• SULL'USO DEL "BORGHESE" CLERICALE

L'abito fa il monaco, per non immergersi col mondo

L'abito non fa il monaco? In teoria, ma in pratica no. Non è estetica, ma sono in gioco la visibilità della Chiesa come città sul monte, il prete come icona di Gesù Cristo e come colui che interpella il mondo; mentre il prete/religioso non riconoscibile è “sacramento” di una Chiesa totalmente immersa nel mondo con fedeli e preti “cristiani anonimi” di ranheriana memoria, una Chiesa che secondo il linguaggio impietoso delle statistiche vocazionali e della frequenza alla Messa non si rigenera e solo decresce.

«Buongiorno. Sono contento di accogliervi. Grazie tante di questa visita, mi fa bene. Quando io ero studente, quando si doveva andare dal Generale, e quando con il Generale dovevamo andare dal Papa, si portava la talare e il mantello. Vedo che questa moda non c’è più, grazie a Dio». Così il Santo Padre Francesco ha esordito mercoledì 1 agosto 2018 ricevendo nell’Auletta dell’Aula Paolo VI i partecipanti all’incontro “European Jesuits in formation”.

Sono parole di non facile comprensione non tanto per quello che dicono - molto semplice ed immediato -, quanto sul perché sono state dette. Infatti sembra abbastanza normale che in circostanze speciali e qualificate come udienze papali o del presidente della repubblica, conferimento di onorificenze, matrimoni e funerali ecc. si vada vestiti in modo appropriato e anche abbastanza diverso dall’abbigliamento di tutti i giorni. Anche Matteo Salvini, quando era ancora soltanto un leghista e non un uomo di governo, dovendosi recare ad un raduno dei giovani di Confindustria a Santa Margherita Ligure, mise da parte felpa e maglietta per indossare giacca e camicia bianca. E un giornalista commentò: avrà dovuto ingoiare un rospetto, ma la politica è “arte digestiva” e, a cominciare dall’abbigliamento, richiede di ingoiare molti rospi e per di più facendo finta di apprezzarli. Allo stesso modo, nulla di strano se dei giovani gesuiti, ricevuti dal Papa, avessero indossato qualcosa di speciale.

Le parole di cui sopra hanno anche un legame - probabilmente non voluto né previsto - con quanto è detto in seguito sull’onda di un discorso di Paolo VI: «lì dove ci sono gli incroci delle idee, dei problemi, delle sfide, lì c’è un Gesuita» (veramente oggi quasi tutti i religiosi si auto attribuiscono una simile collocazione strategica agli “incroci”, in questo semplicemente materializzando i loro sogni, che sogni continuano a restare, anche se gli interessati sono fermamente convinti di essere transitati dai sogni alla realtà). Dunque la prima preoccupazione è di essere agli incroci, sia pure senza omettere la preghiera: il vestito è secondario.

Un secondo episodio va evocato: le interviste televisive al Santo Padre nel 2017 sul Padre nostro a opera di don Marco Pozza. Nulla da rilevare sulle risposte del Santo Padre e sulle domande poste da don Marco. Sennonché quest’ultimo si presentava in abbigliamento totalmente profano se non casual e una eventuale crocetta non era nell’insieme facilmente percepibile. Come minimo bisogna dedurre che il Santo Padre abbia accettato questo stile senza reagire con un: “Per favore, quando mi intervisti presentati vestito da prete!”.

Passiamo alla valutazione, annotando subito che siamo di fronte a una rivoluzione copernicana rispetto alle preoccupazioni che in argomento caratterizzarono i primi anni del pontificato di Giovanni Paolo II, preoccupato di ristabilire l’uso dell’abito ecclesiastico.

Più in profondità osserviamo che, a differenza del mutamento circa la pena di morte nel CCC, qui nessuna legge è modificata, ma la disciplina e la problematica sono svuotate di importanza in quanto giustamente parole, esempi, interventi e non interventi papali creano una mentalità e un processo imitativo. E non si tratta solo di sartoria o moda ecclesiastica, ma vi sono ricadute su tutto il popolo di Dio. Affermazione pesante, che richiede una serie di precisazioni e sviluppi.

Il punto di partenza è la legislazione. Il CIC 284 richiede per i chierici un «abito ecclesiastico decoroso secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale»; a loro volta per i religiosi l’abito è «segno della loro consacrazione e testimonianza di povertà» (CIC 669 § 1). Di fatto in Italia, prima ancora del CIC, il Consiglio di presidenza della CEI era intervenuto con una Nota su L’abito ecclesiastico in data 19-20 aprile 1966 stabilendo: «l’abito talare rimane la veste normale» (ECEI 1/649) da usarsi nel ministero e anche a scuola di religione; di fatto è consentito l’uso del clergyman «consistente in giacca e calzoni di stoffa nera (o grigio ferro scuro) e collare ecclesiastico, in caso di viaggi, di escursioni, di uso di macchina da trasporto, ecc., cioè quando lo richieda la comodità in un’azione profana» (ECEI 1/651); l’abito deve essere indossato in quanto segno sacerdotale «in pubblico, completo: così che esso risulti per tutti i sacerdoti unico e ben caratterizzato, e gli ecclesiastici abbiano a poter essere sempre riconosciuti come tali» (ECEI 1/652).

Va preso atto che da allora molta acqua è passata sotto i ponti e il clergyman da una concessione è diventato una normalità (per non dire una rarità come la talare). Va preso atto di una riflessione di origine francese secondo la quale non basta essere “visibili”, ma bisogna anche essere “leggibili” - nell’originale il volo tra “visibiles” e “lisibles” è veramente di una levità parigina -, nel senso che un abito troppo strano o troppo spettacolare o troppo debitore al passato è sì visibile, ma non è leggibile come una presenza nel mondo di oggi da parte di chi lo indossa, mondo nel quale il soggetto si pone con una visibile distinzione, ma appunto a partire dal modo di vestire odierno.

Per cui, a discutibile e fallibile giudizio di chi scrive, ciò che oggi resta saldo non sono le impuntature sulla talare o sul colletto ecclesiastico in stile rigorosamente romano (che ovviamente possono rimanere), ma l’esigenza che il prete sia riconoscibile con abiti fondamentalmente scuri, modesti di taglio - cioè non eccessivamente attillati da mettere troppo in evidenza le forme - e con un chiaro segno che normalmente è una croce da spilla o al collo.

In realtà non è facile esigere l’osservanza di questa normale misura di visibilità/leggibilità perché le parole rivolte ai gesuiti in formazione e l’accettazione papale dell’abbigliamento di don Marco Pozza rendono socialmente e psicologicamente difficile ogni richiamo in materia da parte di un vescovo o di un superiore religioso, al quale verranno subito opposti i due argomenti di cui sopra e ogni superiore con un po’ di buon senso e di amore per la Chiesa capirà subito che non è il caso di andare avanti in una discussione del genere, dove rischierebbe di trovarsi in contrasto con il Papa e di rovinare invece di costruire.

Resta naturalmente possibile adottare il modello accennato di visibilità/leggibilità a livello di scelta personale, ma una scelta personale non è più la “disciplina della Chiesa”, ma appunto una scelta personale, soggetta alla discutibilità sino alla presa in giro da parte di chi, da sinistra, proclama accoglienza e libertà per tutti... eccetto che per quelli di destra.

Ci si domanda se non sarebbe il caso di occuparsi di questioni più serie. Beh, a parte il fatto che siano in clima di ferie e quindi di rilassamento anche intellettuale, in realtà dall’abito e dal suo uso o non uso traspaiono molte cose profonde, come dall’esame delle feci e delle urine - deiezioni considerate spregevoli - traspaiono equilibri o squilibri di altre funzioni corporee considerate più nobili.

Sono in gioco la visibilità della Chiesa come città sul monte, il prete come icona di Gesù Cristo e come colui che interpella il mondo; mentre il prete/religioso non riconoscibile è “sacramento” di una Chiesa totalmente immersa nel mondo con fedeli e preti “cristiani anonimi” di ranheriana memoria, una Chiesa che secondo il linguaggio impietoso delle statistiche vocazionali e della frequenza alla Messa non si rigenera e solo decresce.

A un livello più personale, un prete/religioso non può non fare i conti da come si veste. In certi abbigliamenti tradizionali troppo leccati traspare una persona troppo piegata su di se stessa, troppo vanitosa e paurosa. Ma anche nel prete/religioso che veste da laico, l’abbigliamento lascia trasparire l’immagine che si vuol dare o non dare di se stessi e a un occhio attento certe eccentricità di forme o di colori rivelano squilibri non fosse altro perché lanciano all’interlocutore visivo la provocazione: “Guardami, io non sono come gli altri!” e in senso ben diverso dall’abito clericale.

È doverosa una precisazione formale: sono partito da parole e fatti del Santo Padre, ma le conseguenze sviluppate dal discorso non è detto che fossero/siano da lui pensate e volute, anche se, non lo nego, credo di aver posto in luce alcune difficoltà odierne e ad oggi irrisolte nell’ambito della comunicazione. Ribadisco: formalmente Papa Francesco non ha cambiato nessuna legge in argomento. Per cui continuiamo a restare vicini a Papa Francesco - non abbiamo un altro Papa se non lui - e, magari con una sensibilità diversa dalla sua - questo è semplicemente normale -, continuando a ricordarlo nella preghiera.

Ma soprattutto smettiamola di ripetere che “l’abito non fa il monaco” e che “l’importante è il cuore” che Dio guarderebbe. Da quanto scritto spero di aver convinto i lettori che in teoria ciò è sempre vero, ma in pratica al 90% dei casi è proprio l’abito a rivelare il monaco e il cuore.

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