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La Francia fa i conti con i jihadisti di ritorno

Alla fine di maggio erano 277 i jihadisti "restituiti" alla Francia, soprattutto dalla Turchia, e almeno altri 600 ancora premono per tornare. Servizi in allarme per la pericolosità di questi "revenants", che vanno ad unirsi alle altre centinaia di jihadisti che sono controllati sul suolo francese.

Polizia francese in un quartiere islamico

I ritorni oltralpe stanno subendo un'accelerazione brusca, recentemente, per via di tutti quei combattenti che in Siria e in Iraq si sono uniti ai gruppi islamici, e le pressioni per riprenderseli sono ormai insopportabili.
Mentre scriviamo, il paese di Macron è alla prese con la Turchia che ha deciso di lavarsi le mani e rispedire al mittente un jihadista francese, le sue due mogli e i loro nove figli in Francia rifiutandosi di ospitarli ancora nei campi profughi. 

Lunedì l'ultima ondata di rimpatri da accampamenti affollati nel nord-est della Siria ha coinvolto un gruppo di dodici ragazzini, "isolati e particolarmente vulnerabili", ha detto il ministero francese. Si tratta di uno degli ultimi trasferimenti che costituiscono un ulteriore piccolo passo in avanti nel tentativo di risolvere il problema posto dall'enorme numero di jihadisti stranieri e delle loro famiglie fermi nei campi siriani. E che vorrebbero e vogliono tornare nel Paese che prima chiamavano casa. 

La Francia aveva già rimpatriato cinque orfani dalla Siria a metà marzo, così come una bambina di tre anni, la cui madre era stata condannata all'ergastolo in Iraq. Ma finora ha rifiutato di lasciare che le madri, alcune delle quali accusate di agire come propagandiste dell'Isis, si ricongiungessero con i figli.
Alla fine di maggio, il numero dei jihadisti che sono stati restituiti alla Francia era di 277, secondo le cifre ufficiali. E sono tanti quelli riconsegnati a Macron solo dalla Turchia. 
Le autorità francesi hanno dichiarato, inoltre, che ci sono oltre 600 uomini e donne nella Siria, che cercano di ritornare in Francia ora che, giurano, hanno voltato le spalle allo Stato islamico. Stime approssimative e in costante evoluzione.

Già a febbraio i servizi statali francesi contavano fino a 300 uomini, 300 donne e altri 500 bambini, tutti di cittadinanza francese, inseriti in liste d'attesa per i rimpatriati da ex territori controllati dallo Stato islamico.
"Nessuno aveva potuto immaginare che un giorno sarebbe stato necessario rimpatriare tutto questo piccolo mondo", ha detto un alto funzionario, aggiungendo: "Di conseguenza, siamo costretti a implorare ritardi per organizzarci. L'opinione pubblica non è pronta, né i servizi centrali né le comunità".

Erano gli stessi giorni in cui il presidente Usa invitava gli europei ad accogliere e processare i miliziani jihadisti europei prigionieri delle truppe americane e delle forze curde. Un problema che a inizio anno aveva investito proprio Gran Bretagna, Francia e Germania in particolar modo. La cifra indicata allora da Donald Trump era di oltre 800 foreign fighters
Per la Gran Bretagna già nel 2017 il ministro della difesa Gavin Williamson senza mezzi termini disse che "i combattenti dell'Isis di nazionalità inglese vanno individuati ed uccisi: non deve essere consentito loro di tornare in Patria. Dovremmo fare il possibile per distruggere ed eliminare quella minaccia. Dobbiamo far sì che non esista per loro alcun porto sicuro". E a inizio anno revocava irrimediabilmente la cittadinanza alla celebre sposa jihadista Shamima Begun, diventata poi un caso nazionale. In Francia le autorità hanno reagito in maniera meno rigida e adesso sono costrette ad una gestione più caotica e frettolosa. 
Le centinaia di jihadisti di ritorno in Francia vanno ad aggiungersi alle centinaia di islamisti, già individuati come minacce terroristiche, che verranno liberati dalle carceri entro la fine dell'anno.

Ma non si tratta di una strana coincidenza, se proprio i francesi si trovano ora alle strette. Era il 2015 quando un rapporto del senato francese - poi aggiornato nel 2018 - rivelava che il 47% di tutti i jihadisti partiti dall'Europa e individuati in quello che era territorio del sedicente Stato islamico erano cittadini francesi. E c'è stato un momento in cui le reti d'intelligence hanno tenuto sotto controllo  fino a 3mila persone. 

Francia che, peraltro, è reduce da poco dal caso di suoi quattro cittadini - che fanno parte di un gruppo di dodici sospetti terroristi francesi ora nelle mani irachene - condannati a morte a fine maggio da un tribunale. Il processo ha decretato l'impiccagione per Mustapha Merzoughi, Kevin Gonot, Leonard Lopez e Salim Machou. "Le prove e la confessione mostrano che si sono uniti al gruppo dello Stato Islamico e che hanno lavorato nel suo ramo militare", ha riferito il giudice durante la condanna di Merzoughi, uno dei quattro. Negli ultimi mesi l’Iraq ha arrestato migliaia di sospetti jihadisti, compresi numerosi stranieri, catturati nella vicina Siria dalle Syrian Democratic Forces (SDF). Le SDF che, supportate dagli Stati Uniti, hanno recentemente concluso la loro battaglia contro l’ISIS con la presa di Baghouz, ultima roccaforte dei terroristi in Siria. Tuttavia, il Paese deve ora gestire i prigionieri e i loro processi. 

Nel 2017 i francesi avevano ben 700 cittadini impegnati nei combattimenti in Siria e Iraq, e che ora vogliono tornare. Cifra che non indica il totale dei miliziani partiti a sostegno del Califfato, ma solo di quanti cercano da allora di essere ammessi di nuovo entro i confini francesi. I "revenants", li chiamano i francesi. Che non sono solo ex combattenti in cerca di una casa. Ma secondo un report della Radicalisation Awareness Network (Ran), la rete europea anti radicalizzazione, esiste una generazione che ha iniziato a tornare ben prima del collasso dell’Isis. Una generazione "più agguerrita e più impegnata ideologicamente. Per tornare è dovuta scappare dalla sorveglianza dello Stato islamico e ha spesso motivazioni violente: nuocere ai cittadini europei. I nuovi rientrati sono più difficili da gestire anche perché addestrati a rispondere alle domande formali e informali dei servizi specializzati".

Delicato resta per giunta anche il problema di bambini e adolescenti - anch'essi rimpatriati o in attesa - e che possono rappresentare una minaccia a lungo termine o contribuire alla diffusione dell’ideologia jihadista in Europa. D'altronde erano proprio gli adolescenti un elemento chiave della filiera jihadista del Buttes-Chaumont, la cellula che fino al 2005 reclutava i giovani del XIX arrondissement di Parigi per inviarli in Medio Oriente, famosa per aver addestrato anche i fratelli Kouachi, responsabili della strage di Charlie Hebdo. Nelle reti di Al Qaida era un quattordicenne uno dei traghettatori di reclute parigine per raggiungere l'Iraq. E in questi giorni, come riportato, sono diversi i minorenni, o poco più grandi, che stanno ritornando in Europa.