• IL DIBATTITO

La liturgia non è scontro, non imporre il Messale nuovo

Ci si domanda se sia necessario apportare ulteriori cambiamenti ai testi del Messale romano nella prossima edizione italiana. Ma su Gloria e Padre nostro si attuano due pesi e due misure. Eppure c'è un precedente argentino che suggerisce di non recepire per forza le nuove disposizioni. Lo ricevette proprio l'allora cardinal Bergoglio. E' deleteria questa smania di cambiamento continuo, che appare sempre più essere un omaggio all’ideologia del provvisorio. 

All’affievolimento della capacità di comprensione della natura immutabile della sacra liturgia (cfr. Sacrosanctum Concilium, cap. 1) hanno contribuito non solo l’ignoranza diffusa di essa nel clero e, di conseguenza, nei fedeli; ma vi ha contributo ancor più la sperimentazione, spasmodica e continua, delle c.d. emozioni-shock, come le definisce Michel Lacroix (Il culto dell’emozione, ed. Vita e pensiero, Milano, 2002), cioè le emozioni particolarmente intense e potenti (vedi per esempio la liturgia dei gruppi carismatici), che, a lungo andare, anestetizzano la nostra capacità di partecipare in maniera oggettiva, esaltando il soggettivismo e le emozioni dell’individuo.

Per partecipare, e potremmo dire per comprendere ancor prima, in effetti, la Sacra Liturgia – dove l’attributo “sacra” indica la presenza divina – è necessario aver chiaro che il culto reso a Dio mette a tacere l’ego, al fine di raggiungere la Verità in esso racchiusa. Gli orientali tale aspetto lo comprendono assai bene. Per questo sono stati attenti a non cadere nella tentazione di cambiare continuamente i libri liturgici. Si ricordi in proposito lo scisma (raskol), scaturito in Russia a metà del ‘600. La riforma dei libri liturgici introdotta dal patriarca di Mosca, Nikon, il quale voleva ristabilire l’uniformità tra le pratiche liturgiche della chiesa greco-ortodossa e di quella russa, portò alla divisione della chiesa russa in chiesa ortodossa ufficiale e movimento dei Vecchi Credenti. In quella occasione, le innovazioni incontrarono una forte resistenza sia tra il popolo sia tra il clero, che discusse a lungo sulla legittimità e correttezza di tali riforme, che non rispecchiavano le tradizioni dell’ortodossia nelle terre russe. Per imporre poi queste riforme, appoggiate dallo zar Alessio della stirpe dei Romanov, ci furono persecuzioni e soprusi. Famoso rimase il rogo del vescovo Pavel di Kolomna, nel 1656, fermo oppositore di questa riforma.

Guardando a noi, ci si domanda se sia necessario apportare ulteriori cambiamenti ai testi del Messale romano nella prossima edizione italiana. Da quello che si sa, è stata adottata la politica dei “due pesi due misure”: cambiamento della prima frase del Gloria, per essere fedeli al testo lucano, e non cambiamento del celebre pro multis (che si dovrebbe rendere “per molti”) della formula consacratoria, che, invece, rimarrà “per tutti” in omaggio all’ideologia inclusivista; per non parlare dell’annunciata variazione della petizione del Pater noster “non ci indurre in tentazione”, dove, appunto, non si rimarrà fedeli al testo originale greco e latino.

Ci si domanda, inoltre, in un momento così basso di affluenza dei fedeli alla santa Messa e di frequenza ai sacramenti, se fosse proprio necessario apportare variazioni simili, invece di promuovere semmai – come sarebbe stato auspicabile – una diffusa missione popolare vista l’ignoranza catechistica e l’immoralità diffuse. Non sarebbe il caso di investire qui gli sforzi apostolici, o pastorali che dir si voglia, nonché economici?

Constatando l’abuso diffuso tra i sacerdoti di cambiare a proprio piacimento i testi liturgici, non ci si dovrà meravigliare se taluni volessero rimanere fedeli all’edizione attuale del messale in lingua italiana, invocando una sorta di obiezione di coscienza. Chi potrebbe a questo punto parlare di abuso?

Ricordiamo l’esperienza in Argentina, ove ciò è già avvenuto. La nuova traduzione del messale in lingua castigliana (III Editio Typica) fu introdotta nel 2009-2010 (decreto del 13-15 agosto 2009) (cfr. M. Caponnetto, La traducción de los textos litúrgicos: una experiencia personal, in Adelante de la Fe, 17.10.2018). Essa era stata affidata dalla Conferenza episcopale argentina, all’epoca presieduta dall’allora card. George Mario Bergoglio, ad una commissione il cui esponente più noto era il discusso Christian Gramlich, ridotto poi allo stato laicale.

Per quanto si sa, la Congregazione per il Culto divino scrisse all’allora arcivescovo di Buenos Aires, in qualità di presidente della Conferenza episcopale di quella nazione, di non imporre la nuova traduzione, ma di lasciare a chi ritenesse l’uso della precedente.

Un ultimo aspetto non va trascurato: caratteristica fondamentale della liturgia è, infatti, la sua memorabilità. Tale indole dei libri liturgici ha favorito, nei secoli, la memorizzazione, da parte dei fedeli, delle preghiere ivi contenute, consentendo agli stessi di trasmetterle e tramandarle per generazioni, pure in frangenti e contesti di oppressione durante i quali i persecutori procedevano spesso alla requisizione e distruzione dei libri liturgici (si pensi al primo editto di persecuzione di Diocleziano del 303 d.C.). Se molte antiche preghiere ci sono state perpetuate, lo dobbiamo proprio a questo fondamentale carattere dei testi della liturgia.

Per cui, è deleteria e deplorevole questa smania di cambiamento continuo, che appare sempre più essere un omaggio all’ideologia del provvisorio, della continua evoluzione, dell’usa e getta, ma anche, non lo si esclude, un modo per giustificare la ragion d’essere della creazione di commissioni.

La liturgia, quindi, non diventi e non sia un terreno di scontro ideologico, al fine di imporre ai fedeli i propri punti di vista ed i convincimenti dominanti in un certo momento storico!

Ci sentiamo di rivolgere ai vescovi, quindi, l’invito a considerare tutto questo al fine di non causare ulteriori tensioni e divisioni tra i fedeli.