• TERRORISMO

Kenji Goto, morte di un cristiano giapponese

Il giornalista giapponese Kenji Goto, decapitato dagli jihadisti dell’Isis due giorni fa, era un coraggioso cristiano. La sua condotta e il suo comportamento di fronte alla morte fanno di lui un eroe moderno del Giappone e lasceranno il segno. Corso al salvataggio dello stravagante avventuriero Haruna Yukawa, Goto ha corso un rischio calcolato, assumendosene tutta la responsabilità.

Decapitazione di Kenji Goto

Il giornalista giapponese Kenji Goto, decapitato dagli jihadisti dell’Isis due giorni fa, era un coraggioso cristiano. La sua condotta e il suo comportamento di fronte alla morte fanno di lui un eroe moderno del Giappone e lasceranno il segno.

La vicenda di Kenji Goto si intreccia con quella dell’altro ostaggio nipponico nelle mani dei terroristi, Haruna Yukawa. Se il giornalista ha perso la vita, è soprattutto per cercare di salvare quest’ultimo. Personaggi così diversi non potevano esistere. Il signor Yukawa, fino a dieci anni fa era un imprenditore. Nel 2005 perse il suo primo pezzo di vita, quando la sua azienda fallì. Tre anni dopo, cercò di suicidarsi tagliandosi i genitali, un gesto che paragonò al suicidio rituale dei Samurai, ma che non gli procurò la morte. Cambiò vita e iniziò a sentirsi donna. Una donna in particolare: Haruna Yukawa (Haruna è un nome femminile che si è dato dopo l’autocastrazione) credeva di essere la reincarnazione di una nobildonna mancese che vestiva abiti maschili e lavorava come spia per l'Impero Giapponese. L’ultimo legame con la realtà, Haruna lo perse due anni fa, con la morte della moglie, la persona che lo aveva salvato per miracolo dalla morte per suicidio. Dopo una breve e infruttuosa frequentazione dell’estrema destra nazionalista, Yukawa, compiuti i 42 anni, prese armi, bagagli e tanta fantasia e partì per la Siria. Non aveva uno scopo preciso, solo quello di dare una “svolta elettrizzante” alla sua esistenza, fare una nuova esperienza in una guerra vera e riciclarsi, magari, come contractor per qualche compagnia giapponese.

E’ a questo punto, in questa surreale vicenda, che entra in scena il solido ed esperto Kenji Goto, giornalista, reporter di guerra dal 1996, cinque anni più anziano del suo connazionale. Più per compassione che per fascino, decide di mettersi sulle sue tracce e ad aprile trova Yukawa ad Aleppo, ostaggio di un gruppo di ribelli siriani. Grazie ai suoi contatti lo libera e rimane il tempo sufficiente per scoprire la nuova vita di questo strano personaggio. L'avventuriero ha infatti familiarizzato con i membri di un gruppo di ribelli siriani, in particolar modo con un volontario straniero di origine coreana-giapponese, sta imparando a combattere, viene accettato "per i suoi modi gentili". Goto offre parte della sua esperienza a Yukawa per dargli i rudimenti della sopravvivenza e dell’orientamento in un territorio di guerra. Nell'estate del 2014, l'avventuriero lavora come assistente del giornalista. I due uomini entrano in territorio iracheno, nelle regioni sconvolte dalla rapida offensiva dell’Isis. in quel caso va ancora tutto bene: Yukawa combatte la “sua guerra”, mandando video e scritti in Giappone, il giornalista Goto torna a casa sano e salvo.

Ma il 14 agosto, i guerriglieri dell’Isis, nel pieno della loro offensiva irachena, sconfiggono l’unità dell’esercito ribelle siriano di cui Yukawa fa parte e prendono il giapponese prigioniero. In Giappone il suo caso sparisce in fretta dai teleschermi. Si tratta di una persona che ha scelto di andare a rischiare e morire per una causa tutta sua, si è preso i suoi rischi e le sue responsabilità. I giapponesi, forti del loro senso di comunità, lo ritengono potenzialmente in grado di compromettere la sicurezza nazionale e preferiscono lasciar perdere un tentativo di salvataggio. Non la pensa così Kenji Goto, che si sente responsabile per la cattura del suo connazionale.

E’ qui che, probabilmente, entra in gioco lo spirito cristiano del giornalista Goto. Abbracciato il cristianesimo nel 1997, un anno dopo il suo primo reportage di guerra, diceva della sua conversione: “Ho visto luoghi orribili, ho rischiato la mia vita, ma io so che in ogni caso Dio mi salverà”. Lo aveva dichiarato in maggio, poco dopo il suo primo incontro con Yukawa. Nella stessa intervista precisava, comunque, che non avrebbe mai voluto correre rischi immotivati, citando la Bibbia: “Non tenterai il Signore Dio Tuo”. I numerosi critici del suo gesto, in Giappone, gli rimproverano proprio di aver tentato Dio, o comunque di essersi assunto un rischio non necessario. Ad ottobre, Kenji spiegava, in un video, il suo disperato tentativo di salvataggio di Yukawa. Pregava, prima di tutto, di non attribuire al popolo siriano ogni colpa per il rapimento e per l’eventuale omicidio di cittadini giapponesi. Goto ammetteva che la sua impresa fosse “abbastanza pericolosa” e si assumeva tutta la responsabilità personale per ciò che sarebbe potuto accadere, a lui e al suo strano amico. Vista la sua esperienza sul campo e i suoi numerosi contatti, il giornalista Goto pensava ancora di poter tornare vivo, nonostante i rischi. Un video dell’Isis, di lì a non molto, lo avrebbe invece mostrato in cattività, assieme all’altro cittadino giapponese.

La trattativa fra i terroristi e il governo giapponese si è subito caratterizzata per l’incomunicabilità. Il gruppo terrorista ha chiesto a Tokyo un riscatto impossibile: 200 milioni di dollari, l’equivalente degli aiuti militari forniti all’Iraq nell’ambito della coalizione anti-Isis. Il governo nipponico non ha mai inteso pagare questo riscatto, né negoziarne uno inferiore. Questo per rispettare il principio di evitare trattative con i terroristi, ma anche perché il Giappone non ha contatti in loco, come ha ammesso un funzionario governativo al Japan Time. La trattativa è stata dunque condotta interamente dal governo della Giordania, perché gli jihadisti, assieme ai due giapponesi detenevano anche un pilota giordano, il tenente Moaz al-Kasasbeh e chiedevano in cambio la liberazione della terrorista Sajida al-Rishawi, unica sopravvissuta del commando suicida che aveva condotto l’attentato di Amman nel 2005.

E’ così che si è consumata la tragedia sotto gli occhi del pubblico giapponese. A 72 ore dal primo ultimatum, Haruna Yukawa è stato decapitato. Il video non è stato diffuso: solo un’immagine di Goto con in mano la foto del suo defunto compagno di prigionia. Il governo Abe e i comuni cittadini giapponesi si sono resi conto solo in quel momento di aver perso un connazionale, un uomo strano, che aveva cercato la morte in Siria, ma comunque una vittima del terrorismo. Il padre di Haruna, che ha rifiutato di farsi riprendere il volto dalle telecamere, voltando le spalle al pubblico televisivo ha espresso la sua speranza che il figlio fosse ancora vivo e ha porto le sue scuse al Giappone per la difficile situazione da lui creata. Soprattutto dopo quella prima decapitazione l’opinione pubblica si è mobilitata per la liberazione di Goto: campagne stampa, solidarietà dei colleghi giornalisti, veglie di preghiera organizzate dai cristiani giapponesi, assieme alla piccolissima comunità musulmana e ai buddisti. 

“Molti erano critici per la sua (di Kenji Goto, ndr) azione – spiegava al Christianity Today Atsuyoshi Fujiwara, professore di teologia dall’Università Saigakuin – alcuni restano tuttora scettici. In ogni caso, i mass media sono ancora dalla parte di Kenji e anche l’opinione pubblica nel suo complesso. Dicono che il suo viaggio sia comunque parte del suo lavoro. E Kenji è un bravo giornalista che si è assunto il rischio di andare a salvare Yukawa”. Per quanto riguarda la fede cristiana del giornalista, il professore commenta: “Kenji è cristiano. La popolazione cristiana in Giappone è inferiore all’1% del totale. Non solo la sua chiesa, la United Christian Church of Japan, ma anche tutte le altre chiese del Giappone pregano per lui. Noi pensiamo che Kenji stia facendo un lavoro importante per la pace”.

Kenji Goto è stato decapitato. Il video dell’Isis è stato diffuso in tutto il mondo sabato sera. Fino a due giorni prima c’era la speranza che il governo giordano potesse sbloccare la trattativa, liberando Sajida al-Rishawi. Ma si è impuntato, pretendendo anche la liberazione del suo pilota. Dimostrando ancora una volta di essere preciso e inflessibile nella sua crudeltà, il movimento jihadista ha portato a termine quel che ha annunciato, senza attendere un solo giorno in più. Hanno ucciso un coraggioso cristiano giapponese, un esempio di raro altruismo, un giornalista esperto. In Giappone lo shock è stato terribile. In Italia, alle prese proprio in questi mesi con storie di rapimenti e riscatti in Siria, questa vicenda dovrebbe far riflettere su molti suoi aspetti.