• LA CONVENTION

Libertà religiosa, stella polare della politica Usa

A Washington si è aperta ieri, martedì 24 luglio, la convention sulla libertà religiosa voluta dal Segretario di Stato Mike Pompeo e dall’ambasciatore Sam Brownback: Ministerial to Advance Religious Freedom. Il criterio per stabilire i rapporti internazionali sarà ed è guidato dalla libertà di esprimere in pubblico la propria fede. 

L'ambasciatore Brownback

A Washington si è aperta ieri, martedì 24 luglio, la convention sulla libertà religiosa voluta dal Segretario di Stato Mike Pompeo e dall’ambasciatore Sam Brownback. S’intitola “Ministerial to Advance Religious Freedom”, durerà fino a mercoledì 26, verrà approfondita da una serie di eventi collaterali che ne prolungheranno l’effetto per tutta la settimana (alcuni para-ufficiali, quelli ospitati in edifici federali) e raduna primi ministri, capi di Stato, leader religiosi (tra cui Salvatore Martinez, rappresentante personale della presidenza italiana in esercizio OSCE 2018 con delega alla lotta a razzismo, xenofobia, intolleranza e discriminazione dei cristiani e di membri di altre religioni), esperti, attivisti e testimoni per un totale di 80 delegazioni da tutto il mondo. Un evento così non si è mai visto, soprattutto sulla libertà religiosa, “costantinianamente” convocato da un leader politico e non da un capo ecclesiastico, e senza che si tratti di una melassa buonista per dire, falsamente, che le religioni sono tutte la stessa cosa ovvero nulla.

Un evento così sulla libertà religiosa è infatti un evento fondamentale: fonda la convivenza tra gli uomini e regola i rapporti internazionali. Organizzando e ospitando la convention, Pompeo e Brownback danno al mondo un segnale forte e chiaro. Dicono a tutti che il criterio per stabilire i rapporti internazionali sarà ed è guidato dalla libertà di esprimere in pubblico la propria fede traendone tutte le conseguenze concrete (libertà di associazione, questione educativa, missione, etc.) e dicono che la politica estera del Paese più importante del mondo sarà ed è guidata da questo criterio. Ancora una volta, non significa dire che tutte le religioni sono la medesima cosa. Significa dire che il fatto religioso, l’esperienza religiosa, il senso religioso, il rapporto fra uomo e Dio è e non può non essere il primo punto all’ordine del giorno sempre, la prima norma della politica, il parametro basilare dei rapporti internazionali e che i governi altro non possono fare che portare rispetto.

Ciò implica per esempio che se perseguita i propri cittadini a motivo della fede che essi professano, un Paese dovrebbe essere messo in mora. Visto chi governa oggi gli Stati Uniti, e visto il gabinetto di ministri che si è scelto, dopo le parole non dovrebbero affatto mancare i fatti. Nel mondo la libertà religiosa è conculcata in moltissimi luoghi e ambiti. C’è una libertà religiosa impedita con la violenza, la tortura e la morte, e c’è una libertà religiosa ostacolata attraverso i tribunali, i media e il politicamente corretto. I cristiani sono le prime vittime. Tra i luoghi dove la libertà religiosa e i diritti umani che ne derivano è impedita con la violenza ci sono Paesi ambigui come il Pakistan. Oppure l’Iran che in queste ore fa inutilmente la voce grossa e di cui ha annunciato tratterà Pompeo prendendo la parola domenica nella Ronald Reagan Presidential Library a Simi Valley, nella California meridionale. Ma ci sono anche giganti come la Cina e come la Russia con cui una quadra bisognerà trovarla. Impensabile prendere di petto Paesi così per la loro rilevanza e per la loro possanza economica, politica, militare, ma al contempo non si può tacere del fatto che, quanto a politica verso le fedi (e non solo), il regime di Xi Jiping sta di fatto tornando ai tempi cupi del maoismo né che Vladimir Putin, con la scusa di colpire le “religioni straniere” (ma è lo stesso linguaggio che usa Xi Jiping per il quale il primo straniero è da sempre il cristianesimo), decida lui cosa è buono e cosa non lo è in tema di religione (anche perché così tutto ciò che non è ortodossia diventa in fretta nemico).

Per tre giorni a Washington il tema è questo. Come ha detto Pompeo alla vigilia, gli Stati Uniti sono pronti a discuterne anche con i Paesi con cui, sul tema, c’è disaccordo profondo: quelli citati, ma per esempio anche il Libano (martedì 24, quando la convention si è aperta era san Charbel Makhlouf) il cui ministro degli Esteri, Gebran Bassil, partecipa all’evento. Il 19 luglio, infatti, l’American Mideast Coalition for Democracy ha scritto a Pompeo affinché chieda conto a Bassil dell’arresto, all’inizio del mese, di due cattolici maroniti accusati di avere avuto contatti con dei cristiani israeliani durante un convegno sul ricupero della lingua e della cultura aramaiche.

Giovedì, in chiusura, prenderà la parola il vicepresidente Mike Pence, sensibilissimo al tema. In ottobre aveva promesso un’azione politica decisa in favore dei perseguitati per la fede, specialmente cristiani. La sensazione è quella di essere solo all’inizio di una svolta forse epocale.