• 41 ANNI FA L'ELEZIONE

Luciani, il papa moderno, che non cedette alla mondanità

Nei suoi 33 giorni di pontificato, Giovanni Paolo I riuscì a conquistarsi la benevolenza del mondo senza cedere alla mondanità, riaffermando scomodamente la dottrina in tempi ancora contaminati dal lungo strascico del Sessantotto. Capì per primo la necessità di "una grande sfida dei nostri tempi", ovvero l'"evangelizzazione piena di tutti i battezzati" e comprese il rischio dell'alienazione dell'uomo moderno. 

"La fede non basta nel cuore, bisogna che venga fuori pure sulle labbra..io sono cristiano e non mi vergogno, non vado a nasconderlo..perché è un onore". Con queste parole, durante una delle sue poche ma indimenticabili Udienze generali, Giovanni Paolo I catechizzava con dolcezza una bambina di nome Paola, invitata poco prima a raggiungerlo sul podio dell'Aula Nervi. Il 26 agosto di 41 anni fa, al secondo giorno del Conclave chiamato ad eleggere il successore di San Paolo VI, veniva eletto al soglio pontificio Albino Luciani. Ne dava l'annuncio, affacciandosi dalla loggia centrale della Basilica di San Pietro dopo la comparsa di una fumata biancastra che aveva lasciato nell'incertezza il mondo intero, il cardinale protodiacono Pericle Felici che del patriarca di Venezia fu anche il principale elettore.

E' vero, come si legge spesso, che l'elezione del Pastore veneto fu una sorpresa che sbaragliò i pronostici dell'epoca, ma è altrettanto vero che il suo nome comparve qua e là nella lista dei possibili papabili: di lui, due riviste come "L'Europeo" ed "Il Mondo" parlavano già nei giorni pre-Conclave come di una persona "popolare e affidabile" capace di rappresentare un buon "candidato di compromesso". Come raccontò l'allora cardinale Joseph Ratzinger, tra i più giovani membri del Collegio che designò Giovanni Paolo I,  l'ipotesi serpeggiata già in quell'occasione - e che si sarebbe poi concretizzata quasi due mesi dopo con Wojtyla - di eleggere dopo secoli un papa non italiano sarebbe stata accantonata proprio per l'emergere della "bella figura" di Albino Luciani. L'intuizione dei cardinali elettori si rivelò azzeccata già dalla prima benedizione urbi et orbi, durante la quale la sua affabilità e spontaneità gli valsero sin da subito la sincera simpatia universale.

Nei suoi 33 giorni di pontificato, Giovanni Paolo I riuscì a conquistarsi la benevolenza del mondo senza cedere alla mondanità, riaffermando scomodamente la dottrina in tempi ancora contaminati dal lungo strascico del Sessantotto. "La genuinità e l'integrità della fede, il perfezionamento della vita cristiana, l'amore alla grande disciplina nella multiforme attività per l'incremento del Regno di Dio e la prosperità spirituale e temporale dell'intera umanità"; questo - come ricordato dal cardinal Confalonieri nel giorno delle esequie papali - sarebbe stato il programma del suo pontificato, tratteggiato nel primo discorso pronunciato in Cappella Sistina. Ratzinger, che ebbe modo di conoscerlo un anno prima a Bressanone, per approfondire il suo pensiero subito l'elezione si dedicò alla lettura di "Illustrissimi", un volume uscito nel 1976 e che raccoglieva le lettere immaginarie scritte da Luciani ad una serie di personaggi storici.

Prendere in mano questo libro consente ancora oggi di scoprire le doti di chiarezza e di gradevolezza del Pastore nato a Canale d'Agordo. In quegli scritti emerge tutta quella sua capacità di - riprendendo ancora uno dei passaggi della bella omelia funebre del cardinal Confalonieri - "tradurre facilmente e felicemente l'alta dottrina teologica nel più accessibile linguaggio della catechesi", poi divenuta patrimonio universale nei giorni delle affollate Udienze generali in Aula Nervi.

Una caratteristica che gli sarebbe stata di grande d'aiuto nell'affrontare quella  che indicò come "una grande sfida dei nostri tempi", ovvero l'"evangelizzazione piena di tutti i battezzati". Un grido d'allarme profetico come dimostrato dai risultati sconfortanti del recente sondaggio effettuato dal Pew Research Center sul grado di conoscenza religiosa del popolo americano. L'ignoranza dei fedeli persino relativamente ai sacramenti più importanti non è certo un problema solo americano, essendo largamente diffuso ovunque, in special modo in Occidente. Questa intuizione di papa Luciani rende bene l'idea della sua straordinaria attitudine a comprendere ciò che si muoveva all'interno della società, analizzandolo con le lenti della sua solida preparazione teologica.

"La cultura teologica - era solito raccomandare - dobbiamo metterla a servizio della pastorale". Il suo dono di saper cogliere le trasformazioni in atto non corrispondeva affatto ad una sua tendenza ad assecondarle; anzi, gli permetteva di avvertirne e denunciarne in anticipo e con più forza limiti e pericoli. In questo veniva supportato dall'incondizionata fedeltà alla dottrina della Chiesa. Lo ha spiegato bene don Diego Lorenzi, a lungo suo segretario privato, in un'intervista concessa qualche anno fa al giornalista Frank Zammit: "Luciani - ha ricordato il suo storico collaboratore - non si è svegliato un bel giorno e ha cominciato a sentirsi umile. Ha lavorato per questo scopo ogni giorno per assomigliare a Gesù, controllando il suo temperamento, non reagendo, era buono e metteva da parte il suo orgoglio. (...) Questo però non significava che (...) fosse un debole. Quando la verità cattolica era in pericolo, era sempre fermo (...) Non si poteva negoziare con un’altra cosa". "Fedele alla tradizione e aperto al rinnovamento", così lo definì nel 2006 il suo successore Benedetto XVI, cogliendone alla perfezione un aspetto che appare lampante sfogliando le pagine degli "Illustrissimi": in quelle lettere, in cui scava nella profondità dell'animo umano con l'originale 'arma' dell'ironia, si manifesta la sua grande capacità di intercettare i fenomeni emergenti e prevedere quelli destinati a comparire.

Ad esempio, più di trent'anni prima della comparsa del primo iPhone nella lettera immaginaria a Walter Scott anticipava il problema dell'alienazione umana provocato dalla dipendenza digitale: "Si è avidi di stampa - scriveva Luciani - e domani sarà peggio, perché il giornale ci arriverà in casa proiettato su una specie di teleschermo e, autocopiato, staccato, si potrà leggere seduta stante". Scrivendo "ai quattro del Circolo Pickwick", l'allora patriarca di Venezia smascherava le "cantonate" degli anticlericali, colpevoli a suo dire di farsi forza con "pregiudizi, che sono nell’aria e sono fatti circolare dalla propaganda con slogans incisivi". "Esempio - continuava il futuro Giovanni Paolo I -  «chiesa dei poveri», «tesori del Vaticano», «chiesa alleata col potere» sono concetti che rendono oggi ostile alla chiesa parecchia gente, che fino a ieri l’amava e stimava senza riserve".

In quella stessa lettera, poi, se la prendeva coi "dogmatisti", quelli che "per aver letto qualche rivista o viaggiato o fatto qualche esperienza, pensano di poter insegnare a tutti e mettono la punta del proprio naso al centro dell’universo". Di fronte ai primi effetti della rivoluzione sessantottina, Albino Luciani metteva in guardia i giovani - rivolgendosi a Pinocchio - da chi "propugna oggi una morale largamente permissiva e gli ricordava che "il loro amore dev’essere con l’A maiuscola, bello come un fiore, prezioso come una gemma e non volgare come un fondo di bicchiere". E facendo riferimento alla necessità di rinunce e sacrifici per raggiungere tal fine, il futuro Giovanni Paolo I utilizzava una metafora tratta dalla vita quotidiana: "guarda gli automobilisti; trovano il vigile, il semaforo, le strisce bianche, il senso vietato, il divieto di sosta, tutte cose che sembrano, a prima vista, seccature e limiti contro l’automobilista e invece sono a favore dell’automobilista, perché lo aiutano a guidare con più sicurezza e piacere!". Da qui, l'invito ad "accettare umilmente una segnaletica morale" unito all'allarme sulla diffusione del virus del relativismo da cui vedeva la Chiesa non immune:

"Converrà - scriveva al "Figaro barbiere -  che ci dimostriamo molto aperti e comprensivi verso i giovani e verso i loro sbagli. Gli sbagli, però, bisognerà chiamarli sbagli; e il Vangelo presentarlo «sine glossa», senza cincischiarlo per amore di popolarità". Un papa, dunque, il cui parlare fu "sì, sì, no, no" e che a 41 anni dalla morte continua ad essere amato dai fedeli proprio per il suo annunciare il Vangelo fedelmente, col sorriso sul volto e l'umiltà dei gesti.