• IL CONVEGNO

La vita come vocazione, alla riscoperta di Elena Bono

Tra i tanti casi letterari del Novecento, tra i tanti poeti e romanzieri dimenticati spicca la figura di Elena Bono. La Nuova BQ ha intervistato lo studioso Emanuele Giraldo. «Elena non va difesa, ma va servita. L'unico modo di riprenderla è leggerla». La sua letteratura irrimediabilmente accade. È lei stessa che prende per la mano il lettore e lo porta in discesa dentro il suo cuore, dove non si può scappare.

Tra i tanti casi letterari del Novecento, tra i tanti poeti e romanzieri dimenticati, soprattutto donne, come Ada Negri o Grazia Deledda spicca la figura di Elena Bono. Poetessa, autrice di romanzi e di opere drammaturgiche, vincitrice di numerosi Premi letterari. A cinque anni dalla morte il 30 maggio 2019 si è tenuto a Chiavari il primo convegno internazionale a lei dedicato.

La Nuova BQ ha intervistato lo studioso Emanuele Giraldo, laureatosi sulla figura della poetessa e relatore al convegno.

Qual è l’importanza del convegno?
È stato un riconoscimento cui credo Elena Bono aspirasse ed è bello che sia stata proprio Chiavari, la sua città di adozione, a sponsorizzare questo progetto, di cui verranno pubblicati gli atti grazie al contributo della Fondazione Conservatorio Fieschi di Genova.

Qual è stato in breve il contenuto del suo intervento?
Ho letto l’allocuzione da me tenuta il 13 dicembre scorso durante la discussione della tesi magistrale sulla poesia di Elena Bono, allocuzione descrivente la genesi, lo sviluppo e il compimento di un lungo lavoro tramite l’inedito verso boniano che lo intitola: E sia così, ovvero il soffio, il «fiat» di Maria, dopo il quale l’Angelo partì da Lei. «E sia così» – fu martirio – al modo di Maria –, invero una piccola lunga morte, e non la grande, come si prospettava nel dramma su Giovanna D’Arco, la cui memoria liturgica è stata giusto il 30 maggio, nella giornata internazionale: ed Elena e Giovanna nel guardarci dal Cielo avranno sorriso.

Nell’omelia funebre del 28 febbraio 2014 il vescovo di Chiavari Mons. Tanasini ha detto: «Vogliamo finalmente rompere quell’incomprensibile silenzio che ha avvolto una voce così alta». Qual è l’importanza di Elena Bono nel panorama letterario del Novecento?
Un silenzio incomprensibile che Tanasini volle rompere, come tanti prima e dopo di lui. Fino al recente convegno. Purtroppo l’opposizione all’opera di Elena si fa sempre sentire, soprattutto nella maniera subdola del mutismo – critico ed accademico. Una «damnatio memoriae» ancora in atto. Ad ogni modo – come mi disse un amico dopo l’accesissima discussione di laurea – Elena non va difesa, ma va servita. Chi ha partecipato al convegno ha adempiuto a tale servizio.

Perché è un caso letterario ed è caduta così nella dimenticanza?
La Bono ebbe pure sorde resistenze dalla critica e a volte attacchi diretti. Al declinare degli anni Settanta la casa editrice Garzanti riprese un vivo interesse per gli scritti boniani, ma subito alla fine del 1980 avverrà il distacco definitivo da Via della Spiga e nel 1981 il passaggio alla piccola EmmeE di Scapolla, il quale pubblicherà con signorile fedeltà ogni testo di Elena, dovendo constatare però le vendite scarse e i conti che non tornano. Bisogna dire che il legame con alcuni critici e movimenti letterari forse non le giovò molto per la notorietà. E forse ed infine la cosa che più dà fastidio nell’opera boniana è la scelta della spada, invece che della pace: la scelta del Volto sanguinante di Gesù.

Quali sono stati i rapporti della scrittrice con gli intellettuali del suo tempo?
Vari. Elena andava certamente controcorrente. Nel 1943 aveva già raggiunto una poetica antiermetica e antisperimentalista. E allora pochi altri – grandi – lo erano; e lei lo era in modo tutto suo, recuperando la purezza e logicità dei classici greci e latini, dei lirici cinesi e di Foscolo e Leopardi. Amando tuttavia uno scrittore quale Emilio Cecchi! E – un po’ nascostamente – un poeta quale Cardarelli. Cecchi fu il grande maestro di Elena, ovviamente dopo il padre Francesco Bono. Ebbe rapporti con critici, registi, scrittori e professori noti o meno. L’Epistolario conservato nell’Archivio Elena Bono può essere paragonato a una miniera per la ricostruzione di siffatti legami. Certo a Chiavari trovò la sua campagna flaubertiana, il suo convento.

Quando ha incontrato per la prima volta le opere di Elena Bono?
Ho incontrato la prima volta le parole di Elena Bono leggendo l’intervista O il nulla o il tutto apparsa sul Tracce del luglio-agosto 2013, parole che mi colpirono per la semplicità, concretezza e profondità, e insomma per la radicalità che recavano. Il 26 febbraio 2017, invece, sul colle della tomba di Elena Bono, lì insieme a Stefania Venturino e a due amici, decisi di fare anche la tesi magistrale sulla sua poesia. Lo spettro d’indagine è vasto: dal fulcro costante della poesia si passa ai preziosissimi materiali d’Archivio composti da missive, manoscritti, dattiloscritti, ecc. fra i quali ho ritrovato il verso «E sia così», incipit di un componimento inedito vergato nella sua prima redazione sopra un’umile busta da lettera; ai primi racconti della Bono, all’Ippolito, a Morte di Adamo; ai rapporti con Cecchi e con Aldo e Livio Garzanti; all’incontro con Pasolini; alle interviste alla Venturino e a Scapolla, senza dimenticare i consigli di Trovato. E molto altro.

Come si possono promuovere la riscoperta e lo studio di Elena Bono oggi, anche all’interno delle scuole?
Leggendola! Vedo che quando la si legge – e vale prima di tutto per me – si rimane incantati e feriti. Si vede qualcosa. «Visione» la chiamava Cecchi. E così definiva Elena la poesia. La letteratura della Bono irrimediabilmente accade – Stefania Venturino concorderebbe. È lei stessa che prende per la mano il lettore e lo porta in discesa dentro il suo cuore, dove non si può scappare. Lì allora vedremo le tenebre diradarsi e profilare il Viso percosso del Galileo. Non la pace, ma la spada.

Che cosa testimonia Elena Bono all’uomo di oggi?
All’uomo di oggi Elena dedica il suo testamento spirituale: Tempo di Dio (http://www.breviariodigitale.com/pages.cfm?id=88). Mentre «ai giovani dico: alla mia opera ho dato tutto: leggetela con intelligenza». La cosa più commovente che la Bono ha insegnato a me, giovane, è che si può dare davvero tutto per la vocazione di poeta, essere martire nella lettera, sentirne dentro la voce di Uno che chiama e rispondere: «E sia così». Oggi essere letterato non è facile e maggiormente risuona il sospiro del padre di Elena quando gli mostrò la prima frase di Morte di Adamo: «Povera figlia mia!». Eppure non c’è cosa più bella di servire la Verità attraverso l’arte dello scrivere: miserrimi, peccatori, ma pieni di Grazia – se mi si permette. Infine ricordo che l’opera della Bono è davvero estesa: leggetela! Non solo i capolavori, ma anche il teatro e leggete e rileggete le poesie. Sono il volto di una persona: per capirlo – oltre e dentro l’antipatia o simpatia – bisogna fermarsi, stargli davanti, guardarlo. «Così semplice era tutto: chiudere gli occhi e guardare».