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In Vaticano va in scena la morte della bioetica

L'Assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita ruota attorno al concetto di "bioetica globale", intendendo con ciò l'inserimento di temi - povertà, migrazione, salute infantile - che nulla hanno a che fare con la bioetica classica. Un modo per depotenziare una materia divisiva, dove si scontrano diverse concezioni antropologiche. Ma se tutto diventa bioetica, la bioetica è nulla.
- ECOLOGIA INTEGRALE E SVOLTA ANTROPOLOGICA, di Riccardo Cascioli

Lunedì scorso, presso la Sala Stampa della Santa Sede, si è tenuta una Conferenza Stampa per la presentazione della XXIV Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita (Pav), che si svolge in questi giorni sul tema «Bioetica globale». Alla Conferenza Stampa hanno partecipato mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pav, mons. Renzo Pegoraro, Cancelliere della stessa e la dott.ssa Sandra Azab, responsabile del Gruppo di Giovani Ricercatori della Pav. Successivamente alla Conferenza Stampa ha preso la parola il Santo Padre.

Molti sono stati gli spunti di grande interesse toccati dai relatori e altrettanti i concetti assai condivisibili da questi articolati. Ma, come spesso capita, esiste un “però”. Papa Francesco, riferendosi ai lavori dell’Assemblea, parla di “visione globale della bioetica” e poi di “bioetica globale”. Espressioni assai apprezzabili sia se considerate in merito all’oggetto proprio della bioetica – volontà di non escludere nessun argomento bioetico dalle tre giornate di studio della Pav e di trovare interconnessioni tra le varie materie – sia se considerate sotto l’aspetto metodologico – volontà di non escludere nessuna disciplina scientifica che ha una certa sua connessione con le tematiche di bioetica.

Ma poi a leggere le affermazioni di Papa Francesco e degli altri illustri relatori si scopre che accanto a questi due significati ecco che si privilegia una terza accezione di “bioetica globale”: far rientrare nell’oggetto materiale di studio della bioetica tematiche che non riguardano la bioetica, quali il rapporto tra filiazione e fraternità, la socialità, la violenza, la guerra, la povertà, la schiavitù, le ineguaglianze economiche e l’immancabile migrazione dei popoli. Il termine “bioetica” viene inteso in senso letterale dal Pontefice e dunque l’etica della vita riguarda ogni fase dell’esistenza umana, non solo quella iniziale e finale – specifiche della bioetica intesa in senso classico – ma anche quelle intermedie. E così la bioetica dovrà trattare la “vita bambina”, la “vita adolescente”, la “vita adulta”, la “vita invecchiata e consumata” e addirittura  “la vita eterna”. Ovviamente bambini, adulti, etc. possono essere interessati dalle tematiche di bioetica intesa in senso classico, ma accidentalmente, non essenzialmente; non perché ad esempio l’adolescenza sia materia di bioetica (può esserlo della pedagogia), ma perché anche le adolescenti, per ipotesi, possono scegliere di abortire.

Il concetto di bioetica globale è così esplicitato da Pegoraro: “Il Workshop aperto a tutti è dedicato al tema della ‘bioetica globale’ (‘global bioethics’), ossia al confronto e discussione su una riflessione bioetica attenta ai processi di globalizzazione e a tutti i fattori che incidono sulla vita e salute delle persone. È tutto ‘interconnesso’”. Come prova di questa rinnovata natura della disciplina bioetica, martedì l’attenzione della Pav si è concentrata su un tema specifico che fino a ieri era poco pertinente con la bioetica: la salute materna e infantile.

Il lettore attento potrebbe giustamente obiettare: e chi lo dice che la bioetica non possa occuparsi di migranti e schiavitù? In realtà ogni disciplina scientifica viene caratterizzata dal suo oggetto materiale, ossia dal “che cosa” studia. E così abbiamo i minerali per la mineralogia, la composizione della materia per la chimica, gli astri per l’astronomia, il passato per la storia, etc. Ora l’oggetto della bioetica si è andato configurando attraverso la prassi degli studiosi. In altri termini il suo oggetto non è stato deciso a priori in modo convenzionale, tramite un accordo tra tutti gli addetti ai lavori, bensì a posteriori, andando a leggere gli studi su una materia che inizialmente secondo alcuni ricadeva nell’alveo della sola deontologia medica, secondo altri nell’ambito delle scienze filosofiche morali e giuridiche, fino a che si è compreso che a tale materia spettava una sua disciplina di studio autonoma.

Ma qual è tale materia, ossia il suo oggetto così specifico? Facciamo parlare gli esperti. Diamo la parola innanzitutto al cardinal Elio Sgreccia, dato che il Papa proprio nel suo saluto iniziale di lunedì ha usato parole di encomio all’indirizzo del già presidente della Pav. Sgreccia intende la bioetica “come etica che concerne gli interventi sulla vita […] e sulla salute dell’uomo” (Manuale di bioetica, Vita & Pensiero, Milano 2007, vol. I, p. 21). Il padre del neologismo “bioetica” Van Rensselaer Potter sulla copertina del suo libro chiamato proprio “Global Bioetichs”  (Michigan State University Press, 1988) dava questa definizione di bioetica: “biologia combinata con diverse conoscenze umanistiche che strutturano una scienza che stabilisce un sistema di priorità mediche e ambientali per una sopravvivenza sostenibile”.

La bioetica veniva intesa in senso globale sia perché, a differenza di quanto indicato dal Papa e da Pegoraro, l’ambito biologico era interessato da più settori del sapere, sia per le ricadute che simile riflessione avrebbe avuto a livello mondiale. Warren Reich diede invece questa definizione di bioetica: “lo studio sistematico della condotta umana, nell’ambito delle scienza della vita e della salute, esaminata alla luce di valori e principi morali” (Encyclopedia of Bioetichs, Macmillan-Free Press, New York, 1978, p. XIX). Nel 1995 Reich includerà nell’oggetto materiale della bioetica anche le condotte sociali e quelle politiche, ma sempre attinenti alla vita e alla salute delle persone. 

Il Documento di Erice del 1991 allarga la prospettiva fino a ricomprendere in seno alla bioetica  anche gli interventi su altri esseri viventi diversi dall’uomo però sempre in relazione alla vita di quest’ultimo. Adriano Pessina amplia ancor di più il raggio d’azione: “La bioetica si pone come coscienza critica dello sviluppo tecnologico” (Bioetica. L’uomo sperimentale, B. Mondadori, Milano, 1999, p. 22). Quindi l’oggetto materiale è tutto ciò che è tecnologia. La bioetica proposta dalla filosofia analitica (ad esempio si veda Scarpelli) invece è non cognitivista, ossia crede che sia impossibile una posizione veritativa sulle questioni come l’aborto e l’eutanasia e quindi si astiene da ogni giudizio (ma già questo è un giudizio).

Se vogliamo trovare un minimo comun denominatore tra tutte queste definizioni potremmo dire che la bioetica tratta degli interventi umani sulla vita biologica: aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, contraccezione, clonazione, utero in affitto, sperimentazione sugli embrioni, roboetica, etc. Questo è il suo oggetto materiale, non certo l’immigrazione e la povertà. Vero è che il perimento dell’ambito di ricerca di ogni disciplina scientifica non può essere tracciato con il righello (ciò che è accaduto settimana scorsa può essere già oggetto di studio della storia?), però è anche vero che se su alcuni temi c’è il dubbio che siano materie proprie della bioetica su altre il dubbio non c’è. Così oggetto proprio della mineralogia non potrà di certo essere il comportamento dei pinguini.

Inoltre bene l’interconnessione, bene la globalità ma se intesa come mettere in relazione più materie proprie della bioetica oppure come approccio multidisciplinare ma sulle stesse materie specifiche della bioetica. Invece l’oggetto formale della bioetica, ossia la prospettiva di indagine, è primariamente dato dalla filosofia morale, la quale è chiamata a vagliare anche i dati offerti da altre discipline scientifiche: la medicina in primis, poi la giurisprudenza, la sociologia, la politica, etc.

Detto tutto ciò facciamoci una domanda: perché questo nuovo concetto pontificio di “bioetica globale”? Perché far ricomprendere in seno alla bioetica tematiche sì importantissime, ma non pertinenti con la sua identità? Proviamo ad abbozzare qualche risposta. In primis si potrebbe ipotizzare che alcune tematiche quali la povertà e l’immigrazione siano ritenute, erroneamente, più importanti di aborto e eutanasia (ne avevamo già parlato qui). E dunque si chiede anche alla Pontificia Accademia per la Vita di occuparsi di esse, elasticizzando il concetto di “bioetica”.

In secondo luogo aborto, eutanasia e fecondazione artificiale sono fortemente divisive, cioè possono scavare fossati tra credenti e non credenti e questo non va bene dato che la mission attuale della Chiesa è quella di costruire ponti che scavalchino i fossati. Invece di scavare fossati è meglio affossare le tematiche peculiari della bioetica sotto quelle di altra natura ben accette da tutti. Una sorta di occultamento pastorale: copriamo queste nudità cattoliche così scandalose agli occhi del mondo.

Il depotenziamento della bioetica passa quindi attraverso una liquefazione della sua identità, cioè delle sue specifiche peculiarità: se bioetica è tutto, la bioetica è nulla. Non ci troviamo quindi di fronte ad una bioetica globale bensì alla globalizzazione della bioetica che sta a significare la neutralizzazione della sua specificità proprio per disinnescare il suo portato dinamitardo. E’ sulle questioni come aborto ed eutanasia che si evidenzia fortemente la differenza abissale della visione antropologica sposata dal sentito comune e dal pensiero cattolico. Fecondazione artificiale e contraccezione sono una cartina tornasole straordinaria per comprendere il divario esistente tra orientamento laicista e cattolico sulla visione etica della vita, questa sì intesa in senso globale. Sulla povertà invece è più facile cantare tutti le stesse note. Meglio quindi appianare le differenze. E come? Mettendo in soffitta le tematiche peculiari della bioetica e facendo svolgere ai bioeticisti il lavoro proprio dei sociologi, degli psicologi, degli economisti, etc.