• GORIZIA

Il parroco si oppone all'omoeresia in salsa scout

I due uniti civilmente e dietro di loro il vice parroco (Foto Il Piccolo)

I due “sposini” sono entrati sulle note di Somewhere over the rainbow (“da qualche parte oltre l’arcobaleno”). E alla fine la marcia nuziale di Mendelssohn deve essere sembrata troppo retrò. Così si è optato in un altro classico, non proprio da fiori d’arancio: Dio è morto di Guccini, però nella versione di Fiorella Mannoia, il che, per i puristi, è già una scelta che grida vendetta.

E così che, restando in tema gucciniano, il parroco di Staranzano, comune di 7000 anime in provincia e diocesi di Gorizia, ha “regalato” loro un'Avvelenata con "dati, causa e pretesto" contro il nuovo format dei desideri che si trasformano in diritti.

Acque agitate nella diocesi guidata da mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, di quelle che si alzano all’improvviso soprattutto dopo che non si sono risolti i problemi quando era il momento. Eh sì, perché la situazione di pubblico scandalo che dava il locale capo degli Scout-Agesci di Staranzano andava avanti da tempo. Ma nessuno, salvo appunto il parroco, aveva voluto affrontarla di petto. E’ così che quando il capo scout è convolato a unione civile con il suo compagno, il consigliere comunale Luca Bortolotto eletto con una civica che sostiene il sindaco Pd, il parroco don Francesco Fragiacomo non ha potuto fare altro che andare su tutte le furie e invitare Marco Di Just – dalle colonne del bollettino parrocchiale - a dimettersi dalla guida degli scout che in parrocchia sono molto attivi. Apriti cielo. I giornali si sono fiondati a pesce rispolverando il solito cliché: di qua i due uniti civilmente, le vittime, di là il parroco, cattivo, che non accetta quell’unione come un don Rodrigo in tonaca.

A complicare terribilmente la situazione ci si è messo anche il cappellano locale dell'Agesci, don Eugenio Biasiol, che è anche il vice di don Francesco nella comunità dei santi Pietro e Paolo, che non solo domenica ha partecipato all’unione, ma anche fatto il fervorino di circostanza prima di appoggiarsi al muro in borghese come se fosse un infiltrato di lusso, dato che si è messo proprio di fianco al sindaco, che celebrava. “Sono qui come amico della coppia e come prete”. Si capisce allora perché in quell’esatto momento è partito Dio è morto, perché il vedere la figura di un sacerdote umiliata a fianco dell’autorità cittadina a fare il “reggimoccolo” di un’unione civile, è sconfortante di suo.

Ora il parroco si trova con l’attenzione mediatica puntata e il vice parroco oggettivamente “complice” del misfatto e il vescovo che, secondo la migliore tradizione non prende posizione, salvo far sapere di essere molto dispiaciuto. Chi invece non solo è dispiaciuto, ma anche deciso a non farla passare liscia a Di Just e agli scout è don Francesco, che ieri è finito nel mirino di Radio Capital con la solita intervista trabocchetto, con domande tranello del tipo: “Ma scusi, a lei che problema danno i gay?”.

Don Francesco in realtà aveva già parlato dando fuoco alle polveri sul bollettino parrocchiale: “Come cittadino ognuno può fare ciò che gli consente la legge dello stato. Come cristiano, però, devo tener conto di quale sia la volontà di Dio nelle scelte della mia vita. Come educatore cristiano, in più, devo tener conto della missione e delle linee educative della Chiesa e della mia Associazione cattolica – aveva scritto -. Una cosa è essere accolti, un’altra è assumere responsabilità educative. Nella Chiesa tutti sono accolti, ma le responsabilità educative richiedono alcune prerogative fondamentali, come condividere e credere, con l’insegnamento e con l’esempio, le mete, le finalità della Chiesa nei vari aspetti della vita cristiana. Sulla famiglia la Chiesa annuncia la grandezza e bellezza del matrimonio tra un uomo e una donna. Questo è un messaggio che percorre tutta la Bibbia e che la fede in Cristo rende possibile”.

Di questi tempi, una posizione forte e coraggiosa. Ribadita anche al telefono con la Nuova BQ: “Nel bollettino ho espresso il mio pensiero e ho parlato con le persone, è evidente che la Chiesa ha una finalità educativa e bisogna dire qual è la meta. E la meta sono l’amore e il matrimonio tra uomo e donna”. Chiediamo a don Francesco se fosse al corrente che Di Just fosse omosessuale: “Sì, l’aveva detto lui pubblicamente, convive da nove anni, e io avevo cercato di coinvolgere il vescovo. So che l’assistente diocesano Agesci era intervenuto, ma evidentemente nessuno ha mai preso posizione, tenuto conto che di questo “simil matrimonio” si parla già da febbraio scorso. Il tempo per intervenire c’era, ma…”.

Ma evidentemente gli equilibri a Gorizia devono essere delicati. Anche per la presenza in parrocchia dell’altro sacerdote, che invece è a favore. “Don “Genio” è di Staranzano, ed è in parrocchia da 40 anni ormai…”, dice allargando le braccia.

Che fare? Più tardi, al telefono con Radio Capital, il parroco ribadisce che non chiede a Di Just le dimissioni, ma che tragga lui le conseguenze della sua scelta: “Lui stesso deve rendersi conto che un educatore di un’associazione cristiana deve vedere se è in linea con l’educazione cristiana, ma con la sua scelta non sembra aver mostrato di essere molto in linea. Gli adolescenti hanno bisogno di una visione chiara su dove stanno andando dal punto di vista affettivo. Ecco perché è lui che deve capire che non può più stare in quel ruolo”.

Che faranno l’Agesci e il vescovo? “E’ quello che mi chiedo anch’io. Spero che a questo punto intervengano”. In fondo, carte alla mano, il caso sarebbe semplice da risolvere. Nel patto associativo che ogni capo scout deve sottoscrivere c'è scritto: "I Capi accolgono il messaggio di salvezza di Cristo e, in forza della loro vocazione battesimale, scelgono di farlo proprio nell'annuncio e nella testimonianza, secondo la fede che è loro donata da Dio". Insomma, scritta così è facile. Intanto però, in assenza di un pronunciamento chiaro dei vescovi, questi piccoli episodi di omoeresia di provincia pullulano.