• SACRO E PROFANO

Il sentimentalismo, l'eresia della musica liturgica

Quando mi trovo a parlare con persone che hanno a cuore il destino della musica nella liturgia (la questione terminologica - musica sacra, musica liturgica, musica di chiesa etc. - per ora la teniamo da parte) mi rendo conto che molti rilievi vengono fatti verso lo stato miserevole della stessa, ma che pochi poi si concentrano su uno dei punti nodali più forti, e più drammatici dell'intera questione. Questo punto riguarda il modo in cui il sentimentalismo - non il sentimento - ha preso possesso delle nostre cantorie e impazza sulle tastiere dei nostri strumenti musicali senza che ce ne rendiamo pienamente conto. Alcuni cercano di mettere in guardia da questo male, ma non vengono ascoltati o, peggio, vengono anche blanditi come fossero dei poveretti. In realtà la spiegazione è ovvia: il sistema, anche clericale, è talmente intriso di questo vero e proprio male terminale, che reagisce quando qualcuno tenta di ricondurre le cose ai loro veri intendimenti.

Forse ad alcuni può sembrare esagerato che si parli di "eresia", ma io intendo questo termine come "elemento sovversivo" all'interno di quella che dovrebbe essere la funzione della musica nella liturgia. E si badi bene anche che parlo di "sentimentalismo", non di "sentimento". Il sentimento è moto nobile delle nostre facoltà affettive ed una musica senza sentimento non sarebbe musica. Il sentimentalismo è la corruzione del sentimento. Tra sentimento e sentimentalismo c'è la stessa differenza che c'è tra polmone e polmonite, comunità e comunismo (esempi ispirati da Marcello Veneziani). Il sentimentalismo non esalta il sentimento, ma è la sua corruzione interna, cerca di suscitare un moto emozionale fine a se stesso, che rimane chiuso in se stesso e mai raggiunge un dialogo con le facoltà intellettive più alte, si avvita su se stesso e di rado può aprirsi all'infinito (se rimane a se stante).

Il sentimentalismo è passione ma senza risoluzione, impeto senza requie, moto disordinato senza ritorno all'ordine, Dioniso senza Apollo. Nell'inno Veni Creator Spiritus chiediamo "accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus"; tutti i nostri sensi partecipano all'esperienza spirituale, vivificati dalla luce, dal Logos divino. Ma il sentimentalismo salta direttamente all' "amorem cordibus" romanticamente inteso, di fatto minando il "carattere profondamente oggettivo della liturgia", come lo definisce don Martino Neri (Salirò all'altare di Dio: Principi di Sacra Liturgia). Questo ci fa ricordare, sull'onda anche di Benedetto XVI, che non siamo noi a fare la liturgia, ma noi la riceviamo come dono. Ecco, questo fonda l'oggettività della liturgia e si oppone all'enfasi sentimentalistica, che in realtà spinge al più profondo soggettivismo. Se riduciamo tutto al soggettivismo, all'essere di coscienza che scalza l'essere in sé. In fondo è questo il principio che soggiace anche alla morale di situazione, tout se tient, direbbero i francesi. Romano Amerio, in quel libro fondamentale che è il suo Iota Unum, infatti osservava: "La morale di situazione, rifiutando la legge come ordine assiologico dipendente da Dio, e non dall’uomo, è forzata per logica vis a tergo a professare il principio della creatività della coscienza". Insomma, si torna sempre a mettere l'uomo al centro piuttosto che Dio.

Ma l'espressione sentimentalistica, sottospecie di quella sentimentale, non è stata totalmente eliminata dalla Chiesa, che pur capisce che si deve, in modo regolato, lasciar "sfogare" certi moti dell'animo (pur se appartenenti a facoltà conoscitive inferiori) che sono, in gradi diversi, presenti in tutti noi. Ecco l'enfasi secolare che si è dato al canto popolare, quei moti semplici e spontanei dell'animo che, a margine dell'oggettività liturgica, consentivano a questa pietà popolare fortemente soggettiva di manifestarsi senza ledere il principio generale che era, come detto, garantito dall'oggettività del rito. Questo era un bene, in quanto la Chiesa vuole salvare tutto l'uomo e sa che in quei moti c'è anche del buono se non sono lasciati a se stessi e tenuti sullo sfondo del culto ufficiale. Un culto ufficiale che li purifica e li eleva, li innalza e non li lascia a se stessi.  

Dobbiamo sorvolare su alcuni snodi storico musicologici importanti, che ci farebbero intravedere come questa corrente sentimentalistica si è fatta strada in passato anche nella liturgia ufficiale, specie nel secolo passato. Eppure essa non fu mai prevalente come lo è stata a partire dai cambiamenti post conciliari. Si intenda: ci sono e ci sono stati musicisti che anche di recente hanno tentato una via vernacolare all'autentica musica liturgica, anche con risultati eccellenti. Ma purtroppo non sono loro ad aver prevalso nei nostri repertori. Una delle cause di queste difficoltà è dovuta alla confusione oramai quasi irrecuperabile fra il canto popolare e il canto liturgico. Oggi nelle nostre Chiese per la gran parte non si canta musica liturgica ma canti popolari (non significa che il popolo non può anche unirsi alla musica liturgica, quando possibile). Il canto liturgico, il cui modello è il canto gregoriano, rifugge proprio dai sentimentalismi a buon mercato. La profonda scienza musicale profusa nell'autentico canto liturgico si mette a servizio completo dell'esigenza della liturgia in quel particolare momento rituale, al centro non è l'uomo ma l'esigenza del rito. In questo modo, si raggiunge una unione fra le esigenze oggettive della liturgia, la sua oggettività in quanto manifestazione dell'Oltre e non creazione umana, e l'espressione del sentimento in questo caso elevato alla contemplazione delle realtà soprannaturali manifestate nella liturgia e così nobilitato. Quando il sentimentalismo prende piede, il rito è violato, la scienza musicale impoverita, la pertinenza rituale non osservata. I musicisti (ma soprattutto gli orecchianti di talento) sanno come "forzare la mano" verso il sentimentalismo, se vogliono; l'intera industria miliardaria della musica leggera è costruita sull'arte di appellarsi alle facoltà conoscitive inferiori degli individui.

Purtroppo la musica leggera e il suo linguaggio sono entrati senza filtri nelle nostre liturgie e ci sono anche coloro che, pur non usando sfacciatamente i linguaggi tecnici della stessa, o le sonorità derivanti, non sfuggono dall'impiego di quei mezzi espressivi volti alle sollecitazioni più bieche della nostra emozionalità.