• il caso Weinstein

La slavina del puritanesimo sul sofà del produttore

Durante il Ventennio il Minculpop suggeriva (eufemismo) ai giornalisti di glissare sulla cronaca nera e in particolar modo sui suicidi. Infatti, è accertato (oggi, non nel Ventennio) che esiste un «effetto imitazione»: quando i giornali danno notizia, con risalto, di un suicidio, ecco che nel giro di una settimana ne spuntano come funghi altri tre o quattro, e con le stesse modalità. Non si tratta di gente che quella notizia ha istigato al suicidio, ma di persone che già rimuginavano l’idea e alle quali la notizia ha dato la spinta decisiva.

Tutto questo viene in mente a proposito dello scandalo Weinstein, il produttore hollywoodiano che, improvvisamente, si ritrova nel centro del mirino per le molestie sessuali da lui perpetrate a partire da trent’anni fa. Anche qui, basta che una si alzi e accusi, che subito altre mani si levano: anche a me! anche a me! E per un po’ di tempo non passa giorno che a qualcuna non si risvegli improvvisamente la memoria. Non solo. Si crea un effetto a catena che coinvolge pure altri. Per esempio, l’attrice Hilarie Burton ha accusato il celebre attore Ben Affleck (l’attuale Batman) di averle strizzato un seno (il sinistro, per la precisione) in diretta tivù nel 2003. Niente di penalmente rilevante, visto che il fatto è avvenuto sotto le telecamere e tra due adulti consenzienti: al massimo un certo imbarazzo per chi la gag (chiamiamola così) l’ha dovuta subire a sorriso sforzato. Cattivo gusto, insomma.

Per quanto riguarda il caso Harvey Weinstein, chi si scandalizza pubblicamente oggi rasenta (e forse supera) l’ipocrisia. Sì, perché certe cose le sanno tutti, e da sempre. Qualche decina d’anni addietro l’americano Selwyn Ford pubblicò un libro che (non) fece scandalo, Il sofà del produttore. Sottotitolo: Il rito del “pedaggio  sessuale” nella storia di Hollywood. Nel quale figuravano i nomi  delle più celebri e celebrate star del cinema americano, alcune delle quali poi diventate «icone». Lo lessi fresco di traduzione italiana e ve ne risparmio brani e citazioni.

E’ tuttavia riassumibile in una scenetta, ivi descritta, che mi è rimasta impressa: l’aspirante attrice entra nello studio del produttore ed espone i suoi desiderata; quello gli fa presente che non è abituato a parlare con postulanti ancora vestite. Ora, gli strali sono finiti tutti addosso a Weinstein, e chissà perché solo a lui. La moglie vuole lasciarlo, l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (l’associazione che ogni anno organizza la cerimonia degli Oscar) lo ha sospeso a tempo indeterminato, chi lamenta sue molestie di trent’anni fa, chi addirittura rivela di essere stata da lui stuprata. Di fronte alla valanga di accuse («disgustose, ripugnanti, contrarie ai principi dell’Academy e della comunità creativa che essa rappresenta»; la quale, lo sanno tutti, è composta da puritani), anche chi in un primo tempo aveva cercato di difendere il produttore getta la spugna: ormai la slavina è in movimento e non rimane che mettersi in salvo.

Pochi anni fa la regista hollywoodiana Amy Berg ebbe una nomination agli Oscar per un documentario sulla pedofilia  nel clero cattolico (Deliver us from evil). Poi ebbe la balzana idea di girarne un altro, solo che stavolta indagò sulla pedofilia a Hollywood (An open secret). Nessuno volle distribuirlo e il film le rimase sul gozzo. Insomma, Harvey Weinstein è senza dubbio uno sporcaccione, ma è davvero l’unico di quell’ambiente? Come mai la croce gli si è abbattuta addosso dopo trent’anni? Il suo caso ricorda quello del francese Dominique Strauss-Kahn, accusato di molestie da una cameriera d’albergo: la sporca faccenda gli costò la nomina al Fondo monetario internazionale e lo marchiò per sempre sui media di tutto il mondo. Anche lui di origini ebraiche.

Intanto, la figlia di Weinstein ha chiamato al telefono i soccorsi perché il padre manifestava intenzioni suicide. Pare che andrà a farsi curare la sesso-dipendenza in un centro specializzato. Nel frattempo la Miramax l’ha licenziato. Tutto molto giusto. Ma, ripetiamo, a orecchio Weinstein non ci pare una mosca bianca. Niente, aspettiamo un altro Sofà del produttore. Magari il seguito.