• NUOVI DIRETTORI VECCHIE LOGICHE

Ma quale rivoluzione? E' la solita Rai lottizzata

Non si può dire che la Rai gialloverde sia partita nel modo migliore.Le nomine dei direttori di Tg avrebbero dovuto segnare una discontinuità rispetto al passato. Invece, come nel passato, chi ha la maggioranza pretende di mettere le mani sulla tv pubblica. E’ stato applicato ancora una volta in modo distorto il concetto di pluralismo.

Non si può dire che la Rai gialloverde sia partita nel modo migliore. Dopo l’impasse sulla nomina di Marcello Foa a Presidente, sbloccatasi soltanto un mese fa, ieri il Consiglio d’amministrazione della tv pubblica ha indicato i nuovi direttori dei telegiornali: Giuseppe Carboni al Tg1, al posto di Andrea Montanari; Gennaro Sangiuliano al Tg2, al posto di Ida Colucci; Giuseppina Paterniti al Tg3, al posto di Luca Mazzà, che diventa direttore di Radio 1 e Giornale Radio; Alessandro Casarin alla direzione delle testate regionali Tgr.

Nulla da dire sui prescelti, che hanno certamente svolto per anni la loro attività giornalistica nella tv di Stato, così come peraltro i loro predecessori. Le considerazioni che invece occorre svolgere riguardano i metodi seguiti per designarli. Queste nomine avrebbero dovuto segnare una discontinuità rispetto al passato, considerato che per la prima volta, in occasione dell’elezione dei membri del nuovo cda, prima dell’estate, si è applicata la nuova legge di riforma Rai, la n.220 del 28 dicembre 2015. Già in quella circostanza si è assistito alla solita deprecabile lottizzazione tra i partiti, che hanno indicato persone amiche e fidate anziché operare una selezione fondata sui meriti e sui curricula degli oltre 200 candidati.

Oggi, anche per quanto riguarda l’informazione pubblica, cioè le nomine dei direttori di telegiornali che dovrebbero raccontare al cittadino-utente la realtà delle cose senza deformazioni e senza faziosità, si è deciso di utilizzare il Manuale Cencelli, con una spartizione bella e buona tra i due partiti di governo.

A prescindere dalla storia professionale e dalle chiare opinioni politiche dei nuovi direttori, una riflessione va fatta sulla natura stessa del servizio pubblico. Mesi fa il Movimento Cinque Stelle, mostrando una certa diversità rispetto agli altri partiti, aveva adombrato la possibilità che ci si affidasse a un head hunter per selezionare le migliori risorse sul mercato per quanto riguardava la governance e lo stesso vicepremier Luigi Di Maio aveva assicurato che il governo si sarebbe dato da fare per “cacciare i raccomandati” dalla tv pubblica. Tra i Cinque Stelle c’era perfino chi parlava di possibile ricorso al sorteggio, per evitare favoritismi e nomine calate dall’alto.

Nulla di tutto ciò si è verificato. Esattamente come nel passato, chi ha la maggioranza pretende di mettere le mani sulla tv pubblica, che però è di tutti. Nessun partito politico di governo negli ultimi cinquant’anni è sfuggito alla tentazione di utilizzare il predominio politico per orientare le scelte aziendali ed editoriali della Rai. Non c’è dunque da stupirsi se anche questa volta le nomine siano avvenute con i soliti metodi.

C’è però almeno da sperare che i nuovi direttori diano una lettura al testo del nuovo Contratto di servizio, che nei prossimi cinque anni dovrà adeguare la struttura e la programmazione della Rai alle sfide della multimedialità, del multiculturalismo, dell’internazionalizzazione. Non si tratta soltanto di parole, ma di valori, visioni, strategie che devono tradursi in canali, programmi, contenuti.

Si tratta di tappe ineludibili nel percorso di legittimazione del ruolo che un servizio pubblico deve ricoprire nella crescita del sistema Paese. Tuttavia, il consueto balletto di nomi per le varie caselle da occupare ha impedito che si ragionasse di questi temi, cioè delle vere priorità per la Rai del futuro.

E’ stato applicato ancora una volta in modo distorto il concetto di pluralismo. La Corte Costituzionale, fin dagli anni settanta, in alcune pregevoli sentenze, ha disegnato i confini di un valore fondamentale per la libertà d’informazione, indicandone due profili: quello esterno, realizzato dalla compresenza, sul mercato editoriale, di una molteplicità di operatori in sana competizione tra di loro; quello interno, consistente nella massima apertura possibile di ogni programmazione alle opinioni e ai punti di vista di tutti, senza pregiudizi e precomprensioni.

Invece in Italia la politica di qualsiasi area ha sempre applicato il principio del pluralismo come spartizione, come lottizzazione, come calibramento compensatorio di opposte aspettative e aspirazioni. Morale: non sempre sono stati scelti i migliori, ma quasi sempre si è puntato sui più docili ai voleri di chi governava.

Anche in questo giro sembra che le logiche siano le stesse e dunque c’è da prevedere che ancora una volta il confronto franco, sincero, obiettivo e asettico sul ruolo, la missione e la funzione del servizio pubblico lascerà il posto al bilancino delle presenze nei telegiornali, senza dimenticare i talk show e gli sterili dibattiti preconfezionati, con i politici intervistati che chiedono prima garanzie sulle domande e sul contraddittorio. E’ sbagliato, dunque, criticare per partito preso i nuovi direttori Rai, come fanno i giornali d’opposizione. E’ opportuno, invece, denunciare amaramente che nulla di nuovo s’intravvede all’orizzonte per ciò che attiene ai metodi di selezione.