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Il piano di pace di Kushner: tanti soldi senza politica

Jared Kushner, senior advisor del presidente americano, Donald Trump, ha svelato la prima fase dell’accordo del secolo. Si tratta del cosiddetto “Peace to Prosperity”: si propone solo una montagna di soldi ai palestinesi e ai vicini arabi in cambio della pace. Ed è subito un coro di "no" da parte dei potenziali beneficiari.

Jared Kushner

Dopo almeno due anni di lavoro e numerosi rinvii, Jared Kushner, senior advisor del presidente americano, Donald Trump, ha finalmente svelato la prima fase dell’accordo del secolo. Si tratta del cosiddetto “Peace to Prosperity” - pace per la prosperità -, un piano economico che, attraverso incentivi e investimenti, mira a stabilizzare l’economia palestinese come primo passo per riaprire le trattative di pace. A questa prima fase ne seguirà poi una seconda, quella politica, che non verrà rivelata prima del prossimo novembre.

Il piano economico – svelato il 25 e il 26 giugno durante la conferenza internazionale di Manama – si fonda sullo sviluppo di tre pilastri della società palestinese - economia, popolo e governo - e prevede lo stanziamento di 50 miliardi di dollari nei Paesi mediorientali per la realizzazione di investimenti e progetti infrastrutturali. L’obiettivo è garantire una certa solidità economica che ponga le basi per il piano di pace vero e proprio, noto anche con il nome di “accordo del secolo”.

Secondo Kushner, “architetto” del progetto, più di metà della somma - di cui un miliardo di dollari soltanto per lo sviluppo del settore turistico - verrà destinata ai territori palestinesi nell’arco di un decennio, mentre la cifra restante verrà divisa tra i vicini Egitto (9 miliardi), Libano (6 miliardi) e Giordania (7,5 miliardi). Il piano prevede anche la creazione di un corridoio di transito da 5 miliardi di dollari all’interno dei territori palestinesi, che, attraversando Israele, unisca la Cisgiordania alla Striscia di Gaza.  

Un’iniezione di denaro che porterà, secondo le stime, alla creazione di un milione di posti di lavoro nei territori palestinesi, dimezzando il tasso attuale di povertà e raddoppiando il PIL complessivo della Palestina. Per i capitali necessari, sarà creato un fondo di investimento globale, al quale contribuiranno i Paesi del Golfo, gli Stati europei e asiatici e investitori privati.

Quello adottato dal senior advisor del presidente americano sembra essere, dunque, un approccio anzitutto economico. A differenza dei piani del passato, che puntavano alla stabilizzazione politica, la nuova proposta si presenta più come una transazione economica che come un accordo di pace: una sorta di Piano Marshall per il Medio Oriente, finanziato questa volta non dagli Stati Uniti, ma dal contributo di diversi Paesi.

Secondo Kushner, se sfruttata nel modo opportuno, si tratterebbe di una vera e propria “occasione del secolo”. Ma il progetto americano ha suscitato l’immediata opposizione dei leader palestinesi, sdegnati da quella che considerano un’offerta in cambio della libertà della Palestina. Il piano economico non sarebbe altro che un tentativo di “acquistare il sogno” di uno Stato palestinese indipendente e di corrompere i palestinesi, per spingerli ad accettare l’occupazione israeliana. L’opinione palestinese sarebbe avvalorata dal vincolo inscindibile posto tra l’accettazione del piano politico proposto dagli americani e l’erogazione degli investimenti economici previsti dal “Peace to Prosperity”. I leader palestinesi temono che le condizioni politiche della pace possano rivelarsi vantaggiose per Israele, considerando lo stretto legame che intercorre tra lo Stato ebraico e l’amministrazione Trump, confermato dal riconoscimento, da parte di Washington, di Gerusalemme come capitale di Israele.

La priorità data all’aspetto economico, a scapito di quello politico, ha suscitato anche l’opposizione di altri Paesi arabi, che hanno definito la proposta di Kushner “una colossale perdita di tempo” e un piano “morto ancor prima di essere presentato”, ritenendo che qualsiasi progetto economico non possa essere discusso senza prima trovare una soluzione politica con Israele.

Il “Peace to Prosperity” presentato da Kushner non si contraddistingue per essere una totale novità; altre volte, infatti, i piani di pace per il Medio Oriente hanno considerato aspetti economici. Tuttavia, come fa notare Aaron David Miller - tra i massimi esperti di Medio Oriente del Woodrow Wilson International Center for Scholars -, relegare l’aspetto politico in secondo piano quando si parla del conflitto israelo-palestinese significa non comprendere la natura della diatriba, che ha le sue radici in profonde ferite identitarie, storiche e politiche. L’approccio pragmatico tipico della mentalità americana potrebbe non essere applicabile al Medio Oriente, in cui sono altri gli aspetti prioritari.

Proprio l’approccio seguito da Kushner potrebbe rivelarsi la causa del fallimento del piano americano. Già in passato gli aspetti politici hanno fatto irruzione su quelli più strettamente economici. Un esempio fra tutti è proprio il corridoio di transito che dovrebbe unire la Striscia di Gaza alla Cisgiordania, per il quale verrebbero stanziati 5 miliardi di dollari, secondo il piano americano. Un accordo a garanzia del transito sicuro dei palestinesi era già stato raggiunto nel 1999 - nel contesto degli accordi di Oslo -, ma era fallito miseramente l’anno successivo, nel settembre del 2000, a causa dello scoppio della seconda Intifada.