• PROFUMO DI SANTITA'

La monaca che spezza il buio moderno con la luce di Cristo

Nata al Cielo a soli 36 anni il 24 agosto del 2009, suor Kinga della Trasfigurazione è una potente luce nell'oscurità. Ai giovani di oggi la carmelitana annuncia che solo in Dio si può godere pienamente e, contro ogni modernismo, mostra loro tutta la meraviglia della vita consacrata. Mentre ai cristiani di ogni tempo, ricorda che amare significa offrire la vita in sacrificio, poichè è solo nel Crocifisso che si realizza la Salvezza ed è attraverso la Croce che si giunge alla Vita Eterna.

Kinga 1

Non è semplice raccontare di un’anima. Specialmente se Dio ha depositato in lei i Suoi segreti, compiendo generosamente le Sue meraviglie. Ancor più se quest’anima appartiene ad una carmelitana scalza, morta in odore di santità a soli 36 anni.

Forse occorrerebbe partire proprio da qui: dalla malattia che ha permesso a questa giovane monaca di conformarsi in tutto e per tutto al Suo Sposo Crocifisso, offrendo la sua stessa vita come sacrificio a Lui gradito. Ma qualcosa suggerisce che non è da questo che si deve iniziare: la vita di Kinga della Trasfigurazione, al secolo Judit Buki, va contemplata sin dal principio, cioè nel cuore di Dio, ove questa storia d’Amore è pensata sin dall’eternità.

Qualsiasi sia l’umanità che a lei si accosti, Kinga certamente la potrà confortare, rinvigorire e arricchire di doni. Ma due, in particolare, sono le luci che questa giovanissima carmelitana irradia e che, candidamente, hanno il potere di bucare le tenebre del mondo odierno.

GIOVANI, VENITE AL CARMELO!

Si può essere giovani di oggi e vivere in pienezza tra le mura di un monastero?  Dio, attraverso questa povera trentenne dei giorni nostri, spazza via ogni modernismo che indica la vita monastica come un’assurdità fuori dal tempo. Invece, la straordinaria esistenza di Kinga sembra proprio un invito rivolto ai giovani come lei, affinché, vuoti e bisognosi di tutto, non si conformino al mondo, ma rompano davvero gli schemi seguendo il Signore. L’unico che dona la felicità che non passa, il godimento senza fine, la Vita Eterna.

Nel diario che scrive su ordine della Priora, durante la fase terminale della malattia, Kinga narra ben poco della sua vita prima della clausura, giusto l’essenziale. Nata nel 1973 a Budapest, in Ungheria, Judit Buki cresce in una famiglia numerosa, molto povera, ma dotata di una fede semplice e solidissima. Trascorre un’infanzia ed una giovinezza piuttosto normali, ma non prive di sofferenze, soprattutto – dice lei - per via del suo carattere "estremamente sensibile e chiuso", che per anni l’ha portata a vedere la vita come "un peso continuo".

Complici un film visto “per caso” sulla vita di Edith Stein ed un ritiro spirituale inatteso, guidato da un padre carmelitano, la vita di Judit cambierà per sempre: “Mi sono resa conto che Dio è una persona capace di amare, che si può entrare in relazione con Lui non solo in modo astratto ma realmente, ho compreso che tiene nelle sue mani il mio destino, che mi ama per come sono, che il suo amore è tenero e forte, capace di rendermi felice e di riempire totalmente la mia vita, come la più ardente passione”. Completamente rapita dall’Amore di Dio, la giovane, d’un tratto, sente nel profondo di essere chiamata al Carmelo. Pur non sapendo come e perché, è estremamente risoluta nel suo proposito che, grazie a Dio, trova conferme nella realtà: “Che belli che sono stati quei mesi! Percepivo che l’intimità con Gesù s’intensificava e sentire di appartenergli mi dava grande sicurezza. Era la mistica del fidanzamento a definire in quei giorni la mia vita spirituale (…). La mia vita era cambiata radicalmente. Spesso mi svegliavo colma di gioia al pensiero che mi era stata offerta la possibilità di entrare in una relazione con Dio sempre più profonda. Se prima la vita era solo un peso per me, ecco che ora ne trovavo il senso! Sembra banale, quasi un luogo comune, ma tutto si stava mettendo a posto dentro me. Il senso della mia vita? Dio! Dio in persona. La sua persona”.

Dopo un periodo di attesa piuttosto lungo, visitato da alcune prove e da altrettante grazie, Judit finalmente può varcare la soglia del Carmelo di Magyarszek, nel sud dell’Ungheria, per un primo incontro: “Mi sono sentita subito a casa, incosciente e un po’ folle come chi s’innamora per la prima volta, anche se di certo non era mia abitudine; ma ero sopraffatta dalla felicità di essere là”. Ancor più grande è l’eccitazione dell'allora ventenne, quando ottiene il permesso di rimanere in monastero per un mese di prova: “Che dire di quel mese? – racconta - Ero felice oltre misura, piena di gioia, e avrò fatto sicuramente molte sciocchezze che le sorelle non hanno guardato di buon occhio. Esse erano buone e gentili e io ero capitata in una comunità estremamente bella. Ero comunque pronta a tutto, non aveva importanza che la comunità fosse giovane o vecchia, piccola o grande, allegra o cupa. Godevo di ogni istante, trovavo tutto buono e tutto mi donava gioia”. Un bel giorno poi, arriva il momento tanto sospirato, Judit accompagnata dalla mamma in lacrime e dal fratello, entra definitivamente in monastero: “La mia vita comincia qui. Non solo come carmelitana: nasco ora con tutto il mio essere. E da questo momento posso finalmente parlare delle cose più importanti. (…) Tu mi hai chiamato, Signore eccomi!”.  

CRISTIANI, CIOE' TUTTI CONSACRATI A DIO

La vita di Kinga però non parla solo ai religiosi, al contrario: la luce che lei porta si riflette su tutti coloro che intendono andare a Dio nel buio odierno. Dallo stesso Carmelo, ella mostra come la vita monastica contenga un modello eccezionale per ogni uomo, qualsiasi sia la particolare vocazione. Così: la libertà come obbedienza, la preghiera come motore dell’azione, la regola di vita fondata sulla liturgia, il costante abbandono alla Volontà di Dio…sono i fari che illuminano la vita di monache e monaci, così come quella di ogni cristiano che vuole amare il Signore con tutto il suo cuore.

“A quel tempo, e per diversi anni – racconta Kinga - ero interessata alla questione della libertà. Aspiravo alla vera libertà interiore e non sapevo come raggiungerla. Essere libera dal male e libera di fare il bene. Padre László mi ha insegnato un concetto che ha modificato radicalmente il mio punto di vista: l’importante non è sentirmi libera, ma che Dio sia libero di poter agire in me a suo piacimento”. Grazie a questa scoperta si apre dinnanzi a Kinga un mondo nuovo, “la mia attenzione – spiegherà lei – si era definitivamente spostata da me e dai miei piccoli conflitti per rivolgersi a Dio”. Ma ancor più radicale è la sua conversione quando comprende, che la libertà sta nella completa obbedienza a Dio dentro alle circostanze del vivere quotidiano. Sono le deliziose pesche di Pécs a palesarglielo con grande concretezza, senza via di scampo: “Erano due o tre giorni che ero arrivata (al Carmelo, ndr). Avevano servito delle pesche per dessert, ma avevo una gran voglia di sostituire la persona che serviva, perché ho sempre considerato servire a tavola una delle mansioni più belle. Io mangio lentamente, per cui non mi restava che lasciare la frutta e alzarmi. Ma non è questo l’importante: dopo cena suor Élisabeth (la Priora, ndr) mi ha chiamata nella piccola cucina spiegandomi come ormai non mi appartenessi più, come non dovessi decidere di cosa avessi o non avessi bisogno e come mangiare la frutta fosse obbligatorio, volente o nolente. Era responsabilità di altri occuparsi di ciò di cui necessitavo. Non appartenevo più a me stessa e non potevo prendere decisioni autonome. In quel momento mi fu chiaro che non appartenevo più a me stessa e che dovevo totalmente sottomettermi, con tutte le mie mancanze, all’obbedienza. Forse non mi esprimo bene, ma la lotta interiore per digerire e condividere quello che avevo ascoltato è durata una settimana”. 

In questo cammino di totale obbedienza verso la Libertà, che è Dio, Kinga si aggrappa con forza ai sacramenti, alla preghiera e alle regole che scandiscono la vita di clausura: “Due ore al giorno d’orazione; la ricreazione; il tempo di riposo e di condivisione; la preghiera comune: l’Ufficio divino; lo Studium”. Spende tutto il suo tempo interamente a servizio delle sorelle e della sua comunità, senza mai risparmiarsi. Ma soprattutto impara l’abbandono totale a Dio ed alla Sua Volontà: “È importante abbandonarsi a Dio, a Dio che è una persona, con il quale posso camminare insieme, che posso conoscere a partire dalla Sacra Scrittura e dagli avvenimenti della mia vita, come anche attraverso l’incontro personale con Lui. Questo basta. È questo che ritengo sia la cosa più importante. Senza questo abbandono non ci sarebbe la vita monastica. Bisogna tornare incessantemente su questa strada, perché è facile prendere questo e quello dicendo «ne ho bisogno per essere felice…». Fiducia, fiducia!”.

AMARE SIGNIFICA OFFRIRE TUTTA LA VITA

Abbandonarsi a Dio, nella particolare vita di questa anima prediletta, significherà accettare il dolore e la malattia: prima nella forma di una patologia del sistema immunitario con prognosi infausta e poi di un cancro al seno. Significherà accettare il sopraggiungere della morte in giovane età. Significherà sacrificare tutto di sé, sino alla vita stessa.

Inizia così un calvario dentro e fuori dagli ospedali, con pesanti cicli di cure che si fanno via-via sempre più dolorosi. Un giorno Kinga si trova ricoverata per l’ennesima volta: deve sottoporsi ad un’infusione che la terrà immobile nel letto per ore. È un momento particolarmente difficile per la monaca. Ma ad un tratto - racconta Kinga - “in quella solitudine e in quel buio senza fine Lui è arrivato! Mi ha abbracciato con la sua presenza e la sua presenza ha portato una grande luce. Non era successo niente, ma di colpo Gesù era lì! Non c’erano più ospedale, flebo, compagni di camera, solo Gesù e io. E finalmente l’ho saputo: è a Lui che appartengo!”. È un fatto che si ripeterà e che cambierà nel profondo la relazione di Kinga con il suo dolore e con il suo Signore.

La giovane carmelitana arriva così a comprendere sin nel profondo che non è il suo impegno, non sono i suoi sforzi e nemmeno la sua volontà di andare al Signore, ma è solo l’Amore di Dio a compiere tutto: “Non sono stata io a scegliere questa offerta, ma mi è stato chiesto e io mi sono sforzata di accogliere questa richiesta. Lui mi ha chiamata al Carmelo, Lui mi ha scelta, Lui mi ha chiesto di donargli la mia vita. (…) Dolce Signore, non so che fare, come potrei cambiare il mio cuore? Non posso fare altro che offrire la mia vita per la comunità? Non posso fare altro: accetta la mia vita per loro, per le mie sorelle, per la loro salvezza, per quelle che seguiranno, per quelli che in noi confidano!”.

È solo a questo punto che ci si può accostare all’ultima Kinga. La Kinga che sale il Calvario con Gesù, la Kinga che, con Lui, viene issata sulla Croce e lì rimane quando si fanno le tre. È così che l’offerta della sua vita a Dio, diviene Dio che si offre a lei, facendola penetrare nel Suo stesso Mistero, trasformandola in Lui. Trasfigurandola. 

Kinga della Trasfigurazione nasce al Cielo il 24 agosto del 2009, a 36 anni. Con impresse nel cuore queste parole che tanto amava:

Nulla ti turbi,
nulla ti spaventi!
Tutto passa.
Solo Dio non cambia.
La pazienza ottiene tutto.
Chi ha Dio
non manca di nulla:
Solo Dio basta!

(Teresa d'Avila [di Gesù])