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Iran, donne sotto il velo da 35 anni

Trentacinque anni fa, il regime islamico dell'Iran, appena insediatosi al potere impose lo hijab, il velo islamico, a tutte le cittadine. Negli ultimi 10 anni, ben 30mila donne sono state arrestate per non averlo portato. E l'Iran non è un caso unico.

Hijab in Iran

“Chiunque violi esplicitamente un tabù religioso in pubblico, oltre ad essere punito per il gesto specifico, sarà incarcerato da dieci giorni a due mesi oppure sarà flagellato (74 frustate). Nota: le donne che compaiono in luoghi pubblici senza indossare un velo adeguato saranno condannate da dieci giorni a due mesi oppure a versare un’ammenda da 50.000 a 500.000 riyal”. Così recita l’articolo 638 del Codice penale iraniano ratificato nel 1996.

Purtroppo la storia dell’imposizione del velo in Iran inizia nel febbraio 1979, ovvero con la Rivoluzione islamica che porta al potere l’ayatollah Khomeini. Da quel momento il totalitarismo islamico avvia un’operazione d’islamizzazione a tutti i costi della società che trasforma la donna da essere umano a corpo da ricoprire e da umiliare. Il 7 marzo 1979 Khomeini, in un discorso tenuto presso il suo quartier generale, la scuola femminile Refah, afferma: “Le donne non devono comparire nei ministeri nude. Le donne possono entrare solo se indossano il velo. Non troveranno alcun ostacolo sul posto di lavoro nel momento in cui indossano il velo”. A nulla servono le proteste di piazza, contro le parole dell’ayatollah, del giorno successivo, poiché da quel momento pressioni e decisioni informali, costringono le donne a indossare il velo.

In occasione dei 35 anni di imposizione del velo Justice for Iran ha pubblicato un documento in cui vengono riportate significative testimonianze, ma soprattutto vengono forniti dati e numeri che meriterebbero una ben più larga diffusione. Ebbene in Iran negli ultimi dieci anni (2003-2013) sono state arrestate più di trentamila donne a causa del copricapo “inadeguato”. Il 27 giugno 2005 il capo della polizia di Teheran ha dichiarato che tra il 22 aprile e il 25 giugno dello stesso anno sono state arrestate numerose donne. Pur non fornendo il numero preciso, afferma che circa 2500 donne sono state rilasciate dopo avere sottoscritto un documento in cui si sono impegnate a vestirsi in maniera “islamicamente corretta”. Se indossi il velo hai diritto a lavorare, a parlare (nei limiti imposti dalla sharia e dal governo), a essere presa in considerazione. In caso contrario, la donna diventa sedizione, provocazione, un elemento di disturbo della quiete e della morale pubblica.

Ma il velo può essere altresì uno strumento per censurare e bloccare le attività delle attiviste sgradite al regime iraniano. Significativo è quanto narrato dall’attivista Nargess Mohammadi alla quale il 5 settembre 2013 è stato impedito l’ingresso a un evento culturale: “L’evento si teneva alle Sadi Halls. All’ingresso c’era un gruppo di donne in chador nero affiancate da alcuni ufficiali della sicurezza. Mi rivolsi loro per ottenere delle indicazioni. Uno di loro mi indicò l’ingresso, ma al contempo mi impedì di avanzare. Gli chiesi il motivo. Mi rispose che avevo un “problema” al velo. Ero così stupita che scoppiai a ridere. Mi osservai. Un velo verde che non solo copriva i miei capelli, ma anche le mie spalle, una divisa islamica morbida abbastanza lunga da coprirmi sino a metà polpaccio, spesse calze nere”. Nel momento in cui le viene fatto notare che il problema risiede nelle calze, la Mohammadi chiede in base a quale legge le sue calze sarebbero indecenti, ma non ottiene nessuna risposta.

L’esempio appena riportato conferma che l’imposizione del velo è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che vuole la donna controllata, paralizzata in virtù di un codice dell’onore dettato da una società maschile che mira ad annientare la parte femminile. Il velo, l’abbigliamento diventano la scusa per perseguitare, per mettere in atto la peggiore forma di stalking nei confronti delle iraniane.

Azar Nafisi, scrittrice iraniana autrice di “Leggere Lolita a Teheran” in un’intervista rilasciata nel 2004 ha illustrato egregiamente come il velo nel suo paese sia stato in vissuto in modo diverso a seconda delle epoche: “Mia nonna affermò la sua libertà mettendosi il velo contro il regime dello Scià che imponeva di toglierlo, mia madre togliendoselo nel regime di Khomeini che imponeva di metterlo. Io per non accettare il velo ho dovuto lasciare il mio paese.” Ma l’affermazione della scrittrice più importante è la seguente: “Ho imparato crescendo in Iran che ci sono modi diversi di essere musulmani e le persone dovrebbero avere l´opportunità di scegliere quale rapporto stabilire con il loro Dio”. Purtroppo quando l’islam diventa uno strumento per giustificare una cosiddetta teocrazia dove a fare legge sono però gli uomini, intesi come maschi, qualsiasi forma di libertà viene esclusa a priori. La Nafisi non ha dubbi su quanto appena affermato: “il velo è una tradizione e se è una tradizione allora non c´è motivo di disapprovarlo. Ma se si tratta di una tradizione allora perché lo stato ha bisogno di puntare una pistola alla testa delle donne iraniane o di metterle in carcere per farle ubbidire? Anche Mao Zedong in Cina costringeva le donne a portare le "giacchette alla Mao", i capelli corti e il viso senza trucco, simboli di uniformità e sottomissione”.

Quanto appena illustrato non vale solo per l’Iran, ma anche – seppur con sfumature diverse – per l’altro esempio di totalitarismo islamico: l’Arabia Saudita. Il velo è il logo, il simbolo dell’imposizione di un pensiero dominante, di una ideologia che vuole rinchiudere il corpo e la mente. Non è un caso che il velo sia il cavallo di battaglia anche del totalitarismo ideologico islamico dai Fratelli musulmani ai jihadisti.

Ebbene nel 1993 la sociologa algerina, attualmente Ministro della Comunicazione e della Cultura, Khalida Messaoudi scrive che “esistono tre tipi di hijab: quello che permette di nascondere la propria miseria, perché la vita è molto cara e vestirsi lo è ancora di più; quello che si rivela un lasciapassare perché così travestite le donne possono più liberamente muoversi per le strade; quello delle casalinghe già abituate a portare il haiq, ma che ora portano più volentieri il hijab perché ha il vantaggio di lasciare le mani libere. Senza contare che in una società in cui i giovani, e in particolare le ragazze, vivono purtroppo una terribile povertà affettiva e sessuale e dove l’assoggettamento femminile viene organizzato molto precocemente e a tutti i livelli, l’hijab diventa uno strumento di identificazione e di affermazione di sé. Per non parlare infine del hijab politico, di quello cioè che viene coscientemente e liberamente indossato per indicare la propria appartenenza ideologica e che assume un significato di segno di identità e riconoscimento”.

Dal canto suo, nel 2007, Elham Manea, politologa svizzera di origine yemenita, ha sentito la necessità di scrivere un articolo dal titolo “Togliti il velo!”, un vero inno alla libertà di scelta della donna contro l’imposizione arbitraria del velo: “Due nazioni (Arabia Saudita e Iran), in cui il regime politico governa in nome della religione, attraverso la quale cercano di diffondere il loro modello e al tempo stesso affermare la legittimità del loro potere. Entrambe impongono alle donne il velo, affermando che si tratta di un simbolo religioso, a prescindere dalla loro volontà. A prescindere dalla volontà delle donne! Il pensiero dei Fratelli musulmani mira unicamente a raggiungere il potere politico. Tuttavia, poiché usano la religione per giustificare il loro fine, devono anche fornirci un modello “comportamentale islamico” e l’”abbigliamento” risulta esserne una parte centrale. Quindi, torno a ripetere, la questione del velo è del tutto politica. Politica e basta”.

Concludendo se gli hijab descritti dalla sociologa algerina contemplano la libera scelta della donna che può essere tutt’al più influenzata da questioni di ordine economico e sociale, la Manea denuncia il velo-cappio, strumento di potere. Su questa distinzione bisognerebbe avviare un profondo dibattito onde evitare semplificazioni e aberrazioni, come ha fatto Martha Nussbaum definendo le leggi che vietano di indossare “il burqa e il niqab islamici” come leggi che “gravano pesantemente sull’esercizio coscienzioso della libertà religiosa”. D’altronde se la libertà di indossare il velo si trasforma in libertà di imporlo, in nome di una religione che non lo impone, non è più libertà.