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La Cina ha "legalizzato" i suoi campi di rieducazione

La Repubblica Popolare Cinese ha sempre respinto l’accusa di gestire una rete di campi di concentramento nella regione autonoma dello Xinjiang, nell’Ovest del Paese. Il 10 ottobre ha invece implicitamente ammesso la loro esistenza, rendendoli addirittura legali con legge “retroattiva”. Un milione di internati vive l'inferno della "rieducazione"

Xinjiang, sorveglianza continua

La Repubblica Popolare Cinese ha sempre respinto l’accusa di gestire una rete di campi di concentramento nella regione autonoma dello Xinjiang, nell’Ovest del Paese. Il 10 ottobre ha invece implicitamente ammesso la loro esistenza, rendendoli addirittura legali con una legge “retroattiva”. In modo da convalidare definitivamente l'internamento di circa 1 milione di cittadini.

I campi di concentramento dello Xinjiang, secondo i calcoli di un rapporto dell’Onu, sono internati fino a 1 milione di cittadini, uomini e donne di tutte le età, in gran parte appartenenti alla minoranza degli uiguri, quasi tutti musulmani. La dicitura ufficiale per questi campi è “centri di avviamento al lavoro”, nel quale verrebbero condotti “piccoli criminali” al fine del loro reinserimento e “deradicalizzazione”. Le leggi precedenti non accennavano neppure all’esistenza di questi “centri di avviamento al lavoro”. Testimonianze di prima mano di chi è stato in quei campi e rari reportage giornalistici mostrano una realtà completamente diversa. I “centri di avviamento al lavoro” sono circondati da alti muri e filo spinato. Di lì non si può né entrare né uscire, anche le vie di accesso sono sorvegliate. Nei corsi di “deradicalizzazione” si insegna una sola cosa: la fedeltà al Partito Comunista e ai suoi valori, quindi l’ateismo di Stato soprattutto. I musulmani sono obbligati a mangiare e bere cibi proibiti. I cristiani costretti a vedere video anti-cristiani e a bestemmiare. Aguzzini e formatori devono verificare che i prigionieri facciano autocritica e siano diventati dei cinesi comunisti leali. Anche la lingua è un problema: gli uiguri devono dimenticare la loro e imparare il cinese mandarino. Spesso anche le visite dei parenti sono condizionate dalla conoscenza linguistica: o il detenuto e i loro parenti sanno parlarsi fra loro in perfetto mandarino (così da poter essere controllati) o la visita dei parenti, foriera di forti nostalgie e ricordi, non viene mai autorizzata perché i capi dei campi la ritengono di ostacolo al percorso di “rieducazione”.

Stando alle testimonianze di chi è stato arrestato e rilasciato, le condizioni di vita nei campi di rieducazione sono durissime: disciplina militare, sorveglianza continua, rare ore d’aria, persino per andare in bagno il permesso viene dato solo per alcuni minuti e con l’accompagnamento di una guardia. La prima infrazione o il fallimento di un test di verifica del proprio percorso di rieducazione costano l’isolamento in celle di rigore. Direttori particolarmente zelanti e sadici appendono i prigionieri per le mani ammanettate per tutto il periodo di isolamento. Le condizioni igieniche e la tortura mentale costano spesso la vita. E non stiamo parlando di una “Guantanamo cinese”. Gli internati non sono sospetti terroristi, sono persone comuni accusate, magari, di aver studiato il Corano, di aver fatto crescere troppo la barba (segno di radicalizzazione), di aver compiuto un pellegrinaggio alla Mecca anche decenni fa, o sospetti anche più piccoli, basati su una battuta di troppo su un social network, sulla conoscenza di lingue straniere sospette (come l’arabo), o la mera parentela con persone ritenute socialmente pericolose. I cristiani che rischiano di più sono quelli appartenenti a chiese non riconosciute dal regime, specialmente le piccole confessioni protestanti, bollate come “insegnamenti eterodossi” e puniti dal Codice penale.

Non che gli uiguri “liberi” vivano molto meglio: dal 2014 almeno tutta la regione è sorvegliata speciale. Le telecamere con riconoscimento facciale sono state installate ovunque. Per aumentare ulteriormente il controllo, Pechino ha lanciato una campagna di “residenza” dei funzionari del Partito Comunista nelle famiglie uigure: gli indesiderati ospiti devono sapere tutto delle abitudine e delle idee delle famiglie obbligate ad accoglierli tutti i giorni. E a loro volta sono spiati dalle autorità centrali. Le spie sono cooptate anche fra i vicini di casa. La preghiera, la celebrazione delle festività musulmane, il rispetto dei digiuni di precetto possono comportare l’immediata deportazione nei campi di rieducazione. La cerimonia dell’alzabandiera, che si tiene tutte le settimane, è un’altra occasione di spionaggio: tutti gli uiguri sono obbligati a presenziare e a registrarsi. Chi si assenta riceve la spiacevole visita delle “squadre del lavoro” o della polizia, per subire un interrogatorio approfondito sulle cause della loro assenza. In tutto il territorio dello Xinjiang, le moschee vengono sistematicamente rase al suolo, oppure i loro simboli religiosi sono rimossi e sostituiti con la bandiera rossa.

La deportazione di circa un milione di persone nei campi ha creato un problema sociale immenso: figli rimasti senza genitori, genitori anziani rimasti senza figli che li aiutino, famiglie rimaste senza alcun lavoratore che porti uno stipendio in casa. Per i bambini orfani delle famiglie di deportati, il regime cinese sta costruendo appositi “asili”: altro non sono che campi di concentramento per minorenni, anch’essi completamente chiusi al mondo esterno, all’interno dei quali si pratica la rieducazione al comunismo, sia civile che militare, con metodi molto duri e una sorveglianza continua.

Qualcuno scappa da questo inferno, ma fuggire all’estero è sempre molto difficile. Questo fine settimana, sfidando diplomaticamente la Cina, la Malesia ha permesso a 11 uiguri, evasi dai campi di rieducazione, di rifugiarsi in Turchia. Erano giunti in Malesia lo scorso febbraio dove erano stati tutti arrestati per immigrazione clandestina. Ne è nato un lungo braccio di ferro con Pechino che chiedeva la loro estradizione. La vicenda si è conclusa con il loro trasferimento in Turchia, anche per merito di alcune delegazioni occidentali che hanno convinto il governo malese a resistere.

Sono soprattutto i musulmani le vittima di questa ondata repressiva, ma non sono i soli, che il regime cinese chiama “sinicizzazione”, cioè adattamento delle religioni alla cultura (comunista) cinese. Anche i cristiani continuano ad essere a rischio. E persino dopo l’accordo fra Cina e Vaticano, nemmeno i cristiani cattolici sono al sicuro. Dal 22 settembre, data della firma, ad oggi, queste sono le notizie raccolte dall’agenzia missionaria Asia News: “Distrutta croce e muro di cinta della chiesa di Lingkun. Nell’Henan divelta una croce a Zhumadian. Per le autorità essa era ‘troppo visibile’. Rieducazione dei sacerdoti nell’Hubei per riaffermare ‘indipendenza’ della Chiesa dal Vaticano e sottomissione al Partito”.