• IL CASO ANGELELLI

La beatificazione ideologica del vescovo "montonero"

La Chiesa beatificherà il vescovo Angelelli, morto nel 1976 in Argentina. "Ucciso dalla dittatura perché stava con gli oppressi", è la motivazione; "No, fu un vescovo settario, vicino ai terroristi e vittima di un incidente stradale, l'omicidio non ha prove". Il principale quotidiano argentino scende in campo contro la beatificazione voluta da Papa Francesco e apre il caso: un'elevazione agli altari che divide e dove è contestato l'odium fidei che sta alla base del martirio.

Angelelli celebra messa per i Montoneros

La cerimonia di beatificazione è prevista per il prossimo autunno, ma sulla figura del vescovo argentino Enrique Angelelli sono tornate ad affacciarsi nuvole scure che non consentiranno certo una accettazione in tempi brevi di una beatificazione per martirio in odium fidei voluta fortemente, si dice, proprio da Papa Francesco. Un vescovo vicino agli oppressi scomodo, fatto sparire dalla dittatura militare in un incidente stradale. Questo è l’epitaffio con il quale Angelelli è ormai riconosciuto e queste sono in sintesi le motivazioni che la Santa Sede ha addotto nel dare il via libera alla sua beatificazione nel giugno scorso.

Ma a contrastare questa lettura arriva ora un durissimo editoriale del principale quotidiano argentino, La Nacion, che ha riaperto una ferita mai del tutto rimarginata: nessun assassinio e soprattutto nessuna virtù tale da giustificare una sua beatificazione. L’editoriale, comparso il 30 luglio sul giornale, senza firma, quindi ascrivibile in toto alla linea editoriale del quotidiano, già dal titolo è perentorio: Una beatificazione di stampo politico-ideologico.

L’articolo infatti, ricostruisce la vicenda del presunto assassinio partendo dai numerosi riscontri secondo i quali in realtà era chiaro fin da subito che si era trattato di un incidente stradale. Angelelli, vescovo di La Rioja morì il 4 agosto 1976 viaggiando sulla strada nazionale 38. La Fiat 125 a bordo della quale viaggiava con il collaboratore Padre Arturo Pinto, che si salvò, ma ebbe sempre dei vuoti di memoria, venne trovata ribaltata a lato della strada. Le autorità, dopo le indagini e l’autopsia, archiviarono il caso come incidente stradale e la storia sembrò finire per sempre.

Qualche anno più tardi, un frate guerrigliero, Antonio Puigjané, che poi nell’89 venne arrestato per aver partecipato all’assalto de La Tablada, contro il governo Alfonsin (ci furono 38 morti) presentò una denuncia nella quale accusava il regime di aver provocato la morte di Angelelli. Denuncia che il successore di Angelelli, Bernardo Witte qualificò come impossibile da sostenere. Sul caso intervenne anche la corte federale di Cordoba che nel 1990 ribadì come le prove di un assassinio fossero inesistenti.

Ma la vicenda si riapre nel 2014: il tribunale penale di la Rioja arriva alla conclusione che si sia trattato di un omicidio. La decisione è sempre stata contestata data la mancanza di prove e i racconti contrari dei testimoni, ma una volta concluso l’iter giudiziario, vennero accusati e condannati all'ergastolo due ex militari di stanza all’epoca in quella provincia argentina. Uno di questi, il comandante Luis Fernando Estrella si è sempre dichiarato innocente ed estraneo a quel fatto. Colpevole soltanto di aver indossato la divisa per tutta la sua vita. Estrella, che è sempre stato difeso anche dalla famiglia, non ha mai smesso di confidare in Dio per raggiungere veramente la verità e non ha mai esitato a definirsi "incarcerato ingiustamente e diffamato dagli uomini, privato dei suoi ultimi giorni di vita".

La Nacion ha così ribadito che Estrella è stato condannato per un crimine mai provato né documentato.

Il caso Angelelli scotta dunque, perché su di esso si è arrivati ad una verità processuale che spacca ancora oggi in due l’Argentina. Ma anche per un altro motivo: il quotidiano di Buenos Aires infatti affronta anche la seconda problematica di questa beatificazione: “Anche se ipoteticamente si trattasse di un omicidio, Angelelli non sarebbe certo un martire della fede”. Parole pesanti, che vengono giustificate così: “Il vescovo Riojano aveva una militanza provata e stretta con l’organizzazione terrorista dei Montoneros, un raggruppamento argentino nato in ambito peronista di sinistra, che ha mischiato oltre alla lotta armata anche rivendicazioni di stampo guevarista e, non a caso, è nato nell’alveo del cattolicesimo sudamericano della teologia della liberazione come ha ricordato anche recentemente il vescovo Hector Aguer.

Ebbene. Di Angelelli circola una foto che in Argentina è ormai conosciutissima: lo ritrae mentre celebra messa con alle spalle un manifesto dei Montoneros. Per capire la portata dello “scandalo” che una parte dell’opinione pubblica argentina non può digerire, bisognerebbe immaginarsi in Italia un cappellano delle Brigate Rosse, che va nei covi a celebrare messa, e che dopo molti anni viene beatificato in odium fidei proprio per questo suo impegno mentre però la natura dell’omicidio non è mai stata provata veramente. Ma c’è di più: Angelelli viene accusato di aver infarcito le sue omelie di provocazioni a favore della sovversione e della necessità di armare i giovani contro il potere costituito anche prima della dittatura. Viste le gesta anche stragiste di molti Montoneros sembra proprio che qualcuno lo abbia ascoltato.

“Con una beatificazione o canonizzazione, la Chiesa proclama l'esemplarità cristiana della vita di una persona e autorizza la sua veneraizione – conclude l’editoriale -. Non propone mai un modello violento e settario. Per questo motivo, non condividiamo le parole dell’attuale vescovo di La Rioja e vice presidente dell'Episcopato, Marcelo Colombo, che alla notizia della beatificazione, ha detto: "E’ un riconoscimento per un coraggioso testimone del Regno di Dio". È ben noto quanto siano rigorosi i processi di beatificazione, quanto precise siano le presentazioni delle testimonianze per approvare un beato. Questo rigore non è stato applicato a questo caso”.

L’editoriale è stato subito stigmatizzato dal vescovo La Rioja, Mons. Marcelo Colombo, che aveva ricevuto personalmente nel giugno scorso da Papa Francesco la notizia della beatificazione e che in questi giorni ha il compito di organizzare la messa di beatificazione alla quale, sembra, potrebbe prendere parte il sostituto alla Segreteria di Stato monsignor Becciu. “Con questo articolo è stata infangata la vita, la morte e il processo di canonizzazione di un santo”, ha detto Colombo. Sarà, ma anche Colombo non ha portato a sostegno della sua difesa elementi tali per confermare tanto l’assassinio quanto le sue virtù cristiane, a parte la vicinanza ai più oppressi.

In ogni caso siamo di fronte ad una beatificazione molto osteggiata, segno che la stagione della dittatura in Argentina è ancora molto dibattuta e che, soprattutto, c’è una parte di Paese, e quindi anche di cattolici, che non si riconosce in quelli che oggi vengono additati come modelli.