

Ci siamo permessi questo inserimento piuttosto lungo perché pensiamo che sia illuminante, per capire la posta in gioco, e per capire bene anche quello che sta cercando di fare padre Martin, e non solo lui.

Del Pontefice Martin ha detto: «Ha amici gay. Ha parlato del fatto che vuole che la gente gay si senta benvenuta nella Chiesa. Questo è un grosso affare. Ha anche nominato vescovi, arcivescovi e cardinali gay-friendly, come il card. Tobin l’arcivescovo di Newark, che per esempio, ha celebrato una ‘Messa di benvenuto’ per la gente LGBT in cattedrale…Così c’è una tendenza…».

Da non dimenticare che il card. Tobin ha preso il posto di McCarrick a Newark, e ha detto di non sapere nulla delle attività del predecessore; anche se la diocesi era arrivata a un accordo finanziario per sistemare una causa provocata dai misfatti del cardinale. Martin ha ripetuto l’osservazione sull’atteggiamento del Pontefice, «ciò che dice sulla gente LGBT e quello che fa in termini di nomine».

Questa osservazione di padre Martin non può non far ricordare le testimonianze fatte dall’arcivescovo Viganò, secondo cui la nomina di Blase Cupich a Chicago e quella di Joseph W. Tobin a Newark sono state organizzate da McCarrick, insieme al cardinale Maradiaga e a Donald Wuerl, l’arcivescovo di Washington, successore di McCarrick e che avrebbe dovuto – cosa che non sembra abbia fatto – vegliare sull’osservanza delle “restrizioni” imposte da Benedetto sul porporato abusatore omosessuale.

Secondo Martin «c’è un trend che non si può arrestare» verso una presenza riconosciuta della gente LGBT nella Chiesa; vale a dire, in pratica, l’accettazione dei rapporti omosessuali da parte della Chiesa, contro ciò che afferma il catechismo, il Magistero e le prese di posizione drastiche di santi quali Caterina da Siena e san Pier Damiani. Padre Martin ha fatto l’esempio del Sinodo dei giovani, dicendo: «La scorsa settimana, per esempio, al Sinodo dei Giovani si sono riuniti vescovi ed esperti…per discutere dei giovani. E i problemi LGBT sono stati discussi in quella sede più apertamente che in ogni sinodo del passato, giusto? Questo è un grosso passo avanti».

Martin ha evitato di dire che solo due piccoli gruppi di lavoro, quelli di Cupich e Maradiaga, hanno toccato l’argomento, e che il tema ha raggiunto il massimo di voti contrari. Ma ha dovuto ammettere che l’acronimo non è presente nel documento finale: «Il Sinodo non è riuscito a usare il termine LGBT, e ha preferito restare fermo alla citazione ‘orientamento sessuale’ grazie all’opposizione di posti dove i diritti LGBT non sono avanzati, come certe diocesi degli Stati Uniti, nell’Africa sub sahariana e in India…ma la Chiesa sta imparando».