• SENTENZA EVANS

L'ultimo verdetto per Alfie e le tappe di un processo farsa

Le assurdità di una vicenda ingiusta, la storia di due genitori, Thomas e Kate, che nonostante un battaglia sfiancante di mesi per difendere Alfie, continuano a combattere per loro figlio «perché lui è il primo a lottare». Mentre gli Evans attendono la decisione del giudice, la sentenza e il processo dell'Alta Corte descrivono una mentalità davvero allarmante.

Nell’attesa delle ultime parole del giudice dell’Alta corte di Londra, Anthony Hayden, Thomas e Kate, genitori del piccolo Alfie Evans, pur stanchissimi, passano il loro tempo in ospedale «cercando di goderci ogni istante con mio figlio», dichiara Thomas alla NuovaBQ.

Sembra impossibile pensare quello che questi due giovani genitori hanno dovuto passare in questi mesi per colpa di una democrazia che agisce come una dittatura. Per colpa di un sistema sanitario che si dice all'avanguardia quando, come ha fatto notare un medico cileno che cura bimbi come Alfie, nessuno lascerebbe oltre un anno un bambino con le cannucce al naso negandogli la trachestomia. E per colpa di una Chiesa inglese che se non è assente pensa ormai come il mondo, che misura la dignità della persona in base alla "qualità di vita".

L’ultima sofferenza, quella definitiva, che potrebbe essere inflitta a breve dal giudice, è l'obbligo a rimuovere la ventilazione di Alfie, dopo aver preso in giro i genitori sul fatto che l'ospedale stava riconsiderando di lasciar partire il bimbo per l'Italia: dopo mesi di battaglia con l'Alder Hey Hospital, deciso in ogni modo a privarli del diritto di decidere delle cure di loro figlio, giovedì scorso di fronte alla resistenza di Thomas e Kate nell'attuare la rimozione della ventilazione, come previsto dalla sentenza dell'Alta Corte di Londra, i legali dell'ospedale hanno finto di aprire uno spiraglio sulla possibile dipartita di Alfie in una struttura italiana. Perché, ha ripetuto la famiglia, Alfie deve essere sottoposto ad «esami più approfonditi, per cercare le origini della malattia, che gli sono stati negati». In realtà, dopo l'incontro con il padre di Alfie, i medici hanno deciso di rivolgersi di nuovo al giudice senza avvisare genitori per imporre loro la rimozione della ventilazione mercoledì notte.

Ma la prima delle tante umiliazioni subite dagli Evans è stata quella seguita al ricovero per convulsioni del piccolo, avvenuto nel dicembre 2016. Allora i medici dissero a Thomas che Alfie sarebbe morto a breve, motivo per cui negarono al bambino la tracheostomia, sebbene a oltre due settimane di intubazione la si dovrebbe concedere sia per evitare infezioni, sia per evitare la continua sedazione del bambino. Di fatto Alfie non moriva e quando i medici proposero la rimozione della ventilazione, i genitori si opposero. Va ricordato che il piccolo finì in terapia intensiva, con una ventilazione più invasiva, in seguito ad un errore medico (la famiglia ha mostrato le carte in cui si ammette lo sbaglio) legato alla dose errata di antibiotici.

Una crisi successiva aveva convinto la famiglia a rimuovere la ventilazione, visto che i dottori erano certi che Alfie sarebbe morto in poche ore. Ma siccome il piccolo continuava a vivere respirando da sé, i genitori domandarono che il bambino fosse subito ventilato nuovamente. In mancanza di una sentenza, i medici allora obbedirono.

Ma quello che hanno dovuto subire gli Evans, cattolici, è stato anche di dover leggere nella sentenza di Hayden che lo stesso papa Francesco è contro l’accanimento terapeutico (termine oggi usato per giustificare l’abbandono terapeutico e quindi l’eutanasia) come ha sottolineato nella lettera alla Pontificia accademia per la vita. Siccome «la fede - si legge nella sentenza - gioca una parte importante nella loro vita e li sostiene entrambi nelle difficoltà…la famiglia dice che Alfie “è nostro figlio ed è un figlio di Dio”», a maggior ragione secondo il giudice era giusto "staccare la spina". Non solo, perché dopo aver chiesto asilo al papa mercoledì 28 marzo, Thomas e Kate hanno ricevuto solo un tweet di sostegno dal pontefice e nessuna parola pubblica di difesa da parte della Chiesa inglese. 

Leggendo poi quanto accaduto durante il processo in cui Thomas si è difeso da solo (peccando d’ingenuità aveva chiesto una proroga non concessa dal tribunale) e in cui la maggioranza delle prove e dei testimoni della famiglia sono stati rifiutati, vengono i brividi. Quando ad esempio il giudice ha domandato al "dottor A" se c'era qualche possibilità di valutare la consapevolezza di Alfie, lui ha risposto che “secondo me” non c’è consapevolezza, senza portare alcuna prova clinica a riguardo. Eppure ha dovuto ammettere che se Alfie fosse sopravvissuto, a lungo andare «le convulsioni diminuirebbero». Si ammette persino che «potrebbe vivere così ancora lungo» e che non è provabile che Alfie soffra. Inoltre, ha dovuto confermare il medico, il piccolo «aumenta di peso normalmente».

Al processo è poi stato ricordato che la famiglia ha fatto arrivare un medico da Monaco in incognita perché visitasse Alfie. Il dottor Huebner aveva dichiarato che Alfie poteva essere trasferito con una ambulanza aerea capace di creare condizioni tali da non mettere a rischio il piccolo. L’avvocato dell’ospedale, Mylonas, ha avuto il coraggio di far notare che i tedeschi volevano spendere 65 mila euro circa per un trattamento con cui curare Alfie. A quel punto Thomas è intervenuto gridando che non era una questione di costi ma di vita. Ma il fatto che Huebner abbia dichiarato che «la società deve essere pronta ad aiutare questi bambini handicappati e non ha privarli dei sostegni vitali» ricordando le ferite del nazismo tedesco, ha provocato questa reazione del giudice: «Inappropriato...non deve usare il caso per difendere le sue convinzioni personali».

Nonostante il parere di un altro medico dell’università Ludwing, Maximilian di Monaco, convinto di poter trasportare Alfie in Germania e di tentare una cura, il giudice Hayden si è detto preoccupato che il piccolo morisse in volo. Giustamente Thomas ha domandato al giudice che differenza c'era se l’alternativa unica offerta dagli inglesi era la morte. Inoltre, il fisioterapista dell’Alder Hey, durante il processo ha ammesso di non essere sicuro che Alfie soffrisse, ma solo per dire che in questa eventualità sarebbe sbagliato trattarlo invece che farlo morire.

Un secondo medico, il "dottor B", ha confermato l'ennesimo errore dei medici, avvenuto un mese dopo il ricovero di Alfie: i medici avevano detto ai genitori che il piccolo sarebbe morto. Il "dottor B" ha comunque voluto giustificarsi dicendo che «secondo me» Alfie è in coma. Un parere, anche questo, privo di evidenze cliniche. Eppure, nonostante i tanti "secondo me" che si sono rivelati più volte errati, il giudice ha dato retta solo ai medici pro morte. Non dando invece peso ai video di Alfie che lo mostrano (pur eccessivamente sedato) mentre risponde ai comandi del padre, come ad esempio quando gli chiede di muovere la spalla. Perciò Thomas ha chiesto al medico se non era suo dovere assicurarsi che «fosse stato tentato tutto», altrimenti «come fai ad essere sicuro che la tua decisione sia al 100 per cento nell’interesse di Alfie?». 

Durante il processo è passata l'idea che il piccolo sia ben assistito, ma ci sono prove e testimonianze (non accolte dal tribunale) sulla noncuranza del personale ospedaliero che ritiene Alfie un cadavere senza dignità (d’altronde il legale dell'ospedale ha dichiarato che così «la sua vita non ha senso»), sebbene i medici interpellati abbiano ammesso che «alcune infermiere non concordano» con il fatto che il bambino sia incosciente. Il che non giustificherebbe comunque coloro che lo trattano come un morto di cui sbarazzarsi.

Ma una delle prove più tremende per i genitori è stata sentire il medico affermare che purtroppo «Alfie è vivo perché abbiamo interferito», rammaricandosi che sia stato ventilato perché «altrimenti sarebbe morto molto tempo fa». Il "dottor A" ha incolpato i progressi della medicina, un po’ come se ci si dispiacesse della scoperta delle terapie tumorali, che per curare una persona possono causarle dei disagi. Anzi peggio, perché il medico non ha condannato le cure mediche che potrebbero recare più danno che benefici, ma la capacità di fornire sostegni vitali necessari a nutrire, idratare o ventilare i malati. 

Infine, il dottor Martin Samuel, consulente per la respirazione pediatrica, ha affermato che praticare la traceostomia non avrebbe senso, perché la sua «qualità di vita è povera».  È così che Thomas è uscito in lacrime dal tribunale, che ha «condannato a morte mio figlio», sentendosi dire che in seguito alla rimozione della ventilazione il bimbo sarebbe sopravvissuto al massimo 5 o 10 minuti, facendo qualche respiro e dunque morendo soffocato. Cosa difficilmente dimostrabile dato che l’agonia di Isaiah Haastrup, ucciso l’8 marzo scorso nello stesso modo, è durata ben 8 ore. 

Per questo Thomas ieri ha detto a Il Giornale che «Prego con Kate, la mamma di Alfie, affinché dall'Italia possa giungere ancora più aiuto di quanto già arrivato fino ad ora...Alfie non è un bambino senza speranza. Ha dei problemi che possono essere gestiti. Non ha danni al cervello gravi ed è in grado di essere trasportato in Italia. Quindi preghiamo che il giudice e il governo si rendano conto che noi abbiamo il diritto di andare in Italia». Stupisce che questo papà abbia continuato a lottare. Ma la forza, come ha spiegato alla NuovaBQ, «mi viene da Alfie che non smette di combattere». 

Umiliati dai medici, che invece che salvarle il figlio «non vedono l'ora che muoia», come ci aveva confessato. Privati della difesa di una Chiesa assente o contro di loro. E da una giustizia eugenetica che ha giustificato la condanna a morte del figlio di due cattolici con le parole del papa. Cosa resta? La speranza nel miracolo della vita di Alfie nel caso si procedesse alla rimozione della ventilazione; la certezza della resurrezione e della gloria eterna preparata questi martiri innocenti. E la giustizia di Dio, che prima o poi tutti dovremo affrontare, medici, giudici, laici e prelati compresi.