• IL CASO

Il petrolio c'è, ma potrebbe mancare

Negli anni '50 un geofisico aveva predetto il rapido esaurimento dei giacimenti di petrolio. La storia lo ha smentito, di petrolio ce n'è abbastanza, ma l'instabilità e l'insicurezza di molti paesi produttori mette a rischio l'approvvigionamento.

piattaforma petrolifera

Nel 1956 il geofisico Marion King Hubbert aveva predetto che intorno al 1970 si sarebbe verificato il picco del petrolio, vale a dire, secondo un modello da lui messo a punto, il momento in cui la domanda avrebbe raggiunto e superato l’offerta provocando un rapido esaurimento dei giacimenti e di conseguenza il collasso delle economie che dipendono dal petrolio e della civiltà che su di esse si fonda. Sbagliava e in seguito anche la data del 1998 come punto di non ritorno, teorizzata dal geologo Colin Campbell, è stata smentita. Nel 2012 il Servizio geologico degli Stati Uniti ha calcolato che, fermi restando i consumi attuali, c’è ancora petrolio almeno per 70 anni, senza contare l’eventualità che esistano altri giacimenti non ancora individuati. Nel frattempo a creare problemi è piuttosto l’instabilità e l’insicurezza che caratterizzano molti paesi produttori di petrolio, incidendo negativamente sulle attività estrattive e provocando impennate delle quotazioni del greggio sui mercati internazionali.

In Libia, ad esempio, all’inizio di agosto la produzione è scesa da 1,4-1,5 milioni a 330.000 barili al giorno, con un calo delle esportazioni del 70%. A quasi due anni dalla morte di Muammar Gheddafi, il paese è nel caos. I servizi di sicurezza degli impianti di estrazione e dei terminali sono scesi in sciopero a luglio per ottenere il pagamento degli stipendi arretrati. Inoltre accusano le autorità di intascare circa un terzo dei proventi derivanti dalle esportazioni. Il governo a sua volta li accusa di vendere illegalmente il greggio. I principali terminali sono stati chiusi a lungo per questi motivi e per la minaccia di bande armate che costringono a interrompere ogni attività. Nei giorni scorsi la riapertura di alcuni terminali ha riportato la produzione a quasi 700.000 barili al giorno e le esportazioni sono riprese con una certa regolarità. Tuttavia la National Oil Corporation, la compagnia petrolifera nazionale, mantiene lo stato di forza maggiore, vale a dire l’esonero dagli obblighi contrattuali di vendita a causa di circostanze eccezionali.

In Iraq nel frattempo tre nuovi attacchi a un oleodotto del nord – che portano a 37 i sabotaggi effettuati dall’inizio di luglio – hanno costretto ancora una volta a interrompere le esportazioni di greggio verso il porto di Ceyhan, in Turchia, per provvedere ai lavori di riparazione che richiederanno alcuni giorni. Secondo l’ente petrolifero iracheno quella in corso è la più violenta campagna di sabotaggio dal 2003.

Altre, crescenti difficoltà al trasporto del greggio derivano dalla pirateria che rende sempre più insicure le acque del golfo di Guinea. Mentre diminuiscono nell’Oceano Indiano, al largo delle coste della Somalia monitorate dalla NATO e dall’Unione Europea, aumentano infatti costantemente gli atti di pirateria nel golfo di Guinea, nell’Oceano Atlantico, dove per lo più a essere prese di mira sono le petroliere che salpano dalle coste della Nigeria, il primo produttore di petrolio del continente africano.  Del tutto sottovalutato, il fenomeno ora pone seri problemi alla navigazione di cui risentono le economie di tutti i paesi che si affacciano sul golfo. L’episodio più recente si è verificato pochi giorni or sono. A essere attaccata e sequestrata dai pirati è stata la MT Norte, una nave battente bandiera di St Kitts e Nevis che trasportava 17.000 tonnellate di petrolio. Un successivo intervento della marina militare nigeriana ha liberato l’imbarcazione. Durante lo scontro 12 dei 16 pirati autori del sequestro sono stati uccisi.

Il 23 dicembre del 2012, tre nostri connazionali erano stati rapiti dai pirati mentre erano a bordo del rimorchiatore Asso 21 della società armatrice Augusta Offshore. Solo a maggio, dopo cinque mesi di prigionia, sono stati liberati. Nel 2012 gli attacchi nel golfo di Guinea sono stati 52 e hanno coinvolto 966 marinai, mentre in acque somale i marinai attaccati sono stati 851. “Non c’è nessun pericolo – rassicurava ancora nel 2010 Bertrand Monnet, ordinario di Gestione dei rischi criminali presso la Ecole des Hautes Etudes Commerciales du Nord, a Lille, intervistato da Le Monde – che la pirateria nel golfo di Guinea assuma le dimensioni di quella della Somalia, dove si è sviluppata un’industria che può funzionare soltanto grazie all’esistenza di numerosi porti”. Due anni dopo si è dovuto constatare che invece si tratta di un pericolo ancora maggiore e di rilevanza ormai internazionale dato che tutto il mondo attinge ai giacimenti di idrocarburi dell’Africa Occidentale e centrale. A giugno i capi di stato e di governo di una decina di paesi africani si sono incontrati a Yaoundé, la capitale del Camerun, per dar vita a un centro antipirateria che conta sulla comunità internazionale per dotarsi degli strumenti necessari a combattere i pirati e a cui darà un contributo decisivo in termini di mezzi e capitali la Nigeria.