• IL DOCUMENTO

L'aborto e la coscienza di una nazione

«Ogni legislatore, ogni dottore e ogni cittadino deve riconoscere come la questione di fondo stia fra l'affermazione e la protezione della sacralità di tutta la vita umana da un lato e dall'altro la prospettiva di abbracciare un’etica sociale in base alla quale alcune vite umane hanno valore e altre no»

Ronald Reagan

Il decimo anniversario della sentenza della Corte Suprema nel caso Roe v. Wade è una buona occasione per fermarsi a riflettere. La politica nazionale statunitense che garantisce l’aborto a richiesta per l’intero arco dei nove mesi della gravidanza non è stata né votata dal nostro popolo né varata dai nostri legislatori: non un solo Stato dell’Unione nordamericana godeva di una simile libertà di aborto prima che la Corte Suprema ne decretasse l’istituzione a livello nazionale nel 1973. Oggi però le conseguenze di questa decisione sono evidentissime: dal 1973, più di 15 milioni di bambini non ancora nati hanno visto soppresse le proprie vite attraverso l’aborto legale. Questa cifra è dieci volte la somma dei cittadini statunitensi caduti in tutte le guerre in cui il nostro Paese si è trovato coinvolto.

Non sbagliamoci: l’aborto a richiesta non è un diritto garantito dalla nostra Costituzione. Nessuno studioso serio, incluso chi è disposto a concordare con la decisione della Corte, ha mai sostenuto che gli estensori della Costituzione intendessero concedere un diritto di questo genere. Poco dopo la sentenza nel caso Roe v. Wade, il professor John Hart Ely, oggi Decano della Stanford Law School, scrisse che tale decisione «non rientra nel diritto costituzionale e praticamente non obbliga affatto a cercare di volercela far rientrare». Non vi è alcun punto del testo dove le parole dirette con cui si esprime la Costituzione provino nemmeno ad accennare a un “diritto” così illimitato da consentire l’aborto fino al momento in cui il bambino è pronto a nascere. Eppure è questo che la Corte ha stabilito.

In quanto atto di «crudo potere giudiziario» (per adoperare la pungente espressione del giudice White), la decisione presa nel caso Roe v. Wade attraverso una maggioranza composta di sette uomini è stata dunque pensata affinché si radicasse. Ma la decisione della Corte non ha affatto spento il dibattito. Anzi, il caso Roe v. Wade si è trasformato in un pungolo costante per la coscienza della nazione.

L’aborto, infatti, non riguarda solo il bambino non nato: riguarda ognuno di noi. Il poeta inglese John Donne scrisse: «[…] la morte di ogni uomo mi diminuisce, perché l’umanità intera mi coinvolge; non chiedere dunque mai per chi suona la campana; essa suona infatti per te».

Non è possibile diminuire il valore di una determinata categoria di vite umane – i non nati – senza diminuire il valore di tutta la vita umana. Una prova tragica di questa verità lapalissiana si è avuta l’anno scorso, quando i tribunali dello Stato dell’Indiana hanno permesso che a Bloomington “Baby Doe” morisse di fame perché affetto dalla sindrome di Down.

Molti dei nostri concittadini compiangono la perdita di vite umane che si è verificata in seguito al caso Roe v. Wade. Margaret Heckler, subito dopo essere stata nominata ai vertici del più grande dicastero di cui si compone il nostro governo, lo Health and Human Services (HHS, l’equivalente del ministero della Salute, ndr), ha pubblicamente affermato di ritenere l’aborto la più profonda crisi morale che il nostro Paese si trovi oggi a fronteggiare. E la reverenda Madre Teresa, che opera nelle strade di Calcutta accudendo i moribondi nel quadro della sua missione di misericordia famosa in tutto il mondo, ha detto che «la miseria più grande del nostro tempo è l’aborto generalizzato dei bambini».

Durante i primi due anni della mia Amministrazione, ho seguito da vicino e ho supportato gli sforzi fatto del Congresso nell’intento di ribaltare la marea montante dell’aborto: sforzi profusi da deputati, da senatori e da cittadini intenzionati a rispondere a una crisi morale pressante. Purtroppo, ho visto anche gli sforzi massicci di coloro che, sotto la bandiera della “libertà di scelta”, hanno fino a oggi bloccato ogni tentativo di capovolgere la possibilità di ottenere, in tutto il Paese, l’aborto su semplice richiesta.

Nonostante i formidabili ostacoli che ci si parano innanzi, non dobbiamo però perderci d’animo. Non è la prima volta che il nostro Paese viene diviso in due da una sentenza della Corte Suprema che nega il valore di determinate vite umane. La sentenza nel caso Dred Scott, del 1857, non è stata scalzata in un giorno solo, né in un anno, e nemmeno nell’arco di un decennio. Dapprima, solo una minoranza di americani riconobbe e deplorò la crisi morale generata dalla negazione della piena umanità ai nostri fratelli e alle nostre sorelle neri; ma quella minoranza persistette nella propria idea e alla fine prevalse. Lo fece appellandosi ai cuori e alle menti dei propri compatrioti, alla verità della dignità umana di fronte a Dio. Grazie all'esempio che essi ci hanno dato, sappiamo che il rispetto del sacro valore della vita umana è troppo profondamente radicato nel cuore del nostro popolo per rimanere soppresso per sempre. Ma la grande maggioranza del popolo statunitense non ha ancora fatto udire la propria voce e non possiamo aspettarci che essa lo faccia – più di quanto le voci s'innalzarono allora pubblicamente contro la schiavitù – fino a che la questione non viene inquadrata e presentata in modo chiaro.

Qual è, dunque, la vera questione? Ho avuto spesso occasione di dire che quando si parla di aborto, si parla di due vite: la vita della madre e la vita del bambino non ancora nato. Perché mai, altrimenti, chiameremmo madre una donna incinta? Ho avuto anche occasione di dire che chiunque non sia sicuro del fatto che la seconda sia una vita umana, dovrebbe schiettamente dare alla vita il beneficio del dubbio. Quando non si sa se un corpo sia vivo oppure morto, non si pensa affatto di seppellirlo. Credo che di per sé questa considerazione dovrebbe essere sufficiente perché tutti noi ci si continui a sforzare per proteggere i non nati.

La contrarietà all'aborto, comunque, non si ferma qui, giacché la pratica medica conferma a ogni passo la giustezza di queste sensibilità morali. La medicina moderna tratta il bambino non ancora nato come un paziente. Chi, in alcuni settori della medicina, si è mosso anche attraverso la sperimentazione ha aperto vie nuove nella cura dei non nati: e questo concerne problemi di natura genetica, carenze vitaminiche, irregolarità del battito cardiaco e altre questioni sanitarie. Chi potrebbe dimenticare il commovente racconto fatto da George F. Will di quel bimbo che nelle sue nove settimane di vita prenatale era stato sottoposto a ben sei interventi chirurgici al cervello? Chi è il paziente se non quel piccolo essere umano non ancora nato che può provare dolore quando a lui o a lei si avvicinano quei dottori che vengono per uccidere invece che per curare?

Oggi, la vera domanda non è quella che si chiede quale sia il momento in cui la vita umana incomincia, ma questa: qual è il valore della vita umana? Difficilmente l'abortista che rimette assieme le braccia e le gambe di un bimbetto per essere certo che tutte le sue parti siano state strappate dal corpo della madre può dubitare che si tratti di un essere umano. Per costui e per tutti noi la vera domanda è se quella piccola vita umana abbia o no il diritto garantitole da Dio di essere protetta dalla legge: lo stesso diritto, cioè, di cui godiamo noi.

Per comprendere la vera questione, quale conferma più drammatica potremmo avere del caso Baby Doe di Bloomington, Indiana? La morte di quel piccolo neonato ha lacerato i cuori di tutti gli americani poiché il bimbo era innegabilmente un essere umano vivo: un essere umano vivo abbandonato senz'alcun aiuto davanti agli occhi dei dottori e davanti agli occhi della nazione. Per i tribunali, la vera questione non è stata se Baby Doe fosse un essere umano o meno. La vera questione è stata se proteggere o no la vita di un essere umano affetto dalla sindrome di Down, il quale sarebbe probabilmente risultato mentalmente handicappato, ma che necessitava di una procedura chirurgica di routine che gli avrebbe sbloccato l'esofago permettendogli di mangiare. Davanti al giudice che ha presieduto il caso, un dottore ha testimoniato che, nonostante la correzione del suo problema fisico, Baby Doe avrebbe avuto una possibilità «nulla» di godere di «una qualità di vita minimamente adeguata»: in altre parole, quella menomazione è stata considerata l’equivalente di un crimine che merita la pena di morte. Il giudice ha così permesso che Baby Doe morisse di fame e la Corte Suprema dello Stato dell'Indiana ha ratificato la decisione.

La legge federale non consente agli ospedali assistiti dal governo federale di decidere se i bambini affetti da sindrome di Down non siano degni di essere curati, meno ancora di decidere se lasciarli morire di fame. Di conseguenza, ho dato istruzione affinché i ministeri della Giustizia e della Sanità applichino le norme relative ai diritti civili allo scopo di proteggere i neonati handicappati. Tutti gli ospedali che ricevono fondi federali debbono esibire pubblicamente degli annunci in cui si afferma chiaramente che il mancato nutrimento di bambini handicappati è proibito dalla legge federale. La questione di fondo è se valorizzare e proteggere le vite degli handicappati oppure no, se riconoscere la sacralità della vita umana oppure no. Si tratta della medesima questione di fondo che soggiace alla domanda relativa all'aborto.

Le audizioni al Senato nel 1981, che si sono interrogate su quando abbia inizio la vita umana, hanno posto questa fondamentale questione in modo più chiaro che mai. I numerosi testimoni medici e scientifici che hanno deposto in quella occasione non erano d'accordo su molte cose, ma non sulla prova scientifica che il bambino non nato sia vivo, sia una persona precisa e appartenga alla specie umana. Non erano d'accordo sulla questione valoriale, vale a dire se dare o meno valore a una vita umana nei primissimi e maggiormente vulnerabili stadi dell'esistenza.

Purtroppo, viviamo in un'epoca in cui alcune persone non danno valore a tutta la vita umana. Costoro, cioè, vogliono decidere a proprio piacimento quali individui abbiano valore e quali no. Alcuni hanno detto che solamente gl'individui che hanno "coscienza di sé" sono esseri umani. Un opinionista che la pensava in questo modo ha portato a compimento questa logica di morte e ha concluso che «per quanto possa sembra scioccante, un bimbo appena nato non è un essere umano».

Uno scienziato insignito del Premio Nobel ha poi suggerito che se un bambino handicappato «non viene dichiarato pienamente umano entro tre giorni dalla nascita, allora i genitori debbono avere la possibilità di decidere il da farsi». In altre parole, un "controllo di qualità" per vedere se gli esseri umani appena nati possono essere annientati.

Ovviamente, alcune persone influenti vogliono negare l'idea che ogni vita umana abbia un valore intrinseco, sacro. Costoro insistono nel dire che chi appartiene al genere umano deve avere determinate qualità prima di potergli o di poterle accordare lo status di "essere umano".

Gli eventi hanno insomma suffragato quanto sostenuto in un editoriale comparso su un periodico medico della California il quale, tre anni prima del caso Roe v. Wade, spiegò che l'accettazione sociale dell'aborto è una «provocazione rivolta contro l'antico principio etico occidentale che attribuisce valore intrinseco ed eguale a ogni vita umana, al di là dello stadio, della condizione o dello status in cui essa si trovi».

Ogni legislatore, ogni dottore e ogni cittadino deve riconoscere come la questione di fondo stia fra l'affermazione e la protezione della sacralità di tutta la vita umana da un lato e dall'altro la prospettiva di abbracciare un’etica sociale in base alla quale alcune vite umane hanno valore e altre no. Noi, come nazione, dobbiamo scegliere fra un'etica fondata sulla sacralità della vita e un'etica fondata sulla "qualità della vita".

Personalmente, non ho alcun problema dell'indicare la risposta che la nostra nazione ha sempre dato a questa domanda basilare, la stessa che spero e prego essa darà anche in futuro. Gli Stati Uniti d'America sono stati fondati da uomini e da donne che condividevano la medesima idea del valore che le persone hanno, tutte e ognuna. Questa idea essi l'hanno formulata con chiarezza proprio sin dal principio e l’hanno posta nella Dichiarazione d'indipendenza, adoperando parole che può recitare persino ogni scolaro e ogni scolara:


Noi riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali e che sono dotati dal proprio Creatore di determinati diritti inalienabili, fra i quali vi sono la vita, la libertà e la capacità di ottenere la felicità.


Abbiamo combattuto una guerra terribile per garantire che a una precisa parte del genere umano – la popolazione nera degli Stati Uniti – non potessero essere negati i diritti inalienabili di cui l'ha dotata il suo Creatore. A quel tempo, il grande campione della sacralità di ogni vita umana, Abraham Lincoln, offrì la propria valutazione del proponimento contenuto nella Dichiarazione. Parlando degli estensori di quel nobile documento, disse:


Questa fu la loro maestosa interpretazione dell'economia dell'Universo. Questa fu la loro elevata, e sapiente e nobile idea della giustizia che il Creatore ha verso le Sue creature. Sì, signori: verso tutte le sue creature, verso l'intera grande famiglia dell'uomo. Nella loro fede illuminata, essi credevano che nulla di ciò che porta il sigillo dell'immagine e della somiglianza divine fosse stato mandato nel mondo per essere calpestato. [...] Essi non vollero intendere solo il genere umano che viveva allora, ma vollero estendere la propria provvisione nel tempo onde raggiungere anche la posterità più distante. Essi innalzarono un faro che potesse guidare i loro figli e i figli dei loro figli, nonché le innumerevoli miriadi di persone che abiteranno la terra in altre epoche.


Lincoln volle pure mettere in guardia dai pericoli che si sarebbero incontrati qualora si fossero chiusi gli occhi di fronte al valore che possiede la vita di ogni categoria di esseri umani:


Vorrei sapere dove si finirebbe se si prendesse questa vecchia Dichiarazione d'indipendenza, la quale afferma che tutti gli uomini sono uguali per principio, e si cominciasse a contemplarne delle eccezioni. Se un uomo dice che quel documento non intende riferirsi anche a un negro, perché allora non potrebbe dire che esso non intende riferirsi anche a un altro uomo qualsiasi?


Quando scrisse il testo del Quattordicesimo Emendamento alla Costituzione federale allo scopo di garantire la vita, al libertà e la proprietà a tutti gli esseri umani, il deputato John A. Bingham, dell'Ohio, spiegò che tutti «hanno diritto alla protezione della legge statunitense, poiché il suo divino spirito di eguaglianza dichiara che tutti gli uomini sono creati uguali». Egli affermò inoltre che il diritto garantito da quell'emendamento sarebbe stato applicato a «qualsiasi essere umano». Il giudice William Brennan, scrivendo in merito a un altro caso giuridico giunto a sentenza solo l'anno precedente il Roe v. Wade, definì la nostra come una società che «afferma fortemente la sacralità della vita».

Un altro William Brennan – non il giudice – ci ha rammentato le terribili conseguenze che possono intervenire quando una nazione rifiuta l'etica fondata sulla sacralità della vita:


L'ambiente culturale che genera olocausti umani si produce ogni qual volta una società è a tal punto traviata da definire alcune persone meno umane di altre e per ciò stesso destituite di qualsiasi valore e rispetto.


In quanto nazione, oggi noi non abbiamo rifiutato la sacralità della vita umana. Il popolo statunitense, infatti, non ha avuto alcuna opportunità di esprimere la propria opinione sulla sacralità della vita umana dei non nati. Personalmente sono convinto che gli americani non vogliano fingersi Dio per giocare con il valore della vita umana. Non spetta a noi decidere chi sia degno di vivere e chi non lo sia. Persino l'opinione espressa dalla Corte Suprema nel caso Roe v. Wade non ha ricusato esplicitamente la tradizionale idea americana della dignità e del valore intrinseci di ogni vita umana; ha semplicemente eluso la questione.

Il Congresso ha a disposizione diverse misure che permetterebbero al nostro popolo di riaffermare la sacralità della vita umana, persino di quella più piccola e più giovane, così come di quella più indifesa. Lo Human Life Bill – la Proposta di legge sulla vita umana – riconosce espressamente i non nati come esseri umani e di conseguenza li protegge in quanto persone in base a ciò che prevede la nostra Costituzione. Questa proposta, il cui primo promotore è il senatore Jesse Helms, è stato lo strumento grazie al quale si sono potute avere le audizioni al Senato del 1981, le quali hanno notevolmente contribuito a far comprendere quale sia la vera questione in gioco a proposito dell’aborto.

Il Respect Human Life Act – la Legge sul rispetto della vita umana –, appena varato dal 98° Congresso, nella prima sezione afferma che la politica dagli Stati Uniti è quella «di proteggere la vita innocente, sia prima sia dopo la nascita». Questa provvisione giuridica, sponsorizzata dal deputato Henry Hyde e dal senatore Roger Jepsen, proibisce al governo federale di operare aborti o di fornire assistenza a chi lo faccia, eccetto che per salvare la vita della madre. La legge tocca anche la cogente questione dell'infanticidio, che, come si è visto, procede inevitabilmente dal permissivismo abortista quale ulteriore passo nella negazione dell'inviolabilità della vita umana innocente.

Ho personalmente sostenuto ognuna di queste misure, così come ho appoggiato la più difficile strada verso l'emendamento costituzionale, e darò a queste iniziative il mio pieno appoggio. Ognuna di esse cerca, infatti, ancorché in modi diversi, di fermare la tragica politica dell'aborto su semplice richiesta impostaci dalla Corte Suprema dieci anni fa. Ognuna di esse è un modo sicuro per affermare la sacralità della vita umana.

Dobbiamo tutti educarci alla realtà degli orrori che accadono. Oggi i dottori sanno che i bambini non ancora nati possono sentire chi li tocca attraverso il grembo materno, così come sono in grado di rispondere al dolore. Ma quanti americani sanno che le tecniche abortive permesse oggi, in tutti i 50 Stati dell'Unione, bruciano le pelle del bimbo con una soluzione salina, producendo un'agonia mortale che può durare ore?

Un altro esempio: due anni fa, il Philadelphia Inquirer pubblicò un supplemento speciale domenicale intitolato The Dreaded Complication, "La complicazione temuta". Ciò a cui si faceva riferimento – le complicazioni di cui hanno paura i dottori che operano aborti – è la sopravvivenza del bambino malgrado tutti i dolorosi assalti a cui è sottoposto durante il processo abortivo. Alcuni bambini non ancora nati sopravvivono agli aborti praticabili sino a gravidanza anche molto avanzata, legalizzati dalla Corte Suprema. C'è forse da chiedersi se queste vittime di aborti meritino o meno la nostra attenzione e la nostra protezione? C'è forse da chiedersi se, prima di essere uccisi, quelli che non sopravvivono siano o meno degli esseri umani?

Gli aborti praticabili sino a gravidanza anche molto avanzata, specialmente quando il bimbo sopravvive, ma poi viene lasciato morire per fame, incuria o soffocamento, mostra una volta di più il legame esistente fra l'aborto e l'infanticidio. Il tempo per fermarli entrambi è adesso. L'azione profusa dalla mia Amministrazione per fermare l'infanticidio renderà tutti pienamente coscienti della vera questione che soggiace all'uccisione dei bimbini, prima o subito dopo la loro nascita.

Fortunatamente, la nostra società è divenuta sensibile ai diritti e alle necessità particolari degli handicappati, ma ciò che mi sconvolge è che gli handicap fisici o mentali dei neonati siano ancora oggi usati per giustificarne la soppressione. In quest'Amministrazione opera, in qualità di direttore di uno dei servizi sanitari pubblici, il dottor C. Everett Koop, che per i bambini handicappati ha probabilmente fatto più di qualsiasi altro americano, sperimentando tecniche chirurgiche a loro beneficio, parlando in pubblico del valore delle loro vite e lavorando con loro all'interno di famiglie amorevoli. Non troverete mai alcuno dei suoi ex pazienti che invochi la cosiddetta etica fondata sulla "qualità della vita".

So che quando la vera questione dell'infanticidio verrà posta di fronte al popolo statunitense, e tutti i fatti daranno di pubblico dominio, non vi sarà alcun problema nel decidere se un bimbo handicappato mentalmente o fisicamente possieda o no la medesima dignità intrinseca e lo stesso diritto alla vita di noi tutti. Come ha affermato la Corte Suprema dello Stato del New Jersey due decenni fa, in una sentenza che difendeva la sacralità della vita umana, «un bambino non ha bisogno di essere perfetto per potere godere di una vita dignitosa».

Che si parli del dolore patito dai bambini non ancora nati, o degli aborti praticabili sino a gravidanza anche molto avanzata, o dell'infanticidio, inevitabilmente ci si concentra sull'umanità del bambino non ancora nato. Ognuna di queste questioni è un potenziale punto di chiamata a raccolta nella prospettiva di un'etica fondata sulla sacralità della vita. Una volta che noi, in quanto nazione, avremo fatto quadrato attorno a una di queste questioni allo scopo di affermare la sacralità della vita umana, allora ci renderemo conto di quanto importante sia affermare questo principio in tutti i modi.

Malcolm Muggeridge, lo scrittore inglese, è andato diritto al cuore della questione: «O la vita è sempre e in ogni circostanza sacra, oppure non ha intrinsecamente alcun valore; è inconcepibile che in alcuni casi sia in un modo e in altri nell'altro». La sacralità della vita umana innocente è un principio che il Congresso dovrebbe proclamare ogni volta che ha l'opportunità di farlo.

È possibile che la Corte Suprema stessa cancelli le proprie decisioni in materia di aborto. Ricordiamo semplicemente che nel caso Brown v. Board of Education, la corte ribaltò la propria precedente sentenza fondata sul principio "separati ma uguali". Credo che se la Corte Suprema riprendesse in esame il caso Roe v. Wade, e considerasse quale sia la vera questione che si pone fra un'etica fondata sulla sacralità della vita da un lato e dall'altro un'etica fondata sulla "qualità della vita", cambierebbe ancora una volta idea.

Mentre continuiamo a sforzarci per attenuare le conseguenze del Roe v. Wade, dobbiamo però continuare anche a preparare il terreno per una società in cui l'aborto non sia la risposta normalmente adottata nei casi di gravidanze indesiderate. Il popolo pro-life ha già compiuto passi eroici, spesso al prezzo di grandi sacrifici personali, per fornire aiuti alle ragazze madri. Ho recentemente parlato di una giovane donna incinta di nome Victoria, la quale ha detto: «In questa società salviamo le balene, i lupi delle foreste, l'aquila dalla testa calva e le bottigliette di Coca-Cola. Eppure tutti vorrebbero che io gettassi via il mio bambino». Victoria è stata aiutata da Save-a-Life, un gruppo di Dallas, che garantisce alle ragazze madri la possibilità di preservare la vita umana che è in loro in quei momenti in cui esse potrebbero altrimenti essere tentate di ricorrere a un aborto. Penso anche alla House of His Creation di Catesville, in Pennsylvania, dove, nel corso degli ultimi dieci anni, una coppia piena di amore ha accolto quasi 200 giovani donne. Quella coppia ha realisticamente costato come le ragazze non stiano affatto meglio quando scelgono di abortire invece che salvare i propri bimbi. Ricordo anche la straordinaria famiglia Rossow di Ellington, nel Connecticut, che ha aperto il proprio cuore e la propria casa a nove bambini handicappati che ha adottato e cresciuto.

L'Adolescent Family Life Program, varato dal Congresso su richiesta del senatore Jeremiah Denton, ha aperto nuove opportunità affinché le ragazze madri abbiano la possibilità concreta di dare alla luce i figli che portano in grembo invece di sopprimerli. Non dobbiamo però fermarci mai, e questo fino a che l'intera nostra società non riecheggerà i sentimenti dimostari da John Powell nel dedicare il proprio libro, Abortion: The Silent Holocaust, a tutte le donne che portano dentro di sé un bambino non voluto: «Vi prego, credetelo: non siete sole. Vi sono molti di noi che vi amano davvero, che vogliono stare al vostro fianco e che volgiono aiutarvi in tutti i modi possibili». E possiamo pure riecheggiare quella donna animata da una fede sempre concreta, Madre Teresa, quando dice: «Se non vuoi il piccolino, il bambino non ancora nato, allora dallo a me». Negli Stati Uniti ci sono così tante famiglie che cercano di adottare dei bambini che lo slogan «ogni bambino dev'essere un bambino voluto» è oggi la più vuota di tutte le ragioni per tollerare l'aborto.

Ho avuto sovente occasione di dire che è necessario unirci nella preghiera allo scopo di garantire protezione ai non ancora nati. Per difendere la sacralità della vita umana sono necessarie sia la preghiera sia l'azione. Credo che non sarà possibile portare a termine il nostro lavoro, il lavoro di salvare delle vite, «senza essere un'anima che prega». Per decenni il famoso parlamentare britannico William Wilberforce, pregò assieme al suo piccolo gruppo di amici influenti, la "Clapham Sect", allo scopo di vedere estinta la schiavitù nell'impero britannico. Wilberforce portò quella lotta fin dentro il parlamento, indefessamente, poiché credeva nella sacralità della vita umana. Vide realizzato il suo sogno impossibile quando il parlamento mise la schiavitù fuori legge appena prima che egli morisse.

Che la sua fede e la sua perseveranza siano la nostra guida. Non riconosceremo mai il valore autentico delle nostre stesse vite finché non affermeremo il valore della vita degli altri, un valore di cui Malcolm Muggeridge dice: «[...] che oscilli fioca o che divampi ardente, è sempre una fiamma Divina che nessun uomo può osare estromettere, per quanto le ragioni che egli accampi siano sempre tanto umane e tanto illuminate».

Abraham Lincoln riconobbe che non si poteva continuare a essere un Paese libero se alcuni uomini potevano decidere che altri non erano degni di essere liberi e che quindi dovevano essere ridotti in schiavitù. Analogamente, la nostra nazione non può continuare a essere libera se alcuni uomini decidono che altri non sono degni di vivere, e che quindi debbono essere consegnati all'aborto e all'infanticidio. La mia Amministrazione vuole dedicarsi a conservare l’identità di Paese libero che gli Stati Uniti d'America hanno; e, per preservare la libertà, non vi è causa più importante dell'affermare il diritto trascendente alla vita di tutti gli esseri umani, il diritto senza il quale nessun altro diritto ha alcun significato.

L’aborto e la coscienza della nazione. In memoria del presidente Ronald Reagan, in Studi cattolici, anno XLVIII, n. 523, Milano settembre 2004, pp. 658-663 (Traduzione di Marco Respinti)